La classe degli altri

La Professoressa de “La classe degli altri” non ha un nome. Perché?

Ci sono arrivata in successive lavorazioni al testo: prima ho tolto qualsiasi connotazione fisica, infine il nome. Ho capito che volevo che la professoressa diventasse una voce e un occhio: che fosse una sorta di telecamera interna che, in presa diretta, mostrasse nella sua complessità ciò che accade dentro la vita di un gruppo di persone che si trovano a condividere il percorso dell’apprendimento. Che all’interno di una classe entrino a fare parte donne e uomini di diversa età e provenienza, che debbano stare fianco a fianco per ore ogni giorno (senza essersi prima scelti e senza conoscersi), che in questo stare vicini si compia inevitabilmente una trasformazione reciproca: sono tutte premesse molto diverse rispetto a quelle della “scuola” così come viene di norma immaginata.

Di fatto, quello che accade nelle classi degli adulti è un laboratorio di una società possibile: se la professoressa avesse preso una posizione, avesse indirizzato il pensiero, fosse stata giudicante, credo che questo romanzo sarebbe stato molto diverso. Volevo la sua voce e i suoi occhi per tirare fuori dalle aule del serale la vita e l’umanità: e, poi, che ognuno, leggendo, facesse le proprie deduzioni. Prendesse la propria posizione.

Chi sono “gli altri”?

Uomini, donne, ragazze, ragazzi: vite che incrociano un destino da cui deviano, o che vogliono riprendersi in mano qualcosa che gli manca – qualche parte di sé che gli è rimasta indietro. So che sembra una banalità, ma in quell’alterità ci siamo noi. La provincia in cui vivo, oggi, è attrattiva; ma è stata per decenni un luogo dal quale la gente se n’è andata. Ogni famiglia ha almeno un parente che è stato migrante: nella mia, per esempio, andò a lavorare in Svizzera tutta la famiglia di mio padre. I suoi ricordi di scuola di quel tempo sono piuttosto duri. Non nego che mi è venuto più volte da pensare, nelle vite dei ragazzini immigrati che ho incontrato, quanto l’accoglienza in un contesto scolastico possa essere determinante per la formazione dell’affettività, per l’espressione delle proprie emozioni. Sentirsi respinti o parte di un tutto fa la differenza nel modo in cui si crescerà e si comunicherà a chi viene dopo: in questo la scuola, che è il primo luogo sociale in cui ci si forma al di fuori del contesto famigliare, riveste un ruolo cardine. Per questo sono convinta che sia un vitale agente di cambiamento: in termini di felicità collettiva. A chi dovrebbe giovare, del resto, una società malata, rivendicante, ferita?

La sua preziosa narrazione illumina anche il disgraziato, il derelitto, lo scarto umano, il microscopico. In fondo, è la biografia di tanti. Ha avuto uno scopo di liberazione di quei tanti, appunto, abusati da pregiudizi, malelingue, offese e pubblico giudizio? È il rinascimento degli invisibili?

Rinascimento degli invisibili è una bellissima annotazione, e in qualche modo si lega, sì, a una volontà che mi ha mosso, al contrario, a rendere visibili queste storie. Voglio dire: quando si parla di scuola serale viene in mente subito un contesto di emarginazione, di gente raccogliticcia, di persone che non ce l’hanno fatta “normalmente” e quindi fanno le serali. Questo regala a questa scuola l’aura di un luogo di risulta: una specie di toppa rispetto ai corsi del mattino. Non c’è altro immaginario. In realtà le scuole serali sono una realtà molto più complessa (e molto meno sconfitta) di quello che erroneamente si pensa. Che una persona lavori otto ore al giorno e poi abbia la forza di entrare in una classe per imparare a portare avanti il suo cervello, che un ex ragazzino abituato a sentirsi ultimo si rilegga come capace di aiutare altri più indietro di lui, che un adulto proveniente da un’altra lingua riesca a reinventare il suo pensiero in un altro idioma sono tutte condizioni che restituiscono – oltre alla fatica – la enorme vitalità che c’è in queste classi, la volontà e pure la resistenza. Certo, c’è chi non riesce (e sono abbandoni dolorosi), ma decidere di prendere in mano il proprio cervello e darsi una chance oltre al presente in cui ci si trova è un atto di resistenza potente.

Il pietismo, il ridimensionamento… li trovo atteggiamenti estremamente offensivi nei confronti di questo lembo di scuola e di umanità.

Il plurilinguismo caratterizza il contesto da lei descritto. Antonio Gramsci scriveva che “ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale…” 

Reputa che tale questione sia a tutt’oggi aperta?

Certo che sì. Cos’è un italiano, oggi? Una cosa diversa da quello che certa propaganda nazionalista e razzista vorrebbe sciaguratamente far passare: la realtà ha superato ormai da vent’anni almeno le parole della politica. Le scuole serali lo hanno registrato in anticipo: sono dei veri (e non propagandistici) laboratori di civiltà, dove si fa esperienza della molteplicità del nostro vivere il presente di questo paese. Sono italiane le studentesse che hanno passato più tempo qui che nel loro luogo di nascita, o che non hanno mai visto il paese dei genitori; sono italiani gli uomini e le donne scappati da vari inferni da cui sono partiti; sono italiane le donne che imparano il dialetto locale e che per parlare tra loro usano (oltre al dialetto, appunto) almeno tre idiomi diversi; sono italiani – perché si sentono tali – tutti quelli che hanno una vita a metà tra il luogo in cui sono nati e quello in cui vogliono costruire la loro vita.

Abbiamo un eroe fondatore (Enea) che è un profugo straniero che fonda il proprio regno dall’unione di genti: è un mito, certamente; ma che l’Italia sia sempre stata un luogo in cui le popolazioni si sono incrociate, questo è storia. Cambiano i popoli, cambiano i tempi e i modi; non cambia il fatto che, stando al centro del Mediterraneo, è inevitabile diventare un luogo di incontro. Ogni popolo porta con sé i propri saperi: tanti saperi insieme fanno un tessuto molto complesso, ma molto più ricco e avvincente.

Enea, in fondo, ci aveva visto lungo.

Certo, dire italiano oggi è dire qualcosa di diverso rispetto a quello a cui ci si poteva riferire vent’anni fa. Ma è esattamente la medesima distanza che intercorre tra vent’anni prima, e ancora vent’anni prima, e così andando. Chiudere gli occhi di fronte al più recente (ma non ultimo) cambiamento che è avvenuto nella società italiana significa negare la realtà in cui viviamo: se a farlo è la politica, questo è a mio avviso una grande, colpevole responsabilità.

Madame, cosa, concretamente, in una temperie di decadenza culturale e civile dovrebbe spingerci alla sopravvivenza ed alla speranza? L’istruzione, forse?

L’istruzione è un orizzonte di possibilità che ognuno può tracciare per il proprio domani.

La lingua, ne abbiamo parlato prima, è spesso rivelatoria di questioni più profonde: istruirsi significa costruirsi. Che in latino il verbo originario sia struere, che significa “collocare del materiale in pile”, a me sembra perfetto: l’accesso cosciente al sapere non è altro che questo, ovvero la possibilità di impilare dentro di sé scorte pressoché infinite di felicità, libertà, resistenza. Che vuol dire, per esteso, darsi la possibilità di trovare un senso per l’esistenza. Credo che in tempi di crisi questo sia il più potente antidoto allo sfaldamento civile: serve uno sforzo di coscienza notevole. Ne saremo capaci? Io lo spero.

Michela Fregona è laureata in lettere antiche a Venezia, diplomata in flauto traverso, giornalista. Ha pubblicato per la Postcart di Roma “Tangomalia” (2004) e “Buenos Aires Café” (premio Marco Bastianelli 2009), reportage di vite e luoghi con la fotografa Lucia Baldini.

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