Diario vittoriano

Diario vittoriano: su quali temi si innesta la sua riflessione?
Mi capita spesso di rendermi conto che l’umanità si è lasciata guidare da regole, comandamenti, modi di pensare dettati, di volta in volta, da chi, rappresentante di un culto, di una religione, di una filosofia, di una raccolta di leggi, si sia arrogato il diritto di stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Il concetto di bene contrapposto al male è alla base del nostro ritenerci – a torto o a ragione – brave persone. Ma la storia ci insegna che molto spesso le brave persone si sono date il compito di tormentare chiunque osasse avere un diverso punto di vista. Ho ambientato la mia riflessione sull’amore che non osa pronunciare il suo nome in un’epoca mediamente lontana dalla nostra. Ma ancora oggi esistono realtà nelle quali la più naturale delle pulsioni, amare, deve corrispondere esattamente al punto di vista della maggioranza, pena il rifiuto, l’esclusione, il giudizio e la persecuzione. Vorrei che leggere le mie pagine riuscisse ad aprire uno spiraglio di dubbio.
Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. Le loro personali strade adoperano flashback che compongono un puzzle di notevole impatto emozionale.
Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione?

Raccontare una storia È memoria. È ripercorrere vicende accadute (o solo immaginate) per riviverle, fissarle, renderle durature. L’espediente del diario è stato spesso usato in letteratura, non ho inventato nulla. Ma nel personaggio di Robert – l’estensore e il custode delle memorie del Diario vittoriano – ho trasfuso un mio atteggiamento. Amo esaminare le scelte e gli eventi del passato per ritrovare in essi le fondamenta del mio presente. Ogni scelta deriva dal vissuto. E la stessa scrittura è frutto di una difficile alchimia tra ciò che si è letto, sognato, sperimentato e la capacità di renderlo in parole, personaggi, storie. Non amo un certo tipo di narrativa che indulge in modo evidente sull’autobiografico. Ma chiunque scriva, lascia una traccia di sé sulla pagina. Ancora una volta, lascia una memoria.

Un romanzo storico è un’opera narrativa ambientata nel passato, con un’accurata ricostruzione dell’epoca attraverso atmosfere, costumi, usanze, condizioni sociali e mentalità dei personaggi principali. In questo modo, esso trasmette lo spirito di un periodo storico attraverso dettagli realistici, intrecciando le vicende narrative con eventi realmente accaduti e documentati. Lei narra dell’età vittoriana.
Ebbene, quanto il suo romanzo trasgredisce siffatto tentativo di definizione, abbattendo i confini del genere?

Sono convinta che ciò che ci perviene di un’epoca, anche se relativamente vicina come può esserlo l’età vittoriana, cada vittima di uno sforzo di livellamento. Ci viene detto che tutte le persone vissute in quegli anni hanno tenuto un certo atteggiamento, hanno rispettato determinate regole, hanno accettato un destino fissato dalle convenzioni sociali. Ma non è vero. Non lo è mai, per nessuna epoca. Sappiamo che gli anni dal 1837 al 1901, ovvero gli anni di regno della regina Vittoria, sono stati caratterizzati da una serie di caratteristiche ben precise: progresso industriale, proletarizzazione selvaggia della popolazione, relegazione della donna nei ruoli canonici di moglie e madre, ipocrisia sociale. La reputazione come valore assoluto e imprescindibile. L’omosessualità esisteva, era estremamente diffusa, come testimoniano i dati relativi alla prostituzione maschile, ed era praticata in tutte le fasce sociali con una certa libertà legata al “nasconditi bene e io fingo di non vederti”. Di Oscar Wilde e del suo “Bosie” tutti sapevano, ma quando la vicenda approdò in tribunale e non fu più possibile fingere di non sapere, scattò la condanna ai lavori forzati e la “morte civile” dello scrittore. Stesso discorso per l’etichetta legata alla condizione aristocratica. Mi sono presa delle libertà? Sì, il mio conte di Lennox non frequenta i club degli aristocratici e rifugge le occasioni mondane, ha cose più importanti da fare. Sarebbe stato un reietto? Sì, ma mi sono documentata e di aristocratici allergici alle regole l’Inghilterra è sempre stata ricca, a dimostrazione che, sì, esistevano dei paletti, ma ci sono sempre stati individui che hanno saputo aggirarli o saltarli a piè pari.

Pensando alla sua attività giornalistica, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?

Esiste un’iconografia del giornalista che si nutre della figura del cronista pronto a correre qualsiasi rischio in nome della verità. Ma chi svolge il mio mestiere ha il compito di raccontare la realtà dei fatti, di esporre la nuda cronaca senza prendere posizione, senza aderire a tesi precostituite. La verità deve emergere dalla cronaca, se ben fatta, direttamente nella mente del lettore. Nessuno mai dovrebbe pretendere di detenere la verità. I fatti, quelli sì. E le prove alla base di quei fatti. La spinta all’azione, secondo me, viene piuttosto dal concetto di giusto e sbagliato. È giusto – per fare un esempio – rivelare che certa politica ha permesso la contaminazione di interi territori con rifiuti tossici in cambio di un fiume di denaro? Lo è, e allora il cronista si adopera per raccontare le cose come si sono effettivamente svolte. Agisce seguendo un proprio codice morale ed etico. E, spesso, paga a caro prezzo la fedeltà a se stesso.

La sua preziosa narrazione illumina anche il disgraziato, il derelitto, lo scarto umano, il microscopico. In fondo, è la biografia di tanti. Ha avuto uno scopo di liberazione di quei tanti, appunto, abusati da pregiudizi, malelingue, offese e pubblico giudizio? È il rinascimento degli invisibili?

L’età vittoriana – Dickens ce lo insegna – è l’epoca in cui i ricchi si scoprono, all’improvviso, filantropi. Di una filantropia ipocrita che trovava la massima espressione nell’orrore delle poor-house. Ci si spacciava per benefattori e si guadagnava manodopera a bassissimo costo. La Londra della regina Vittoria era una metropoli immensa, con quasi cinque milioni di abitanti, con un tasso di mortalità tale da intasare i cimiteri e rendere un problema lo smaltimento dei cadaveri. La narrazione legata al periodo spesso punta i riflettori sulle magnifiche residence, le feste, gli abiti, le carrozze, gli amori che riguardavano una minima parte delle persone. Ho voluto immaginare un aristocratico che, costretto nell’infanzia ad affrontare un vero e proprio inferno e a conoscere degrado e povertà, abbia voluto, una volta ottenuto il proprio posto nel mondo, mettere patrimonio e potere al servizio di tutti quegli invisibili lasciati perire lungo le strade e considerati dai più fortunati come sporcizia da nascondere sotto un bel tappeto di convenzioni sociali. Per il conte di Lennox salvare un bambino o assistere una famiglia in difficoltà è più importante di qualsiasi evento mondano o dell’ammissione all’esclusivo White Club. Ed è questo che l’alta società londinese non gli perdona: essere il solo disposto a guardare negli occhi la povertà e renderla visibile a tutti.

Laura Costantini nasce a Roma ed è una “boomer” rea confessa. Amante della scrittura da sempre ha rincorso e raggiunto l’obiettivo di svolgere la professione giornalistica. E di pubblicare romanzi spaziando tra generi ed epoche. Ha pubblicato tredici romanzi a quattro mani con Loredana Falcone (amica e socia di scrittura) e nove titoli (tra cui un saggio) firmando da sola. Di questi fanno parte i quattro volumi della serie “Diario vittoriano” (goWare) cui si aggiungono tre contenuti speciali sempre legati alla serie.
Molto presente su Facebook e Instagram, ama scoprire libri e autori senza lasciarsi guidare dalle classifiche delle vendite.

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