Visioni del tragico

Quali sono gli interrogativi peculiari del pensiero tragico?

Noi usiamo l’aggettivo ‘tragico’ per indicare un evento particolarmente luttuoso, doloroso, una catastrofe naturale, oppure una disgrazia. Questa è un’accezione moderna del termine, che nasce alla fine del XVIII secolo, quando si cominciò a interpretare il tragico come un elemento inscindibile dall’esistenza, che consiste nella lotta dell’uomo con l’imperscrutabile forza del destino. La riflessione sul tragico, perciò, è una riflessione prevalentemente moderna, mentre per i Greci l’aggettivo era legato piuttosto alla forma drammatica della tragedia. Dunque, se vogliamo parlare di ‘pensiero tragico’ greco, dobbiamo studiare e interrogare la tragedia greca: i suoi temi sono temi tragici, che hanno a che vedere con l’errore commesso dall’uomo, con la sua hybris, con la sua ‘arroganza’, nei confronti della divinità e della natura, con il suo cadere preda di passioni che lo distruggono, come l’ansia del potere, il rancore, l’ amore sbagliato o la gelosia. Questi temi non sono inventati dalla tragedia greca, ma appartengono già ai racconti mitologici che la tragedia mette in scena.

Reputa chela pandemia da Covid-19 abbia acuito la visione tragica del mondo?

Non potrebbe essere diversamente. Semplificando, si può dire che la tragedia rappresenta un’irruzione della morte nella vita: quando avviene qualcosa che porta in contatto l’oscurità della morte e la luce della vita, siamo di fronte a qualcosa che definiamo tragico. Il Covid 19 rappresenta tutto questo, tanto più che si tratta di un elemento che ci sfugge, che non riusciamo a vedere, che non riusciamo e non siamo riusciti a prevenire, di un nemico invisibile che ci accerchia potenzialmente ovunque. L’aspetto tragico del COVID è che c’erano tutti i segni per poter scientificamente prevedere che l’epidemia sarebbe scoppiata: persino la letteratura aveva già raccontato, per quel potere particolare che ha la letteratura di prefigurare gli eventi, quel che poi è accaduto (mi riferisco ad esempio al romanzo Spillover). Ma da tempo gli scienziati avvertivano che i cambiamenti climatici, un ritmo di vita irrispettoso di quelli naturali, la globalizzazione portava in sé il pericolo di un’epidemia globale. Ci dicono anche che non sarà l’ultima pandemia, che ve ne sono altre già dietro l’angolo. Un po’ come Edipo, non abbiamo voluto vedere quello che era sotto gli occhi, e non abbiamo potuto interpretare gli oracoli. La pandemia si è inoltre inserita in un contesto di grande precarietà e diffusa paura, per il terrorismo, ad esempio, per la mai sopita minaccia nucleare, per i focolai di guerra che non si spengono e continuano a mietere vittime, per il precario equilibrio oriente-occidente e per le grandi migrazioni di massa. Se tempo fa è stato detto che la tragedia non è la forma letteraria peculiare della modernità, tuttavia il tragico sembra essere la dimensione propria della contemporaneità.

Letragedie greche si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della tragedia di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

Uno studioso tedesco ha definito la tragedia greca come ‘tragedia della cesura’. Intendeva dire che, dagli anni ’60 del secolo scorso, si è intensificato l’uso della tragedia greca come allegoria per alcuni eventi del presente avvertiti come ‘epocali’: un fenomeno iniziato nel 1968, l’anno celebre delle rivolte studentesche, che furono adombrate, sulle scene tedesche dalla ‘rivoluzione’ dionisiaca delle Baccanti, portate in scena da Richard Schechner nel 1969. Ma i racconti delle tragedie greche servono da sempre per fare da specchio all’attualità: mi è cara, ad esempio, l’ Antigone di Sofocle, che negli anni ‘di piombo’ fu la tragedia più rappresentata, e addirittura sembrava raccontare delle donne protagoniste della lotta armata. Negli ultimi tempi, le rappresentazioni delle Supplici di Eschilo, ad esempio quella molto colorata con la regia di Moni Ovadia per gli spettacoli di Siracusa, sono diventate allegorie delle migrazioni dall’Africa. La pandemia ha portato ad un’intensificazione delle letture dell’ Edipo Re, che inizia, com’è noto, con un’epidemia distruttiva della città. In realtà da sempre la tragedia greca, pur portando in scena racconti mitologici, quindi senza una precisa collocazione temporale e soprattutto già noti, è stata legata all’attualità. Il pubblico ateniese, a teatro, era in grado di ricollegare le situazioni rappresentate nelle tragedie con alcune situazioni contemporanee, forse anche con specifici personaggi della vita politica ateniese. Non bisogna naturalmente esagerare nella ricerca di questi parallelismi e nel sovrapporre la storia evenemenziale alla tragedia. Tuttavia è proprio di questa forma drammatica, e dei miti che propone al pubblico, sapersi adattare alle diversissime situazioni storiche in cui è performata.

La scena italiana contemporanea è attenta alla parola tragica greca?

Direi proprio di sì. Da una parte conta una certa tradizione, come quella degli spettacoli di Siracusa, che nasce invero da un’idea classicistica dell’antichità greca, ma che specialmente negli ultimi anni si sta rinnovando e si sta aprendo a nuove istanze del teatro contemporaneo. Parlo soprattutto delle iniziative della nuova direzione artistica dell’ Istituto Nazionale del Dramma Antico, affidata dal 2019 ad Antonio Calbi, che ha reso gli spettacoli siracusani una vera e propria ‘stagione’. A Siracusa continua ad esserci il rispetto per il testo antico, che viene ritradotto da specialisti, tuttavia le innovazioni registiche esulano decisamente da una riproposizione acritica o addirittura idealizzante delle tragedie greche. Penso che Siracusa si avvii perciò ad essere un centro di ricerca e di sperimentazione performativa sul teatro greco. Ma dalla tragedia greca sono passati e passano tutti i grandi nomi del teatro italiano contemporaneo, da Mario Martone a Emma Dante, da Vincenzo Latella a Massimiliano Civica, da Davide Livermore a Ricci/Forte, da Romeo Castellucci agli Anagoor, e così via, non posso ricordarli tutti e un elenco del resto non avrebbe senso. Grande attenzione alla tragedia greca, nel suo aspetto performativo e nella sua influenza estetica, si ha anche sulle scene tedesche. Non so dire o non so ancora dire se conti in questi due paesi una forte presenza della formazione umanistica. Comunque di tutto ciò ci occupiamo nella nostra rivista e nel nostro blog ‘Visioni del tragico’: http://www.visionideltragico.it/blog/index.php

La notizia del decesso di Maradona ha richiamato con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. Un campione dello sport quale eroe tragico?

La pandemia ha modificato la nostra idea di eroismo, parliamo in continuazione di ‘eroi quotidiani’ a proposito di medici e infermieri, e c’è come bisogno di riconoscimento, da parte di tutti, in questa lotta contro il virus che è davvero difficile. Ad alcuni, è chiesto maggiore ‘eroismo’ che ad altri. Ne ho parlato in un post, ma credo di tornare sull’argomento, che è diventato molto attuale. D’altro canto, anche i discorsi dei politici hanno un tono eroico, perché retoricamente devono invitare alla resistenza o alla resilienza, come si ama dire: ne parlo, ad esempio, qui . Di Maradona, però, si sarebbe parlato anche se non ci fosse stata la pandemia. Coloro che pensano che Maradona sia un eroe, nel senso di un uomo che può servire da esempio per tutti gli altri, pensano anche che sia un eroe tragico, che ha assistito alla propria ascesa e decadenza, dovuta ai suoi eccessi. Non credo sia stato ‘punito’ da un dio o dal destino, gli eroi tragici, né che su di lui ricava un’atavica maledizione. Da quello che ho sentito, lui stesso non si considerava affatto un eroe, e non voleva porsi come modello per nessuno al mondo. L’impressionante folla di chi gli ha tributato un saluto postumo significa che molta gente ha bisogno di eroi. Io continuo a pensare, come nella discussa affermazione di Bertolt Brecht, che un paese che abbia bisogno di eroi è un paese infelice. O meglio: che abbia bisogno di crearsi eroi, e non sa riconoscere gli eroi che si incontrano per caso.

Sotera Fornaro insegna Letteratura greca e Letterature comparate all’Università di Sassari. Dirige il blog ‘Visioni del tragico’ , l’omonima rivista, e l’OJS: ‘Archivi delle emozioni’.

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