Saffo ritrovata

Saffo, probabilmente, è la poetessa più celebre dell’antichità, innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita. Lei ha preferito esser fedele ai testi. Dove risiede la ragione di questa scelta?

Ho letto e amato la poesia di Saffo da sempre, mi è da subito apparsa come la poetessa che meglio nel mondo antico ha unito la bellezza e il desiderio della vita, la mia scelta deriva dalla volontà di avvicinarmi al testo attraverso il lessico della grazia e della delicatezza e di riconoscere però in questo lessico un passaggio profondo e intellettuale, etico ancor prima che estetico.

Cosa era andato perduto di Saffo, che pur alimenta sussulti e tremiti dal VII sec a.C.?

I pochi testi che possediamo risalgono all’edizione dei filologi alessandrini e ci sono pervenuti o per papiri o per citazioni di scrittori di età ellenistica e romana.

La poetessa di Lesbo e l’omosessualità. Lei ne arricchisce i termini. Potrebbe spiegarci come si coniuga ad una rivista immagine casta?

La sessualità omoerotica greca femminile all’interno del tiaso aveva una funzione educativa e le ragazze uscite dal tiaso si sposavano, tuttavia i sentimenti che si creavano veniva cantati come un’esperienza di pienezza non nell’attesa di altro, come passione dei corpi, dato che Afrodite si manifestava nella potenza erotica che esercitava sui corpi.

Professore, quale fu il rapporto di Saffo “veneranda” con le allieve all’interno del tiaso?

Va aggiunto alla risposta già data che l’amore, così come la poesia, attraversava come un’onda il tiaso e non era un’esperienza solo individuale. Se l’io poetico va letto come plurale anche l’esperienza amorosa va intesa come qualcosa che riguarda la comunità. Naturalmente i soggetti nel mondo greco sono sempre comunque l’amato, l’amante e il dio, ma in più nel tiaso la relazione era educativa e in qualche modo collettiva.

47: Eros colpisce mio cuore / come raffica di venti su querce montane; 102:Dolce madre, proprio non riesco a tessere questa tela / da desiderio d’un ragazzo vinta / per Aphrodite leggera; 168 B:Selene e Pleiades tramontate, / notte a mezzo, / tempo scorre. / Sono sola.

I precedenti sono alcuni esempi della sua traduzione. Professore, quanto è difficile tradurre la leggerezza?

Certo abbiamo nella nostra memoria il titolo del romanzo di M. Kundera “l’insostenibile leggerezza dell’essere” e la ricerca della leggerezza è continua nel nostro tempo, ma la lingua italiana ha una lunga diffidenza nei confronti di questa parola. In Dante le anime di Paolo e Francesca sono leggere: “E paiono sì al vento esser leggieri”, come se la leggerezza derivasse dall’affanno amoroso che unisce i personaggi anche nell’Inferno e anche dalla colpa alla quale si sono opposti con minore forza. In Saffo invece Afrodite spinge Elena ad abbandonare il marito e lo fa con leggerezza, Elena non è colpevole. Ma la leggerezza come ho cercato di mostrare nel testo è anche una scissione tra la delicatezza e bellezza dei corpi e la violenza che li deturpa. Nell’Iliade il collo degli eroi è la parte delicata ed esposta ai colpi che colpiscono la carne, in Saffo la stessa delicatezza si ritrova disgiunta dalla violenza, dalla sua necessità, in una visione che rende leggera la vita.

Ugo Pontiggia. Mi sono formato a Urbino alla facoltà di filologia classica diretta da Bruno Gentili, mi sono poi laureato in letteratura greca a Milano con Dario del Corno. I miei interessi si sono rivolti alla psicoanalisi e la mia formazione si è arricchita con il dialogo di formazione con Sergio Contardi, insieme al quale e a diversi altri intellettuali e psicoanalisti abbiamo fatto un convegno a Milano sul “disagio della cultura nella modernità” nel 2013. Insegno da più di trent’anni nei licei classici, attualmente al liceo Virgilio di Milano. Ho pubblicato nei Quaderni Urbinati di Cultura Classica un articolo sulla vista nel 2006 e tradotto e commentato gli epigrammi di Anite di Tegea e i frammenti di Ibico, pubblicati nel 2018 e nel 2019 nella casa editrice La finestra.

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