La quasi logica. Pratiche del consenso e del dissenso

Lei scrive “Questo lavoro è stato pensato anche come un contributo allo sviluppo di una cittadinanza attiva e consapevole ispirata ai valori della tolleranza e del rispetto”. Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico?

Cominciamo col dire che quello pubblico è un discorso agonistico. C’è chi lo paragona a un’arena, chi a un ring, chi a un gioco in cui si confrontano opinioni diverse, ma a partire da regole condivise tra cui: non interrompere, consentire la replica, non mentire, intendersi sul significato dei termini utilizzati, essere chiari nel formulare le proprie asserzioni, cooperare, per quanto possibile, alla riuscita di una discussione etc…

Non sono previsti colpi sotto la cintura. In questa cornice, che definisce le condizioni pragmatiche che rendono possibile la comunicazione, si muovono i contendenti con le loro competenze argomentative. Se il fine è far prevalere la propria tesi su quella dell’interlocutore, allora bisogna ricercare gli elementi probatori che la sostengono: prove, dati di fatto, esempi, ragionamenti, citazioni, princìpi d’autorità, luoghi comuni.

Nel mio lavoro il concetto di luogo è fondamentale: esso non è una seconda verità, un’opinione di serie B, ma una presupposizione socialmente accettata nello spazio pubblico in cui avvengono le nostre discussioni. Non se ne può non tenere conto, a meno che non ci si voglia mettere contro il sentire di un’intera comunità. Ma anche questo richiede uno sforzo argomentativo.

La Filosofia può assurgere a Scienza e, come le scienze della natura, curare il linguaggio corrente e contemporaneo al fine di argomentare agonisticamente e catturare l’assenso?

La filosofia si muove in una zona intermedia tra le certezze scientifiche e le visioni del mondo, tra l’oggettivo e il soggettivo, tra l’universalmente evidente e il relativo. Non credo che la filosofia debba, e nemmeno possa, riprodurre la scienza, imitandone le procedure, i linguaggi, il metodo. Allo stesso tempo non credo debba rassegnarsi alla tirannia del punto di vista in base al principio che, siccome non esiste una verità assoluta, non esistono opinioni migliori. E’ un vecchio problema, che dall’età dei sofisti si ripresenta continuamente nella civiltà occidentale, e che oggi può essere risolto solo tramite l’argomentazione: tra un’opinione e un’altra vale di più quella meglio argomentata, quella che risulta vincente da un confronto franco, serrato, in cui non conta la ragione della forza ma la forza delle ragioni, cioè degli argomenti. Non credo che dopo l’annuncio nietzscheano della morte di Dio, in una società laica, caratterizzata da quello che Weber chiamava il politeismo dei valori, ci si possa appellare a qualcosa di diverso dalla ragione che argomenta e negozia, ad esempio a una autorità religiosa che impone le sue idee.

Come distaccarsi dal vicolo cieco imboccato dai mezzi di comunicazione? E quanto il connubio linguaggio e violenza ha consentito il dilagare degli estremismi ideologici?

Viviamo nel paese della persuasione, come afferma lo scrittore americano George Saunders. Persuasori e imbonitori ci sono sempre stati ma oggi possono farsi sentire di più perché dispongono di una quantità maggiore di canali e di tecnologie più potenti e pervasive. Sono i cattivi maestri di cui parlava già tanti anni fa Karl Popper, invocando (proprio lui, che era un liberale) codici di autoregolamentazione e leggi severe contro il dilagare sui media di violenza, falsità, estremizzazioni. Non sono contrario a una deontologia della comunicazione. Penso però che il discorso abbia già in sé molti anticorpi. Quando impugniamo un’opinione sbagliata o dannosa e la confutiamo, o mostriamo che una verità è costruita su una fallacia, o decostruiamo un fatto derubricandolo a semplice chiacchera, o smascheriamo un vizio formale e sostanziale nella posizione dell’avversario, o riapriamo un discorso chiuso, stiamo già mettendo in moto autodifese significative contro la demagogia e il fanatismo. Non è tuttavia un dono della natura saper ragionare, criticare, manifestare un dissenso, denunciare un inganno. Bisogna imparare a farlo, e che qualcuno lo insegni. La filosofia non può fare a meno di caratterizzarsi, soprattutto nelle scuole, come una forma di quasi logica. Avrebbe, in tal senso, un valore culturale e civico.

La neoretorica di Perelman, la logica di Toulmin, le moderne teorie dell’argomentazione, gli usi linguistici di Wittgenstein e gli atti performativi di Austin: qual può essere il modo di operare della ragione umana nella vita pratica? Quali dispositivi applicare?

Mi ricollego a quanto detto nella prima risposta a proposito dei luoghi. I luoghi sono contenitori dove andiamo a prelevare gli argomenti che ci servono nella discussione. Ci sono contenitori universali, come quelli della scienza. E contenitori storici, come quelli dell’argomentazione. In un contenitore scientifico troviamo regole logiche come il principio di non contraddizione, che vale sempre e comunque. In un contenitore storico troviamo valori, convinzioni, preferenze, modi di pensare e di agire che si sono affermati attraverso processi complessi di negoziazione culturale. Si tratta di vincoli più deboli delle regole scientifiche. Gli antichi chiamavano entinemi queste massime di saggezza e di vita nelle quali una comunità si riconosce: ad esempio “non si può rispondere alla violenza con la violenza” oppure “non è giusto licenziare un lavoratore senza una giusta causa”.

Ebbene, i discorsi pratici, che riguardano le nostre scelte politiche, etiche, estetiche, fanno leva su questo secondo ordine di argomenti, non cogenti ma convincenti, non assiomatici ma razionali. Il merito degli autori che citi è proprio quello di aver dato più importanza alla logica pratica che a quella formale, all’argomentazione più che alla dimostrazione.

L’ars dicendi è capace di mutare il destino della società?

Ne sono convinto, altrimenti non avrei scritto questo libro con un intento che è anche didattico. L’ars dicendi, che dal suo nascere è connessa con il destino della polis, è performativa, non vuole solo informare, ma modificare il punto di vista dell’opinione pubblica, per orientarne il consenso in una direzione o in un’altra. Il ruolo dell’oratore non prescinde mai dall’uditorio che vuole influenzare. Può farlo con suggestioni emotive, fake, parole capziose, promesse infondate, col carisma personale, ma anche con la forza intrinseca degli argomenti, con ragioni difficili da contraddire, con motivazioni valide, con la coerenza di una visione del mondo. C’è una buona e una cattiva retorica; una quasi logica, ispirata a convinzioni e valori, e un’eristica, brutalmente utilitaristica e priva di scrupoli morali.

Gramsci sosteneva che in ambito pubblico tutti aspirano a realizzare un’egemonia, cioè a portare la gente dalla propria parte. Per Feyerabend, da Gorgia a Mao, tutti gli uomini politici vogliono persuadere. Dipende da come lo si fa e perché lo si fa. Credo che il fine delle buone argomentazioni sia quello di costruire una convivenza civile, fondata su accordi, intese ragionate, transazioni democratiche tra gli attori che, all’interno del dibattito politico, prendono la parola.

Stefano Cazzato si è laureato in filosofia a Pisa nel 1989. Insegna da molti anni nei Licei, attualmente al Liceo Carducci di Roma. Collabora con riviste e siti (Rocca, Via Po, Zona di disagio, Il Convivio, MuMag, Roma in jazz) e ha scritto numerosi libri tra cui una trilogia dedicata a Platone: Dialogo con Platone. Come analizzare un testo filosofico, Armando, 2010; Una storia platonica. Ione la stirpe degli interpreti, Giuliano Ladolfi editore, 2017; Il racconto del Timeo. Platone e la letteratura, Giuliano Ladolfi editore, 2019. La quasi logica è il suo ultimo lavoro. Si occupa da molti anni sia in chiave teorica che didattica di retorica, linguaggio, discorso e argomentazione. Attualmente sta lavorando a una raccolta di suoi aforismi.

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