Tempesta madre

Jacopo è un ragazzino introverso, scontroso, inquieto ed, a tratti, disubbidiente. Quali tratti assume l’adolescenza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

L’adolescenza è una spaccatura temporale, una transizione tra due luoghi del corpo e del tempo. Credo che sia questa la ragione per la quale genera tanto interesse verso chi scrive, perché è il campo dell’incompiutezza e dove ancora tutto è possibile. Jacopo e sua madre vivono in un’eterna adolescenza, o almeno la credono tale, e verranno colti di sorpresa dalla vita, trascinati a fondo o in superficie.

Nella loro esistenza Jacopo e sua madre reperiscono una casa in una palazzina popolare al “Rione delle mosche”: l’ascensore inutilizzabile, il bagno privo di porta, un unico letto in cui dormire.

La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

La lotta esiste sempre e per sempre perché ogni individuo tende a ottenere condizioni migliori. Possiamo parlare di lotta quando gli individui si uniscono e le aspettative del singolo confluiscono in quelle di una parte della società. Le rivoluzioni solitarie assomigliano all’istinto di sopravvivenza e non portano ai cambiamenti della società. Ho ricordi di manifestazioni per l’assegnazione degli alloggi popolari che guardavo al telegiornale regionale a ora di pranzo con la mia famiglia. La casa occupata, all’interno del romanzo, viene da questi ricordi. Abito nel quartiere dove il romanzo è ambientato e considerata la vastità che l’edilizia popolare occupa, direi che il disagio abitativo si è trasformato dal non avere la casa all’averne una ma in condizioni non ideali.

Il suo romanzo è pregno di elementi attinti all’osservazione del corpo e ciò che i suoi movimenti possono esprimere: la madre di Jacopo e la gestualità che accompagna lo spegnere delle sigarette.

Quali ragioni l’hanno spinta alla celebrazione sensoria e della fisicità?

Il corpo occupa una grande parte del romanzo. Il corpo ben fatto della madre-segretaria, a confronto di quello di Jacopo che da bambino sembra essere incompleto, “il corpo” terribile del rione popolare dove abitano, la casa vuota che è un corpo smembrato, la carne affettata dal padre della macelleria. Volevo scrivere di elementi primi, tangibili, il racconto doveva passare per tutti questi corpi per arrivare veramente a toccare il lettore. Ho cercato parole ruvide che in qualche maniera stimolassero anche l’aspetto tattile della lettura.

La sua preziosa narrazione illumina anche il disgraziato, il derelitto, lo scarto umano, il microscopico. In fondo, è la biografia di tanti. Ha avuto uno scopo di liberazione di quei tanti, appunto, abusati da pregiudizi, malelingue, offese e pubblico giudizio? È il rinascimento degli invisibili?

Non ho seguito nessuna morale, ho raccontato gli ultimi e i falliti per senso estetico, perché in loro risiede una grazia particolare nella quale in molti si rivedono. Il riscatto sociale non passa attraverso la narrativa, che almeno nel mio caso ha il solo scopo di intrattenere il lettore, ma attraverso la programmazione politica di un nuovo assetto sociale che garantisca a chiunque di non essere ultimo. Vivo in una città che paga un pregiudizio pesante agli occhi delle altre città italiane, detesto le facili allusioni e la necessità di tanti di semplificare il discorso per inquadrare in griglie ideologiche e sociali la realtà di Napoli. Scrivo per aumentare di complessità la realtà, per indagare le piccole cose.

Romanzo di formazione, favola, realismo magico, poesia. Quanto ha attinto ai generi codificati dalla letteratura classica ed in che misura il suo romanzo ne diverge?

Ho sempre pensato a ogni romanzo come a un romanzo di formazione, perché la crescita insita in ogni narrazione, costruisce un personaggio, una storia, o il lettore stesso. Le letture che mi attirano provengono da vari generi, gli autori si cimentano nella disciplina che viene loro più naturale e nella quale dimostrano le loro qualità. Cerco il conflitto all’interno dei personaggi, e fino a ora ho rinunciato agli eventi esterni perché mi piace indagare i movimenti minimi e le fragilità interiori, e questo mi dispone a scrivere narrativa, credo, ma non ho mai approfondito il discorso con me stesso. A ogni modo, la questione di genere non l’ho mai sentita perché la mia forma mentale non mi permette di pensare per compartimenti.

Gianni solla è nato a Napoli, dove vive e lavora.

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