Avrai i miei occhi

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del noir. Il suo romanzo si può altresì definire fantascientifico. Ebbene, in che misura diverge dai generi codificati?

Credo semplicemente combinandoli e tirandone fuori una storia un po’ meticcia, che somiglia ai tempi che racconta. Non l’ho deciso. Ho solo cercato di “ascoltare” io per prima la voce della storia. Ed è venuta così. E poi meticcio è bello. Sempre

Il percorso della protagonista, Olivia, si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

La memoria è importante e controversa. Ne abbiamo bisogno, per ricordare chi siamo. Ma a volte, come nel caso di Olivia, questo ricordo ferisce e rappresenta un trauma. Dunque sarebbe da rimuovere, non fosse che anche le cose peggiori fanno parte del modo in cui ci siamo costruiti. Non credo di averlo fatto consapevolmente, ma mi viene in mente questo: il Olivia, l’obiettivo primario era cercare di costruire un personaggio femminile che fosse sopravvissuto alla violenza di cui sempre sono oggetto le donne. Quasi sempre. Tangenzialmente però mi accorgo – proprio oggi che nuovamente hanno insultato Liliana Segre per essere la persona che è – che forse dentro questa enfasi sul mantenere anche e soprattutto la memoria delle colpe è importante. L’Europa si è resa colpevole di delitti che non ha ancora del tutto confessato. Anche l’Italia. Nessuno è intero se rimuove e se manifesta odia nei confronti di una vittima, che gli ricorda quel che è stato nei momenti peggiori.

Questa città è piena di luoghi che non dicono quello che sono. Di persone che non raccontano quel che fanno.” Perchè proprio Milano, qui presentata come cupa e distopica?

Milano è il posto che abito. E credo che sia un po’ nella sua natura essere fatta di contraddizioni. Le ho solo esasperate per vedere che dinamica sociale ne risultava. Per quanto spaventosa, essa è nelle cose. In quello che esse sono nella realtà. Poi potenzialmente esistono sviluppi positivi, e spero che la storia segua, di qui in avanti, quelli.

Uno dei temi del romanzo è il dolore muliebre. Perchè ha deciso d’illuminare un aspetto troppo spesso taciuto?

Proprio per questo: perché è taciuto. E ha bisogno di voce. E noi scrittori serviamo a questo: non a parlare soltanto di noi stessi.

Lei strotola un freakshow davvero virtuosistico: a quale personaggio è più legata?

Non saprei dirlo. Nikon mi piace moltissimo. Ma sono molto affezionata anche a Yuri. E naturalmente adoro Ariel. E poi mi piace Olivia … no, va bene, non ce la faccio a scegliere. E come chiedere a quale figlia vuoi più bene: non so rispondere.

Nicoletta Vallorani scrive fantascienza dall’inizio degli anni ’90, e questo fa di lei una veterana del settore, nonostante la sua ostinazione nel considerarsi sempre pronta a crescere. Lettrice onnivora e docente di Letteratura inglese e angloamericana all’Università degli Studi di Milano, ha esordito con Il cuore finto di DR (Premio Urania nel 1993, tradotto in Francia da Rivages), per poi continuare a scrivere seguendo la doppia pista del noir e della fantascienza. A La fidanzata di Zorro, il primo di quattro romanzi “nomadi” (come tematiche e come editori: Marcos y Marcos, Einaudi, VerdeNero), è stato assegnato il Premio Zanclea nel 1996, e la serie è stata pubblicata in Francia da Gallimard. Le madri cattive (Salani – Petrolio, 2011), un romanzo scomodo e difficile sull’infanticidio, si è aggiudicato il Premio Maria Teresa Di Lascia nel 2012. Nicoletta Vallorani vive a Milano con molte contraddizioni.

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