Pane e Ferro. Il Novecento, qui da noi

I protagonisti del suo romanzo sono i “metalmezzadri”? Ebbene, perché questa crasi?

Metalmezzadri è parola radicata soprattutto tra Friuli e Veneto, e in alcune altre campagne dell’Italia profonda, la più contadina. Donne, uomini, spesso fanciulli, che tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento sono passati dalla terra alla fabbrica in un tempo brevissimo, da vera rivoluzione sociale e direi antropologica, dal coltivare i campi all’avvitare il ferro, un popolo di centinaia di migliaia di italiani che per due decenni hanno tenuto assieme due mondi, quello del prima, antico quasi mille anni, la mezzadria appunto, e quello del dopo, nuovo, l’operaio del metallo, lavorando di giorno la terra e la notte in catena di montaggio, la settimana da una parte, il sabato e la domenica dall’altra, senza tregua, senza riposo, senza o con pochissimi diritti. In quei due decenni, denominati in maniera sciocca e infantile “boom economico”, la schiena ce l’hanno messa loro: i metalmezzadri. Che io chiamo “Popolo del Pane e del Ferro”. Spesso dimenticato, sempre poco narrato, e quando è stato raccontato, lo hanno fatto quasi solo poeticamente, svuotandolo quindi del vero impegno, che è stato quello d’aver costruito l’unica Italia possibile, la nazione della fatica, del sudore, irrimediabilmente povera.

L’industria, figlia di un capitalismo gaio, ha arricchito il Nord-est e sedotto ed abbandonato il Sud dell’Italia?

L’Italia non è mai esistita, né culturalmente né tantomeno industrialmente. Le divisioni culturali e le fratture industriali, tra Nord e Sud, come ben sappiamo non sono mai state sanate, ma nemmeno affrontate. Su questo la discussione è ampia e probabilmente interminabile; tuttavia, per quanto mi riguarda, nei libri ho provato, dal mio avamposto di periferia, a tracciare un’idea. Detto ciò, semplificando, sappiamo bene che il Sud paga una secolare povertà industriale, mentre il Nord, e questo lo si dice meno, lo si nasconde, paga invece una decennale deturpazione del territorio, della terra, delle tradizioni, delle geografie, delle culture, in sostanza direi anche delle vite. Il costo industriale, perché l’industria porta sì danaro ma chiede in cambio molto, più spesso troppo, insomma quel costo si è pagato con intere regioni distrutte dagli enormi poli industriali e produttivi, dalla cementificazione incontrollata, dalla devastazione territoriale, e da una vera e dolorosa trasformazione antropologica, come quella dei metalmezzadri. Per esempio, quanto costa, oggi che l’industria si sta disgregando, fallendo, spostando, la perdita di culture locali e diversità naturalistiche, millenarie, svendute sull’altare della produzione di massa? Nessuno, dal 1866, ne è uscito bene, dalla forzata creazione d’una nazione mai nata, in quanto mai unita.

“Pane e ferro” incede dall’alba del 1895 al tramonto del 1999. E’ un romanzo storico. Quanto diverge dal genere codificato dalla letteratura?

Totalmente diverge. In quanto è romanzo ma anche saggio, porta una storia famigliare lunga tre generazioni, ma contiene anche dati, tabelle, passaggi saggistici, ampie digressioni storiche. Ho sempre scritto, lavorato, dai romanzi agli articoli, sul Novecento e le sue trasformazioni, e non sono mai riuscito a farlo seguendo un “genere”; cioè non ho mai voluto scrivere attenendomi a “generi” letterari. Artisticamente mi sento libero, e così avanzo. Credo sia uno dei principi di questi venti anni di scrittura e pubblicazioni, non aver mai avuto generi da seguire, ma solo storie da scrivere.

Pasolini, Céline, Maniacco, Camus, Houellebecq, Updike, Roth, De Lillo, Gramsci. Chi sono i suoi mentori e quanto il suo realismo guarda ancora a Verga?

A Verga, uno scrittore come me, deve sostanzialmente tutto, o quasi. Nel senso che al primo che apre una strada letteraria, si deve necessariamente riconoscere una paternità. Lo definirei il nostro Balzac, per sguardo, ma ribadisco soprattutto per importanza. Detto questo, e riprendo ciò che intendevo più sopra, l’Italia non ha e non può avere una cultura davvero nazionale, come Francia o Inghilterra. Per questioni storiche di nazione troppo giovane, e ribadisco, mai unita. I nomi da lei citati sono importanti per svariati motivi, da Pasolini a Turoldo a Maniacco, in quanto sono i tre pilastri della mia cultura, del mio essere friulano al tempo d’oggi; Balzac, Hugo, Camus, perché trovo la letteratura francese la più grande d’ogni tempo, addirittura, a mio parere, sopra quella russa; alcuni americani per la forma postmoderna, dove inevitabilmente sono maestri, anche se a me gli americani non piacciono, cioè li sento poco e niente. Gramsci, perché non si può ambire a scrivere letteratura sociale senza aver letto, meglio studiato, Gramsci. Tuttavia, ci tengo a un punto, nella mia formazione, non essendo uno scrittore italiano, ma friulano-veneto, i maestri più influenti che ho ascoltato sono senza nome, contadini, operai, anziani, ragazzi di vita, un popolo senza storia, da cui traggo ispirazione quotidiana, oltre che l’argot, come lo chiamava Céline. E uno scrittore realista non può che essere le voci che sente.

Avevo la pelle delle mani ancora tenera, da spaccarsi con niente; la crosta operaia sarebbe arrivata dopo mesi, le pelli più delicate anche dopo un anno; erano mani poco più che bambine, abituate ai quaderni e ai colori pastello, giallo rosso verde blu, e ai lavori in casa e in stalla, ma per fare i veri calli del ferro la carne deve spaccarsi, guarire, spaccarsi nuovamente, riformarsi, spaccarsi per la terza volta e oltre al sangue spurgare pus, giallastro, e ancora un paio di volte, e solo allora puoi dire d’avere messo la crosta d’operaio. Prima è dolore. Dopo non fa male niente.

Perchè mai dopo non fa più male?

Quel passaggio di Pane e Ferro, come in verità tutto ciò che ho scritto nei miei dieci libri, porta come accennavo un argot, una voce popolare. Chi ha lavorato in fabbrica da operaio o da contadino nei campi, io per esempio fui, per alcuni anni, un giovane operaio prima del legno, poi del ferro e infine della plastica, sa bene quanto sia reale ciò che scrivo, sa bene come i tagli del corpo, a volte vere amputazioni, portino un’abitudine, ai gesti, alla ripetizione dei gesti, e al dolore, alla ripetizione del dolore. Fino a farne un marchio, un compagno alla catena di montaggio come sulla zolla. Ecco che abbiamo trovato l’unico punto che ha sempre unito gli italiani: la fatica, il sudore, che sia sopra la terra o dentro una fabbrica.

Massimiliano Santarossa è uno scrittore. Ha pubblicato i romanzi:Storie dal fondo, Biblioteca dell’Immagine, 2007; Gioventù d’asfalto, Biblioteca dell’Immagine, 2009; Hai mai fatto parte della nostra gioventù?, Baldini Castoldi Dalai editore, 2010; Cosa succede in città, Baldini Castoldi Dalai editore, 2011; Viaggio nella notte, Hacca edizioni, 2012; Il male, Hacca edizioni, 2013; Metropoli, Baldini&Castoldi, 2015; Padania, Biblioteca dell’Immagine, 2016; Pane e Ferro, Biblioteca dell’Immagine, 2019. Ha redatto l’opera teatrale: Solitari, Padani, Umani? (testo teatrale/musicale scritto con il cantautore Pablo Perissinotto), E.B.I. Multimedia, 2017. E’ presente nelle antologie: L’Ippogrifo. Antologia, n° 10, 11, 12, 13, 14, 15, Editrice al Segno, anni 2002, 2003, 2004, 2005, 2006; Pordenone. Antologia dei grandi scrittori, a cura di Gian Mario Villalta, Biblioteca dell’Immagine, 2012; Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale, a cura di Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo, Laterza, 2013; Ad infera. Antologia di racconti teologici, Progjet Colonos, 2013; Levia gravia. Cinquant’anni dopo: letteratura e industria, Edizioni dell’Orso, Università di Torino, 2014; Gli stonati. Manifesto letterario, a cura di Alessio Romano, Neo edizioni, 2017. Ha realizzato i reportage: Viaggio a Nordest, reportage giornalistico in tre puntate, pubblicato nei cinque Quotidiani veneti e friulani del Gruppo l’Espresso, novembre 2017 – gennaio 2018; Pamphlet Nordest, in solo ebook, collana Collirio, Antiga Edizioni, 2018; Le parole al tempo del virus, reportage giornalistico/storico in sette puntate, pubblicato nel quotidiano Messaggero Veneto, marzo – aprile 2020.

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