La stanza vuota

Il suo romanzo narra di quel laccio sentimentale inscindibile che è la famiglia.

Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

La stanza vuota è una raccolta di poesie, non lo definirei un romanzo nel senso più formale del termine. Nel tempo è stato definito un “poemetto”, oppure un “romanzo in versi”. Tuttavia, l’ho sempre considerata una raccolta di poesie, al massimo un “racconto in versi”. Su internet si trova erroneamente inserito nella categoria “Narrativa” sia su IBS che su Google Books piuttosto che nella sezione “Poesia” per motivi a me sconosciuti. Leggere l’incipit di questa domanda comunque mi ha fatto un certo effetto perché sto davvero scrivendo un romanzo (il primo, e nel senso più formale del “termine”).

Sia nella raccolta di poesie che nel romanzo in fieri affronto il tema della famiglia. In realtà è un topos ricorrente nella produzione contemporanea italiana. Chissà perché ci turba così tanto e ci occorre per definirci. Cerchiamo così spasmodicamente una identità reale, in un’epoca in cui tutte le identità sono riprodotte virtualmente sui social moltiplicate. C’è un tripudio di identità. Nessuno sembra più autentico e singolare. Tutti sono l’esaltazione di tutti. Probabilmente per questo siamo spinti a ricercare nella famiglia le nostre origini “materiali”.

La storia che narra delinea un percorso che pare indurre ad evadere dalla “comfort zone”, sfidando i propri spettri per smettere di sopravvivere e iniziare realmente a vivere. Questo delicatissimo libro nasce con uno scopo salvifico? La scrittura stessa può assurgere ad una funzione soterica?

La sopravvivenza è la forma più immediata e pura del vivere, non ne esiste un’altra. Il solo gesto di bere un bicchiere d’acqua o mangiare un piatto di pasta è sopravvivenza. Se non lo fai, muori. La morte è vicinissima, per questo vive con noi. I morti sopravvivono grazie ai vivi, come nella prima sezione de La stanza vuota. Il figlio non smette mai il dialogo con la madre anche è se è morta. È lui il fischio modulato per l’al di là. Questa raccolta di poesie non ha una missione salvifica. Non ha salvato manco me. L’ho scritto in un momento particolare in cui ero (sono) tormentata da un lutto.

Il suo sembra un monito ad essere attenti al dolore altrui, a farci forieri d’empatia. Trova che la contemporaneità vada scossa in tal senso?

No, non è un monito. Anzi, penso che l’empatia, quando in eccesso, sia una punizione. Spesso desidero essere più distaccata dalle emozioni altrui, non doverle sempre vivere addosso per forza. Vorrei non provare rimorso, non chiedere mai scusa, non commuovermi, non essere grata. Certe volte vorrei vivere come una futtimunnu che domina il mondo.

Il percorso dei protagonisti si dipana a ritroso nel tempo e si spinge nel futuro; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Essendo una raccolta di poesie, nonostante lo stile e l’organizzazione che prendono in prestito alcune caratteristiche al racconto, in realtà non saprei definire una “trama” specifica che va avanti o a ritroso. Si tratta per lo più di una mappa emotiva di un personaggio che cerca la sua identità attraverso i fantasmi. Parlo al plurale perché oltre al fantasma della madre, prendono attraverso l’io lirico del mio personaggio i fantasmi di tutti i suoi ricordi. Fratelli, sorelle, padri, amanti, tutti i ricordi e le possibilità della sua vita. I “conti” col passato non si chiudono mai perché noi stessi siamo il passato. Siamo fatti solo di passato. Il presente non lo percepiamo così intensamente, e il futuro, semplicemente, non arriva mai.

Lei ha cesellato un libro intimo, profondo che scava nella personalità dei personaggi con intelligenza e sottile ironia. Ci invita a superare le apparenze?

È la prima volta che leggo la parola “ironia” in un discorso su La stanza vuota, sarebbe una lettura inedita molto interessante. Le apparenze non si superano, si gestiscono.

Noemi De Lisi ha studiato editing avanzato presso la Scuola del Libro di Roma e scrittura creativa al Centro di Studi della Narrazione di Palermo. È stata segnalata alla 32° edizione del Premio Calvino. Nel 2017 ha esordito in poesia con La stanza vuota (Ladolfi editore) vincitrice del Premio Solstizio Opera Prima, finalista al Premio Carducci, e altri. Suoi racconti brevi e poesie sono apparsi su Nuovi Argomenti e le altre maggiori riviste e litblog del settore.

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