Un eroe che non torna a casa

Intervista con Luca Cangianti e Mazzino Montinari, coautori del Viaggio rivoluzionario dell’eroe (Mimesis, 2020)

Il viaggio rivoluzionario dell’eroe. Narrare, conoscere, ribellarsi: da quali riflessioni nasce il progetto di questa raccolta di saggi?

Ci sono due modi per rispondere a questa domanda. Il primo, di carattere più bibliografico, riguarda l’interesse maturato verso alcune opere come L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell e Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler e poi, a cascata, nei confronti dei saggi, romanzi, film che ritroviamo lungo tutto il libro. Opere suggestive che indicano diversi percorsi critici possibili intorno alla figura così complessa dell’eroe. Un tema, si direbbe, insidioso, che può far scivolare chi se ne occupa nelle paludi della più scontata retorica.

Esiste, però, un’altra motivazione, più profonda, che ha attraversato il nostro gruppo. A differenza di molti testi composti da saggi di autori vari, Il viaggio rivoluzionario dell’eroe è prima di tutto la scoperta di cinque autori che si sono ritrovati nuovamente insieme a riflettere su temi comuni. Normalmente, in queste operazioni editoriali, esistono uno o più curatori che per vari motivi scelgono un argomento e poi pensano ai saggisti che se ne potrebbero occupare. In questo caso, è avvenuto il contrario, cinque persone con biografie e percorsi esistenziali diversi, ma con sentimenti e sensibilità affini, si sono fermate, hanno ripensato a quelle biografie e percorsi, e hanno deciso di condividere esperienze, riflessioni, letture, frustrazioni, paure, speranze e desideri, insomma quello che ognuno aveva dentro di sé. Il giorno del primo incontro nessuno di noi poteva immaginare che ci saremmo ritrovati tre anni dopo con un libro pubblicato. Tuttavia, a parte la consuetudine del mangiare e bere insieme, tradizione che la pandemia ha sospeso e che aiutava ognuno di noi a uscire dal proprio ambiente (talvolta oppressivo), da subito è emerso un interesse inaspettato verso l’eroe, cioè verso quella figura che si ritrova, tra innumerevoli quesiti, a dover fronteggiare la propria solitudine e, contemporaneamente, lo stare insieme agli altri, il dover comprendere le proprie abilità e il farne uso, la volontà di cambiare il mondo e agire di conseguenza per non tornare al punto di partenza.

Nessuno di noi, evidentemente, è un eroe, ma la condizione che pervade la sua esistenza, quella appartiene a tutti. E su questo (anche se non in modo esclusivo) abbiamo indagato.

L’Ulisse dantesco, Frodo e l’impresa post-cubana del Che contraddicono la teoria di Christopher Vogler. Quali altri tipi di viaggio si profilano?

Vogler costruisce un modello di grande utilità per l’industria cinematografica. Tale struttura trae la sua forza dal fondamento materiale incarnato nel viaggio come metafora della vita e nell’eroe come archetipo della soggettività agente. Questo sforzo monistico ha il pregio di individuare delle invarianti, ma è innegabile che le vite e le soggettività possano essere di vario tipo, almeno per alcuni versanti specifici. Noi abbiamo cercato di esplicitare e valorizzare i casi devianti in cui l’eroe non torna a casa restaurando l’ordine violato dall’attacco dell’antagonista. Lo abbiamo fatto perché spesso i problemi più devastanti del nostro tempo sono provocati proprio dallo status quo. Quindi non c’è gran che da restaurare. Per questo motivo abbiamo analizzato narrazioni in cui il protagonista si ferma a combattere nel mondo straordinario o, come nel caso femminile, allunga indefinitamente il suo percorso. Se Che Guevara si è trasformato in una icona mondiale è proprio perché, una volta portata a termine la rivoluzione, non ha messo su la pancia, non si è trasformato in un burocrate, ma ha ripreso il cammino. Come l’Ulisse dantesco, per l’appunto, come Frodo dopo la liberazione della Contea dallo spietato dominio di Saruman. Pensiamo, in fondo, che le storie che finiscono siano reazionarie (o quanto meno conservatrici), preferiamo quelle che invitano il lettore a immaginarne un seguito oltre l’ultima pagina del libro o i titoli di coda; pensiamo che l’eroe sia più forte là dove continua a interrogarsi sul suo statuto e la sua missione anche una volta che l’abbia terminata.

Il soggetto studiato da Campbell e da Vogler è stato rappresentato in modo monodimensionale dai media nei giorni più duri della pandemia. La sua efficacia si consuma nell’area di un claim emozionale?

Il termine “eroe” è stato usato dai media mainstream con accenti così stucchevoli che i destinatari di tali giudizi adulatori ne sono rimasti perfino indispettiti. Ciò si è sommato a una precedente immagine patriarcale e spesso guerrafondaia dell’eroe con la quale si sono blandite persone mandate al massacro per interessi discutibili. Questa retorica tuttavia non ci deve far dimenticare che Batman, Maradona e Wonder Woman non sono solo personaggi (reali o fittizi) dai poteri straordinari, ma concrezioni dell’immaginario collettivo – un orizzonte che per noi è un campo di battaglia politica e culturale fondamentale.

Una scritta proiettata su un edificio di Santiago del Cile nell’autunno del 2019 recitava: “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. Può commentare questa asserzione rispetto a ciò che spinge il protagonista all’azione, al farsi soggetto?

Quella scritta, che abbiamo usato nell’introduzione, è una formula semplice ed efficace. Utile per far capire nell’immediato l’urgenza di un’azione che sovverta lo stato di cose esistente. Andando oltre lo slogan, resta la questione complessa di comprendere intanto cosa sia la normalità, come si possa contrastare, quali poteri siamo in grado di poter utilizzare, perché proprio noi dovremmo averli (che da quella normalità proveniamo), chi convincere per intraprendere il viaggio rivoluzionario. E poi, la questione più complessa: il viaggio può avere una meta? È possibile che finisca e che, terminando, non riproponga lo stesso paesaggio di prima? Allora per rispondere alla domanda, il proclama è importante (chi vorrebbe mai tornare in un mondo dove chi si ammala è abbandonato, dove l’aria è irrespirabile, dove le ingiustizie colpiscono i tanti e consentono ai pochi di accumulare sempre più potere e ricchezze?), ma di per sé non garantisce alcuna spinta all’azione, non risolve, quanto meno da un punto di vista teorico, il tema della decisione che ne è alla base.

E poi esiste un’altra questione importante. Che sia giusto uscire dalla normalità è un dato. ma anche Donald Trump e prima di lui altri, si ponevano come dei distruttori dello status quo. Al punto da immaginarsi impropriamente come i fautori dell’apocalisse. Una volta di più, siamo chiamati in causa senza poterci appellare a formule e manifesti. È difficile; ma d’altro canto, in un contesto diverso, non si diceva che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”?

Dati i contributi forniti dai saggisti, qual è la peculiarità dell’eroe donna?

In un uno dei cinque saggi, quello di Luca Cangianti, si ipotizza attraverso degli esempi cinematografici una peculiarità: il viaggio dell’eroe femminile non termina mai. In altre parole, in questo mondo, il campo di battaglia, soprattutto per le donne, non ha un limite. Una conquista non può definirsi definitiva. Un assunto che dovrebbe valere anche per l’eroe maschile, forse eccessivamente auto-compiaciuto del proprio agire.

In realtà, il libro, al di là dell’esempio appena citato, non indaga specificamente il problema del genere. E non perché non sia fondamentale. Nei cinque saggi (e nella post-fazione), nonostante i riferimenti concreti a eroi positivi e negativi, si indagano le condizioni di possibilità dell’essere eroe in senso filosofico e politico generali, prima ancora che questi possa identificarsi in uno o più generi.

Antongiulio Penequo è un epistemologo brasiliano. L’omonimo gruppo di studio che si ispira al suo pensiero lo ha incontrato a Villa Mirafiori, nella facoltà di Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”. Da quella frequentazione, sulla scia della Guerra del Golfo, del crollo del socialismo reale e dell’affermarsi della produzione postfordista, presero il via nei primi anni Novanta due cicli di seminari riguardanti i rapporti tra struttura sociale e ideologia. Nel febbraio 2017 il Gruppo di Studio Antongiulio Penequo ha ripreso i lavori dedicandosi all’analisi interdisciplinare della figura dell’eroe. Alcune di queste riflessioni sono state sintetizzate in una serie di articoli pubblicati sulla webzine «Carmilla» e poi approfondite nel volume Il viaggio rivoluzionario dell’eroe, a cura di Antongiulio Penequo con prefazione di Gioacchino Toni (Mimesis, 2020). Gli attuali componenti del gruppo di studio sono: Luca Cangianti, Fabio Ciabatti, Gabriele Guerra, Maurizio Marrone e Mazzino Montinari.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...