I popoli scomparsi di Guido Mattia Gallerani inaugura la nuova collana di poesia «Quai des Boompjes», pubblicata da peQuod e diretta da Valentino Ronchi

Leggendo la sua silloge, emerge che la sua versificazione appare refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Le sue parole puntano all’incantesimo, al mistero, alla fascinazione, alla malìa? Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

Molte poesie dei Popoli scomparsi sono nate, innanzitutto, dal fascino che alcune parole desuete del passato, ad esempio zimarra e tiara (“I parsi”) oppure scimitarre e usbergo (“Gli ùssari”), esercitano nel mio immaginario. Certamente termini del genere possono disorientare quando appaiono in un testo di poesia contemporanea. Ma si tratta di frammenti di mondi scomparsi che si sono salvati, riaffiorando nella nostra lingua come parole desuete. Credo che la poesia possa far rivivere questo percorso linguistico da mondi sepolti e dimenticati a un dialogo tra ciò che è morto e ciò che vive ancora. Nelle pieghe dei versi ritroviamo sempre qualcosa che possiamo condividere. E anche in questo caso da diversi strati di senso che certe parole tramandano si può amplificare, come un’eco, l’immagine di un tempo perduto, che giunge più percettibile e concreto fino a noi proprio perché la lingua italiana –a differenza del nostro orecchio, meno aperto ad altro che non sia l’immediato e il presente –non rimuove mai completamente i nomi del passato, o almeno lo fa con maggiore e più ponderata lentezza.

Quali sono i popoli scomparsi e quanto esemplificano l’umanità tutta?

L’umanità non è mai stata un tutto organico, nel presente come nel passato. Ma attraversa con le sue varie fasi, episodi, vicende più o meno grandi, nobili o terribili, tutto il tempo della Storia. Quindi si può dire che ogni popolo convocato nel libro “esemplifica” innanzitutto se stesso, come momento del nostro comune divenire. Dall’Uomo di Neanderthal ai popoli dell’antica Mesopotamia, dalle civiltà precolombiane fino ai soggetti di troppi genocidi collettivi, il libro si costruisce attorno a un mappamondo archeologico, che non mira soltanto a dare una rappresentazione verosimile di ognuno di quei popoli, quanto a significare il loro inserimento in un processo continuo, fatto di vittorie e sconfitte, di sopravvissuti e vinti, e dimostrare così come ogni idea di civiltà sia sempre transitoria, al pari dell’idea stessa di fine della Storia, di crisi immanente, di apocalisse.

Quanto la parola ha un potere balsamico e curativo?

La parola, soprattutto poetica, non dovrebbe avere potere consolatorio se con questo s’intende la possibilità di nascondere, far dimenticare, gettare nell’oblio la consapevolezza degli accadimenti. Tutt’altro. La parola ha dalla sua parte – tra le altre cose – la ricerca della verità, che vuol dire innanzitutto discernere tra le illusioni e ciò che veramente è successo o sta succedendo. Nel nostro mondo sempre più spesso la comunicazione, ad ogni livello, pubblico o privato, sembra servire soltanto a dissimulare e falsificare la realtà. A depositarsi sulla superficie. Quello che la poesia, la letteratura possono fare è mostrare che esiste una materia comune in cui noi ci muoviamo, da cui siamo ispirati o abbattuti. Che siano reperti archeologici oppure oggetti quotidiani appartenuti a noi o ai nostri cari (fotografie, cimeli), essi vanno al contrario a depositarsi nella profondità; sono cioè parte di una materia che non è inerte, ma ha seminato in noi, nelle nostre famiglie e nelle storie collettive dei ricordi, dei pensieri, dei sentimenti che restano più a lungo del momento in cui le persone che li hanno posseduti trapassano. Le parole sono entità sia materiali che virtuali, sia concrete che astratte e hanno il potere di ingigantire ciò da cui provengono, di dare una prospettiva più completa e complessa, piuttosto che di occultare e rimuovere ciò che non ci piace o non vogliamo nelle nostre vite.

Non teme nel mostrare la sua nudità emotiva ed interiore rispetto alle sue strutture intellettuali, allorché si dedica alla poesia?

Questa separazione tra interiorità e razionalità non esiste, davvero. In nessuno di noi. Ci sono linguaggi diversi, che dialogano in un conflitto costante. Tra la dimensione interiore e quella riflessiva c’è una dialettica estremamente intricata, come quella che governa l’equilibrio tra la nostra vita privata, più emotiva, e la vita comune in società. La mia idea di poesia procede nel senso di non cancellare la componente intellettuale dal testo, ma farla convivere con la dimensione della sensazione, dell’espressione di valori (nostalgia, dignità, speranza) provenienti anche dal mio modo di interpretare le cose, di leggervi emozioni e resistenze individuali. Un modo per riuscirvi – credo – è servirsi di modulazioni della poesia – di stili – che non sono soltanto quelli lirici, ma provengono dalla tradizione epica ed elegiaca, dove il discorso dell’etica innervava l’insieme dei testi ed era percepibile addirittura in ogni verso.

Uno degli aspetti che colpisce del suo poetare è l’essenzialità senza sconti. Da dove deriva il bisogno di dare alle cose il proprio nome, evitando i tortuosi labirinti delle perifrasi?

La perifrasi può essere molto utile, talvolta, per aggiungere significati o descrivere contesti vicini a quelli immediatamente riferibili a un singolo termine. Ma l’essenziale resta pur sempre un obiettivo a cui ogni poesia cerca, nei limiti del suo possibile, di arrivare. Nel mio libro, il nome di ogni popolo è già, per come si è trasmesso attraverso la Storia, quello “giusto”. Ma si trattava di aggiungere a quel nome il significato che essi hanno per noi. Collocarsi laddove il racconto dei miti e il senso del tempo s’incontrano.

Gli ùssari

I cavalieri dell’esercito magiaro, noti come ùssari, diffusero il panico tra i generali del continente dal XVII secolo fino all’avvento della guerra moderna.

Si misero alla testa degli eserciti europei

bilanciando sangue e freddezza.

Ora a soffocare le rivolte sulle mappe

fedeli ai proclami reazionari,

ora con le scimitarre sguainate

a sbarrare strada allo straniero,

essi riportano ovunque

a una mostra d’armature,

ai soldati in campo aperto,

mobilitati su fronti alterni

dai bandi avversi dei sovrani.

Attaccarono pure navi all’addiaccio.

Ebbero tra loro marescialli, condottieri napoleonici

messi a riposo ai primi colpi rari dei cannoni.

Pennacchio sull’elmetto, briglie e staffe

ornate ai piedi della sella

quando scendevano dal destriero

si mostravano ottimi schermidori

noti per l’eleganza dell’usbergo,

la lucentezza della lama e l’onore

da cui legiferavano codici a condotta

del duello, evitando alla donzella

scene macabre o il chiasso del moschetto.

Inutili all’evolversi dell’arme

scomparvero nelle catacombe

agli ultimi dispacci d’Ungheria

quando apparvero gas, carri armati e fanti,

fili spinati che li intrappolavano

sotto la tormenta degli shrapnel.

Qualcosa di loro sopravvisse,

tra le avanzate e ritirate nel disordine,

nei cerchi disegnati nei cieli francesi

dagli inseguimenti cavallereschi

dei biplani, in certi seri cipigli

dietro gli sporchi occhiali,

nelle picchiate e nei tuffi nel vuoto

con cui precipitarono in fiamme

quei primi eroici aviatori.

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