So chi sei

Lei scrive narrando una quotidianità atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico, che pure è presente:  l’Italia del boom economico, la provincia meridionale e la politica di sviluppo industriale del Mezzogiorno, le rivendicazioni femministe, gli anni ’70, gli anni di piombo, la dialettica politica fra D.C. e P.C.I.  . La vita umana vive una costante condizione di anonimato, fuori dal tempo e dallo spazio?

L’impressione che volevo produrre è quella di una voce che “si parla”, anonima solo perché tralascia di presentarsi a se stessa ma non disincarnata e soprattutto non espiantata dalla sua storia, che anzi si immerge in un passato preciso, gli anni ’70, un’epoca dai contorni ben delineati. Volevo rappresentare un individuo fuoriuscito da un’ epopea che ottiene il necessario distacco emotivo per comprenderla. Il bisogno di comprensione mi sembra generazionale, condiviso da molti miei coetanei che scrivono di quegli anni. In particolare mi interessava capire i motivi dello strenuo dispiegarsi di passioni politiche e civili in quel momento storico, in posizioni opposte ed estreme, oggi divenute liquide e intercambiabili, e come questo cambiamento sia avvenuto nella coscienza dei singoli.

In una raffinata commistione la texture del suo scritto osserva da differenti prospettive il rapporto passato-presente, i cui confini sono davvero labili. Essi interferiscono. Quali sono le ragioni sottese a tale contiguità?

Proprio perché ho mantenuto il racconto nei margini di una coscienza che racconta, -senza tracimare mai dai suoi limiti conoscitivi: ciò che vede intorno e ciò che ricorda- la percezione e la memoria si sono ritrovate contigue e si sono intrecciate. Il rapporto passato – presente è sempre difficile: tu pensavi di aver dimenticato e di essere libero da condizionamenti ma scopri che le esperienze, i moniti, le ferite, persino le memorie ancestrali o l’inconscio collettivo non sono estranei alle decisioni che prendi nel presente e grandi squarci si aprono sotto i tuoi passi. L’impressione è di vivere tante vite diverse, legate da un filo, a tratti chiaramente visibile e strettamente annodato alla storia degli altri. Questo, sul piano della struttura, ha prodotto la miscela di passato e presente, come nel montaggio di un film. Ho sperimentato una forma di prolessi narrativa, dove l’io narrante formula una previsione che ottiene la stessa attendibilità narrativa di un flashback. Qui è stato come barare ma penso che il lettore non se ne sia accorto, anzi mi piace pensare che l’abbia trovato convincente! E’ stato complicato l’ aver scelto un narratore autodiegetico che fa un racconto al presente, da interpolare continuamente non solo col ricordo di un passato storico ma con un “immediatamente prima” e un “subito dopo”, senza perdere il punto di hic et nunc su un immaginario percorso lineare, in un andirivieni che ha rischiato di essere disorientante. E’ difficile seguire il racconto di una coscienza che vive e nello stesso momento “ dice”, pedinare un presente che diventa immediatamente passato nel momento stesso in cui lo si racconta. Mi è capitato più volte di inciampare nei tempi dei verbi ma è stata una sfida interessante!

Legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente. Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?

La protagonista non lamenta una problematica interpersonale generica ma la sua attenzione rimane circoscritta ad un ambito preciso, quello della relazione tra i sessi. Ho tentato di sollevare una questione che mi sta a cuore: il maschilismo mantenuto come tic a dispetto di plateali espressioni di ammirazione e rispetto. E’ un tratto funzionale, cioè ancora utile, agli uomini e anche a qualche donna. La mia idea è che il rapporto tra sessi è tuttora modellato sulla paura dell’altro/a e questo fa scattare le dinamiche più disparate. Allargando la visuale, tuttavia, il femminismo irriducibile mi sembra allo stesso modo il risultato di una paura o di un rifiuto, l’ investimento di energia in una mera reazione destruente in risposta ad una sofferenza subita. Un circolo vizioso che potrebbe portare a disastri epocali.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’Uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la prosa possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Penso che oggi la prosa abbia rinunciato a scarnificare e si accontenti di accarezzare l’ovvio. Del resto l’opera rispecchia i tempi e il postmodernismo mi sembra un vasto contenitore per una lunga fase di passaggio piuttosto reazionaria, dove non interessa scoprire alcunché ma solo intrattenere. Non essendo, la nostra, epoca di passioni, di grandi narrazioni ideologiche, anche la letteratura rischia il ripiegamento. A tratti si intravedono sintesi interessanti ma per lo più si tratta di retroguardia: scrivere come se niente sia stato condanna all’irrilevanza e alla caducità, perché l’opera non svolge solo funzione comunicativa sull’ attualità né può fare epoca con l’autobiografismo. Anche se avvicini la quotidianità con linguaggio scarno e con una posa dissacrante- che mi sembrano la cifra stilistica del romanzo di oggi- rischi di scavare nell’insulsaggine naturalistica del singolo e di rimanere lì, ad un livello dove non trovi l’Uomo ma la sua ombra. Il risultato è un artificio estetizzante, cioè proprio quello che si voleva evitare.

Quanto è stata influenzata dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?

Cercavo di imitare Gianna Manzini, con scarsi risultati, poi ci ho rinunciato ma quell’ esercizio mi è stato molto utile. Un autore che mi piace è Michele Mari. Gli studi di letteratura mi hanno indirizzato verso la comprensione degli aspetti formali e tutto ciò che ho letto ha avuto la sua importanza. Quando leggo mi aspetto di scoprire come lo scrittore abbia risolto, nella sua epoca, la questione del rapporto linguaggio / realtà e ho sempre ben presenti le esperienze moderniste e di neoavanguardia del secolo scorso. Non ho ancora letto tutta la letteratura italiana del ‘900 e mi aspetto di imparare e di scoprire moltissimo. Leggere gli autori di madrelingua italiana è l’ unica palestra possibile per un italiano che scrive. Non bisogna dimenticare che qualcuno, in questo paese, ha scritto Le città invisibili e qualcun altro ha scritto Una vita violenta e tutta una serie di esperienze sono passate nel mezzo. Una qualche influenza la devi subire per forza. Uno scrittore è vecchio di almeno due secoli, altrimenti non è ancora.

Maddalena Rotundo vive ed insegna a Potenza. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università di Basilicata con una tesi dal titolo Paul Dermée, anomalia del cubismo. La passione per la narrativa e la poesia l’ accompagnano sin da giovanissima e dopo l’università è proseguito il suo interesse per la critica letteraria e la teoria del romanzo. Ha pubblicato saggi e racconti su quotidiani e riviste locali.

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