Il paradosso della giustizia. Levinas e Derrida

La giustizia richiede equilibrio: essa procede tra l’universalità della norma e la particolarità del caso, avanza tra l’imparzialità del giudizio e l’unicità di ogni singolo individuo. Quali sono le proposte a suo avviso maggiormente incisive elaborate dalla tradizione filosofica?

La storia dell’idea di giustizia è lunga quanto la storia del pensiero. Sin dai presocratici troviamo il riferimento alla dike e all’adikìa. Essa assume tratti meno oscuri e maggiormente collegati alla sfera della convivenza e della socialità con la Repubblica di Platone, e da lì diviene una delle tematiche centrali attorno a cui la riflessione filosofica in generale e in particolare la filosofia morale non hanno mai smesso di interrogarsi. La questione della giustizia a cui mi riferisco nel mio libro si confronta con una tradizione relativamente più recente, in cui tale tema si trova affrontato in relazione al rapporto tra universalità della norma e del giudizio e particolarità del caso e del singolo individuo. In quest’ambito, la tradizione kantiana da un lato, ereditata in modo emblematico da Rawls ha rappresentato quella che potremmo chiamare una corrente universalistica; dall’altro lato, invece, in difesa del particolarismo si è sollevata la voce di quella corrente che, ha partire da Kierkegaard porta sino all’esistenzialismo.

Per quale ragione un’ istanza ha sempre prevalso a scapito dell’altra?

La difficoltà di far convivere queste due istanze è dovuta, a mio parere, a due principali ragioni. La prima è data da un tentativo di definire la giustizia, cercando di imbrigliarla in una specifica concezione statica legata ad un’essenza. Essa invece è una pratica, e in quanto tale crea i suoi stessi principi nel momento in cui avviene. Soltanto in questo modo è possibile vedere le due istanze, universale e particolare, in relazione e in continuo dialogo, alla ricerca di un equilibrio ogni volta da costruire. L’altra motivazione, collegata alla prima, è da ricercarsi nel tipo di logica scelta. Se si percorre la strada di una logica formale, non contraddittoria, che cerca di saldare sino alla loro coincidenza l’idea di «vero» e quella di «senso», difficilmente si potrà pensare una giustizia che, senza perdere la propria vocazione universale, riesca a rendere merito di ogni singolarità senza ridurla o annientarla.

Necessità di uguaglianza e formalità dei principi; individualità dell’oggetto, irriducibile alla legge: queste, dunque, le logiche applicate. Qual è la via intrapresa da Levinas e Derrida?

La via intrapresa da questi due autori, e che spesso è stata considerata sterile e ai limiti del nichilismo (soprattutto nel caso di Derrida), è quella del paradosso: una logica “altra”, che riesce, senza aver paura della contraddizione mostrandone piuttosto le potenzialità, a tenere insieme in modo dinamico le due istanze (universalità e particolarità) senza annullarle. Questo è il senso delle due suggestive espressioni utilizzate, parlando di giustizia, da Levinas e Derrida: «comparare gli incomparabili» e «calcolo dell’incalcolabile». Se si considera la logica paradossale non tanto come una contrapposizione tra due concetti inconciliabili che conduce a un’aporia, bensì come lo sforzo continuo e ripetuto nel tempo di far dialogare universale e particolare, si comprende come questi due autori, lungi dall’essere improficui su quest’ambito, siano riusciti a proporre un’idea di giustizia dinamica, che sfugge alla sua definizione e che è sempre aperta al futuro in cerca di una maggior perfettibilità.

La forma che lei adotta è quella dialogica. Ci spiega la ragione sottesa a tale scelta narrativa?

Il concetto di «dialogo» è imprescindibile da quello di «relazione», poiché senza quest’ultima non si dà un vero e proprio dialogo, e allo stesso tempo questo è la forma di relazione etica per eccellenza. Come diceva Buber (assai caro a Levinas), «in principio è la relazione». Anche nel caso delle due proposte, quella levinasiana e quella derridiana, la relazione nella sua particolare accezione di dialogo occupa una posizione privilegiata. Da un lato Levinas vede proprio nel discorso la più alta espressione di responsabilità verso il volto dell’Altro; dall’altro lato l’opera decostruttiva derridiana è sempre costituita da un dialogo tra l’autore e il testo, che è sempre un rapporto etico con altri autori e scrittori. La scelta di costruire il mio lavoro proprio ponendo in dialogo questi due autori è quindi innanzitutto dettata dalla centralità occupata da questa idea all’interno delle due proposte filosofiche. A questa motivazione se ne aggiunge un’altra, altrettanto importante, ossia il fatto che gli stessi autori hanno portato avanti, nel loro percorso intellettuale, un dialogo ininterrotto, che ha lasciato tracce nelle loro opere. Proprio attorno al tema della giustizia questo dialogo si è fatto più intenso, portando da un lato Levinas a introdurre (dopo la critica di Derrida in Violenza e Metafisica) il tema del terzo e della giustizia; dall’altro Derrida ad attingere esplicitamente dalla visione etica della giustizia al di là del diritto proposta da Levinas, rivolgendo e dedicando a quest’ultimo numerose riflessioni proprio su questo tema.

Guardando alla contemporaneità ritiene possibile una giustizia che insieme consenta di «comparare gli incomparabili» e «calcolare l’incalcolabile»?

Credo con le parole di Derrida, «si deve calcolare l’incalcolabile». Senza questo impegno e responsabilità è la stessa giustizia, in qualche modo, a venir meno. In un mondo globalizzato come il nostro, in cui da un lato il tentativo di universalizzazione convive con la frammentazione solipsistica e la solitudine dell’Io (e quanto questo si sente, soprattutto nell’attuale emergenza pandemica!), rinunciare a questa mediazione e far prevalere uno dei due esiti, significa fallire nel nostro compito di esseri umani responsabili per l’altro, rinunciando o alla ricerca di uguaglianza o alla tutela della differenza. Credo che, per quanto difficile, e, appunto, paradossale, il cammino verso la giustizia, un cammino che ogni giorno si fa senza mai realizzarsi in modo definitivo, sia la principale opportunità per questo mondo insieme indifferentemente generale e drammaticamente lacerato.

Silvia Dadà (Carrara, 1992) ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università di Pisa e Firenze. Le sue ricerche vertono principalmente sulla filosofia morale contemporanea, sia in ambito francese, in particolare sul pensiero di Emmnuel Levinas e Jacques Derrida; che anglosassone, ossia sull’etica della cura. È autrice di articoli in varie riviste scientifiche (quali “Teoria”, “Filosofia e Teologia”, “Quaderni di Inschibboleth “. Ha recentemente tradotto e curato per ETS una delle ultime conferenze tenute da Jacques Derrida nel 2003 (J. Derrida, “Justices”, ETS, Pisa 2019).

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