Marxismo e filosofia della praxis: Da Labriola a Gramsci

Nel terzo saggio sul materialismo storico di Antonio Labriola, intitolato Discorrendo di socialismo e di filosofia, ricorre per la prima volta l’espressione filosofia della praxis. Qual è il significato di siffatta formula?

La formula “filosofia della praxis” venne utilizzata da Labriola nel terzo saggio sul materialismo storico ma rappresenta il risultato di una riflessione abbastanza lunga, che risale ai primi due saggi e, in particolare, al secondo di essi (Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare). Attraverso uno studio originale delle opere di Marx, egli aveva indicato nel lavoro il principio della storia umana, il momento, cioè, in cui la storia umana si distacca dalla storia naturale intesa in senso darwiniano, determinando un ambiente “artificiale”. Anche senza conoscere gli scritti giovanili di Marx (che verranno pubblicati nel Novecento), Labriola era convinto che il marxismo esprimesse una filosofia originale, diversa dal materialismo e dall’idealismo tradizionali. La filosofia della praxis indicava appunto il “midollo” e il “nocciolo” di questa nuova filosofia (il “marxismo teorico”, come lo definirà Benedetto Croce), irriducibile alla metafisica del passato. Il confronto con Marx e con il suo amico Engels rimase perciò fondamentale, ma è anche vero che nell’idea di una filosofia della praxis confluirono altre fonti, che provenivano da tutto il percorso intellettuale precedente all’incontro con il marxismo. Tra queste fonti è necessario ricordare il magistero di Bertrando Spaventa, i cui temi fondamentali – la riforma della dialettica hegeliana, l’intelletto pratico, la teoria della circolazione del pensiero europeo – entrarono nella filosofia della praxis e aiutarono Labriola a mettere a fuoco i principali nodi teorici della dottrina.

Il marxismo teorico in Italia si configurò come un unicum nell’orizzonte europeo.

Qual è la specifica prospettiva critica di cui si fece promotore il marxismo italiano?

Bisogna pensare al quadro intellettuale in cui agirono autori come Labriola e Gramsci. Il primo si trovò di fronte il marxismo della Seconda Internazionale, cioè l’ortodossia di Kautsky e il revisionismo di Bernstein, oltre al socialismo italiano, ancora fondato in larga parte sulle categorie del positivismo. Per primo (non solo in Italia) Labriola si richiamò direttamente all’opera di Marx, leggendolo nella lingua originale e acquistandone una conoscenza ragguardevole, e rivendicò al marxismo teorico il carattere di una filosofia indipendente e originale. Gramsci, che nel 1924 era stato nominato segretario generale del Partito comunista, vide sorgere la nuova ortodossia del materialismo dialettico, presto ossificata e resa scolastica dal potere staliniano. Fin dalla lettera che scrisse al comitato centrale del partito russo nell’ottobre 1926, segnalò i pericoli della situazione del comunismo sovietico e internazionale. I suoi Quaderni del carcere, a partire dalle critiche a Bucharin, delineano l’immagine di un marxismo diverso e alternativo, unico nel suo tempo. Possiamo dire che Labriola e Gramsci, ciascuno nella propria epoca, rimasero isolati nel movimento operaio internazionale. Solo quando quelle “ortodossie” entrarono in crisi, si cominciò a riconoscere il valore innovativo del loro pensiero.

Gramsci adoperò l’espressione filosofia della praxis per formulare la complessa controversia relativa alla determinazione del ruolo della soggettività politica nella democrazia moderna.

Come nasce la categoria di egemonia?

La categoria di egemonia ha una storia lunga e importante, che inizia nella Grecia classica, da Erodoto agli stoici, e che prosegue nel corso dell’Ottocento specie in Italia e in Germania. I bolscevichi, a cominciare da Lenin, la avevano ripresa da questa lunga storia, forse con la mediazione di Kautsky, per indicare la base sociale della rivoluzione nell’alleanza tra operai e contadini. Operai e contadini rappresentavano i soggetti della rivoluzione russa, ma la gegemonja, l’egemonia, la guida, spettava alle classi produttive delle fabbriche urbane. Gramsci prese da lì la formula, la elaborò già nel suo soggiorno a Mosca, ma ben presto cominciò a trasformarla in profondità. Nell’articolo del 1926 sulla questione meridionale, il nodo dell’egemonia (e quello degli intellettuali, che vi è strettamente legato) diventò la chiave per leggere il rapporto Nord-Sud come problema fondamentale della vicenda nazionale italiana. Ma fu nei quaderni che l’egemonia diventò una categoria centrale del suo marxismo. Nelle riflessioni più mature del carcere, l’egemonia non indicava più soltanto l’alleanza tra operai e contadini, ma una funzione generale della politica e della democrazia moderne. Come lei accennava, Gramsci metteva il concetto di egemonia al centro di una nuova teoria del soggetto, considerato non più come un presupposto (come qualcosa di dato nella struttura economica) ma come un risultato del processo storico, come una combinazione originale di diversi fattori. Anche oltre Marx, questa era la teoria del soggetto politico adeguata al livello di complessità conseguito dalle società di massa e dalle democrazie contemporanee.

Labriola e Gramsci sono accomunati dalla capacità di disserrare uno sguardo critico sulla decodificazione della filosofia marxiana.

Qual è il nesso teorico che lega i pensatori citati?

Per lungo tempo il rapporto fra Gramsci e Labriola non è stato riconosciuto. Ancora nell’edizione tematica dei Quaderni dal carcere, uscita per Einaudi tra il 1948 e il 1951, il curatore Felice Platone riteneva che l’uso, da parte di Gramsci, dell’espressione “filosofia della praxis” dipendesse dalla opportunità di non insospettire la censura carceraria. In realtà Gramsci cominciò a usare quella formula, riprendendola da Labriola, proprio per significare una nuova teoria del marxismo. Inoltre, negli stessi quaderni si parlava della «necessità di rimettere in circolazione Antonio Labriola e di far predominare la sua impostazione del problema filosofico». È evidente che il marxismo di Gramsci non è più quello di Labriola, perché c’è una considerazione diversa del soggetto politico, ma è anche chiaro che Gramsci riconobbe nell’opera di Labriola un precedente importante, forse l’unico, tra i marxisti di fine Ottocento, meritevole di essere ripreso e continuato. Ciò che legava Gramsci a Labriola era proprio l’indicazione della filosofia della praxis, l’idea che il marxismo costituisse una filosofia, un pensiero autonomo, capace di oltrepassare i limiti del vecchio materialismo e dell’idealismo. Inoltre Gramsci trovava in Labriola un metodo adeguato per la lettura di Marx: un metodo critico, non ortodosso, anche se non revisionistico in senso classico.

La riflessione sulla relazione tra dimensione nazionale e dimensione internazionale esprime un punto critico meritevole ancora oggi un’accurata disamina?

La relazione nazionale-internazionale venne resa esplicita da Labriola nel quarto saggio postumo, Da un secolo all’altro. Ma è il punto fondamentale di tutto il pensiero di Gramsci. La prospettiva di Gramsci è sempre globale, il suo sguardo è sempre rivolto al mondo, ai processi lungo periodo della storia universale. Il soggetto politico deriva dalla combinazione originale tra fattori mondiali e fattori nazionali. Il moderno principe è colui che sa combinare, con una specie di “paragone ellittico”, il globale e il nazionale. Anche quando sembra concentrarsi su aspetti della storia nazionale, Gramsci ha sempre ferma l’attenzione sui grandi processi internazionali. Il Risorgimento italiano, per esempio, può essere compreso soltanto all’interno di una rivoluzione passiva di tipo europeo, come quella che impegna la politica continentale dopo la Rivoluzione francese. D’altronde Gramsci espresse con precisione la centralità di questa relazione nella teoria della traducibilità dei linguaggi scientifici e filosofici, dove spiegò che la grande politica nazionale deriva dalla capacità di “tradurre” il senso globale della storia e, al tempo stesso, di contribuire alla sua formazione. Anche negli anni trascorsi in un carcere speciale, poi in una clinica, quando le informazioni dall’esterno erano poche, Gramsci continuò a interrogarsi sul destino del mondo. Fin dagli anni giovanili, di fronte al tentativo di Wilson di creare una società delle nazioni, aveva indicato il problema fondamentale nella contraddizione fra una economia diventata “cosmopolita” (globale, come oggi diremmo) e una politica sempre più chiusa nel nazionalismo. La politica aveva perso la capacità di governare i processi reali della produzione e della finanza, soffriva di una asimmetria con il mondo economico e perciò tendeva a chiudersi nella difesa delle proprie frontiere. “Conguagliare” la ragione politica ai processi economici globali rappresentava perciò il grande passaggio di epoca, il compito di una “economia programmatica”, come la definì nel Quaderno 22. Mi sembra che questa diagnosi sia ancora attuale, che il problema indicato da Gramsci è ancora il nostro, in una epoca divisa tra un mercato globale e una politica fatta di confini e divisioni, dove continuano a emergere tentazioni nazionaliste e sovraniste.

Marcello Mustè, laureato in filosofia con una tesi su Marx, dal 1984 al 1987 è stato borsista dell’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli, dove ha svolto attività didattica e di ricerca, collaborando con Gennaro Sasso. Dal 1985 al 1987 è stato redattore della “nuova serie” della “Rivista trimestrale”. Nel 1991 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca alla Sapienza. Dal 1997 al 2005 ha lavorato alla “Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici” dell’Università “La Sapienza” in qualità di “Segretario e Curatore dell’archivio e della biblioteca di Gentile”. È stato professore a contratto di Storia della filosofia dal 2001 al 2007. Attualmente è professore di filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma.È membro del Consiglio scientifico della Fondazione Gramsci e della Commissione scientifica per la Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. Ha collaborato con l’Enciclopedia Italiana, in particolare ai volumi: Il contributo italiano alla storia del pensiero. Filosofia (ottava appendice), Enciclopedia machiavelliana e Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa. Ha diretto la rivista Novecentodal 1991 al 1999. Fa parte del Comitato scientifico di alcune riviste, tra cui: “Giornale critico della filosofia italiana”, “Annali della Fondazione Gramsci”, “La Cultura”, “Filosofia italiana”. Scrive su diverse riviste scientifiche, tra le quali, con maggiore continuità: “Giornale critico della filosofia italiana”, “La Cultura”, “Studi storici”, “Filosofia italiana”. Nel 2016 è stato nominato dal Ministero dei beni culturali Segretario del “Comitato nazionale per il bicentenario della nascita di Bertrando Spaventa”. Dal 2012 al 2016 ha insegnato Ermeneutica filosofica, in qualità di Visiting Professor, alla Pontificia Università Antonianum.

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