IMMUNITAS E PERSONA La filosofia di Roberto Esposito

Immunitas e persona: può fornire una definizione di questi due poli concettuali?

La definizione di un concetto filosofico risulta spesso complicata perché esso porta con sé una serie di stratificazioni storiche, culturali, politiche, giuridiche e sociali che rendono difficile ogni delimitazione teorica. Questa tendenza appare più evidente con i due concetti di immunitas e persona che, in qualche modo, percorrono una strada parallela alla storia della tradizione occidentale.

Semplificando al massimo, l’immunitas potrebbe essere concepita come un dispositivo finalizzato alla protezione dell’uomo nella sua dimensione tanto biologica (basti pensare al sistema immunitario) quanto sociale e politica (ad esempio l’immunità parlamentare). Il concetto di persona, già a partire dalla tradizione classica in cui era associato all’idea di maschera, può essere considerato come il nome di una rappresentazione che, mettendo in campo diverse prospettive convergenti, afferisce agli ambiti della politica (basti pensare a Hobbes), della religione (ad esempio nel dogma trinitario) e, naturalmente, della filosofia (ad esempio il personalismo di Mounier, Scheler, Maritain).

Il percorso decostruttivo allestito da Esposito nei confronti dei paradigmi di immunitas e di persona quali peculiarità assume?

Sebbene l’opera di Esposito abbia un sostrato unitario, sintetizzabile con l’intento di ripensare le categorie politiche (e filosofiche) della nostra tradizione, i concetti di immunitas e persona vengono analizzati in due momenti differenti della sua produzione.

Il primo, immunitas, viene analizzato soprattutto in un volume apparso nei primi anni Duemila, intitolato proprio Immunitas. Protezione e negazione della vita; e trova delle importanti specificazioni nel testo Bios. Biopolitica e filosofia. Attraverso questo lemma Esposito avanza una proposta ermeneutica peculiare del paradigma biopolitico proposto da Michel Foucault negli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo.

Attraverso l’analisi del concetto di persona – analisi che è di qualche anno successiva a quella di immunitas –, Esposito ripercorre la storia della filosofia occidentale, ma anche del diritto e della religione, mostrando come l’idea di persona, che noi associamo in maniera immediata al concetto di uomo, sia frutto di una sedimentazione linguistica, filosofica e politica. L’intento di Esposito è quello di mostrare come la nozione di persona, lungi dall’indicare uno spazio che accomunerebbe universalmente l’umanità, sia l’espressione di un dispositivo che funziona creando soglie differenziali di carattere gerarchico ed escludente.

La scommessa ermeneutica del mio volume, se così si può dire, è quella di provare a pensare questi due concetti del lessico di Esposito come le facce di una stessa medaglia. Proprio in virtù di questo tentativo ho trovato nell’interpretazione che Esposito dà del nazismo un caso paradigmatico, esemplare di questa coappartenenza.

Quali sono i tentativi teorici messi in piedi da Esposito per indicare la strada verso una biopolitica affermativa ed un pensiero dell’impersonale?

Prima di fare cenno, da un lato, ai pensatori in cui Esposito individua alcuni tentativi teorici di proporre una biopolitica affermativa e un pensiero dell’impersonale, e, dall’altro, alla proposta peculiare di Esposito stesso, è necessario fare una precisazione metodologica. Biopolitica affermativa e pensiero dell’impersonale non sono da considerare come qualcosa di totalmente altro rispetto alla biopolitica propriamente detta e al dispositivo della persona; questo emerge chiaramente in un passaggio del dialogo tra me ed Esposito che si trova alla fine del mio volume. Biopolitica affermativa e impersonale si muovono nell’alveo della tradizione da cui provano a prendere le distanze in un rapporto che però è sempre al contempo di inclusione/esclusione. Biopolitica affermativa e impersonale sono, forse, due punti di fuga che però rimandano inevitabilmente a una medesima origine (che tuttavia per Esposito è sempre irraggiungibile); cito Esposito: “Si tratta di pensare un unico blocco semantico, guardandolo da due angolature diverse”.

Detto questo, per Esposito autori come Spinoza, Deleuze, per alcuni versi anche Nietzsche e Foucault, solo per citarne alcuni, sono il nome di una possibilità altra tanto per pensare la biopolitica come una politica non più sulla vita ma della vita quanto per considerare lo spazio impersonale e ‘terzo’ che fa da sfondo a ogni discorso di matrice personalistica.

È, inoltre, interessante notare come in un evento come la nascita Esposito individui una forma di espressione attraverso cui comprendere l’idea di biopolitica affermativa. Prendendo le distanze dalla visione ontologizzante di Arendt, Esposito considera la nascita come un fenomeno, un evento in cui la vita, in un confronto diretto con l’immunità, trova lo spazio per la propria affermazione.

La proposta filosofica di Esposito in quale relazione si trova ad essere rispetto alle posizioni biopolitiche contemporanee di Agamben e Negri?

Non è mai semplice rispondere a una domanda del genere perché, sebbene specifica su un punto particolare del cammino di pensiero degli autori in questione, essa coinvolge tutto l’intero impianto della loro riflessione.

Semplificando oltremisura, potremmo dire che la differenza maggiore che caratterizza la posizione biopolitica di Esposito da quella di Agamben è determinata dal ruolo che i due assegnano alla storia e alla storicità. Mentre Agamben, in questo fedele al maestro Heidegger, ha una visione di carattere ontologico-destinale, in cui la biopolitica diviene il nome di un ‘universale’ dell’essere-nel-mondo dell’uomo, Esposito, invece, pur partendo da una salda analisi ontologica, focalizza la propria attenzione sui dettagli storici e sulle differenze. D’altro canto è nota la centralità che l’Italian Thought, di cui Esposito è la punta di diamante, assegna alla connessione tra storia, politica e vita.

Per quanto riguarda la relazione tra la visione biopolitica di Negri (e Hardt) e quella di Esposito, il punto di maggior distanza tra i due è determinato dal ruolo che essi assegnano al negativo e alla negatività. Mentre per Negri quest’ultima costituisce un ostacolo da superare in vista di una biopolitica iper-affermativa, per Esposito – come emerge in maniera evidente in Politica e negazione. Per una biopolitica affermativa – il negativo gioca un ruolo decisivo nell’ambito filosofico e, naturalmente, anche politico.

Gli ultimi lavori di Esposito si muovono proprio in questa direzione; il tentativo di formulare la proposta di un pensiero istituente, sulla scorta di Machiavelli e Lefort, parte dal presupposto della centralità del conflitto nell’ambito del Politico.

Professor Spina, da dove nasce il suo interesse per il pensiero di Roberto Esposito?

Il mio incontro con il pensiero di Esposito è avvenuto durante gli anni di ricerca in università. Mentre scrivevo la tesi di Dottorato su ‘Heidegger e la questione dell’animalità’ ho incrociato alcuni testi di Esposito che mi hanno aperto interessanti prospettive ermeneutiche del pensiero heideggeriano.

Terminato il dottorato e abbandonata (almeno formalmente) la vita accademica ho iniziato a leggere tutti i testi di Esposito e a valutare alcune chiavi di lettura del suo pensiero. Nel corso degli anni ho scritto alcune recensioni ai suoi ultimi lavori e, a mia volta, ho elaborato alcuni articoli scientifici a partire proprio da questi testi.

L’elaborazione del mio volume è da pensare, invece, come ‘risposta’ alla crisi pandemica dell’ultimo anno; crisi in cui siamo ancora totalmente immersi.

Nei mesi delle prime chiusure mi sono trovato a rileggere alcune pagine di Esposito, che mi sono sembrate più attuali che mai. Cos’è quello che stiamo vivendo in questi mesi se non una ‘crisi immunitaria’ a tutti gli effetti?

Riprendendo alcuni miei lavori, organizzando alcune letture che avevo fatto negli anni precedenti, fornendo un nuovo e più ampio taglio interpretativo, ho dato forma a questo volume.

Partendo dall’idea foucaultiana di ‘ontologia dell’attualità’, il mio testo, si parva licet, prova, seguendo l’opera di Esposito, a interrogare la possibilità di una politica altra.

Salvatore Spina, dottore di ricerca in Filosofia presso l’Università di Messina, ha studiato inoltre presso le università di Parigi e Friburgo in Brisgovia, dove ha usufruito di una borsa post-dottorato. Si occupa prevalentemente di filosofia tedesca, francese e italiana contemporanea su cui ha pubblicato numerosi articoli e saggi in varie lingue e una monografia dal titolo Esistenza e vita. Uomo e animale nel pensiero di Martin Heidegger (Mimesis 2015). È professore di ruolo di Filosofia e Storia (A019) presso il Liceo Classico “I. Oliveti” di Locri (RC).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...