La mia storia suona il rock.

Da Elvis ai DJ Set: suoni, musiche e canzoni tra mode e movimenti

Le due differenti modalità di esperienza elettronica accolte dai Radiohead e dall’industrial rock dei Nine Inch Nails; la riattualizzazione di due esemplari sostanziali della storia del rock: nel Nu Metal la propensione innovativa e la rimonta dell’urto ribellistico scagionano la veemenza dei Rage Against the Machine, mentre lo spazio asfissiante e buio dei Tool non è che desiderio di disintegrazione totale; nel Neo Punk contrariamente, l’esperienza di cambiamento vissuta dai Green Day nel passaggio dai 90es agli Anni Zero si oppone al furore sfacciato e quasi spensierato del punk-hardcore dei NOFX.

Ebbene, quale ascendente assume la politica nel panorama del rock, e più ampiamente musicale, che ha osservato?

Il rock è una musica popolare. Ma non solo: è anche ballo, spettacolo, relazioni, esprime in una serie di azioni comunicative, economiche, politiche o culturali. E dagli anni Sessanta diventa simbolo d’identità e, grazie ai concerti, di rito di aggregazione. Con lo scorrere dei decenni si trasforma in un linguaggio attraverso il quale le generazioni comunicano e da semplice forma di intrattenimento si trasforma in strumento di protesta, lotta e denuncia sociale. Prima negli Stati Uniti, poi in Europa, i giovani scendono in piazza per ribellarsi a un sistema che gli va ormai stretto e lo fanno urlando e, soprattutto, suonando e cantando, trasformando così la musica in grande collante della contestazione. Rivoluzione, lotta di classe, libertà, rabbia, affermazione: il rock per generazioni è la diretta conseguenza di questi sentimenti, di loro si è cibato per prosperare ergendosi al tempo stesso a canale di diffusione privilegiato. Canzoni e concerti hanno trasformato il rock in un salvagente a cui aggrapparsi, un mezzo grazie al quale evadere dalla vita di tutti i giorni.

La nascita del rock costituisce il paradosso stesso del rock, considerando che i suoi albori e la sua vita sono iscritte nell’alveo della cultura di massa e dell’industria culturale.

Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?

Il rock è cambiato, si è evoluto in stili, tendenze, sottogeneri sempre legati al mondo giovanile. Oggi non dico sia morto, ma certo non sta tanto bene, perché travolto da ondate di pop, hip hop, rap ma anche perché schiacciato sulle proprie antiche responsabilità e incapace di reagire al nuovo. La domanda che dobbiamo porci è questa: riesce il rock a raccontare quello che siamo, quello che vorremmo essere, riesce a mettere in scena ansie, conflitti e desideri del nostro tempo? Se il pop sforna nuovi idoli senza sosta, il rock fatica ad aggiornarsi sia nella sostanza che nell’estetica. Il sacro fuoco della creazione pare essersi inceppato e il rock resta accasciato su sé stesso senza riuscire a volgere lo sguardo al futuro. Oggi il motore principale della “musica del diavolo” sembra diventato il ricordo nostalgico di quello che è stato, non offre eroi nuovi alle nuove generazioni che restano attratti dal fascino sovversivo del genere ma che devono volgere la loro passione a ritroso, nella storia passata dei padri e dei nonni. Ci sono ovviamente decine e decine di buonissimi gruppi di giovani pieni di talento che usano un linguaggio classico ma che durano lo spazio di 2/3 album: guardate i cartelloni dei grossi festival degli ultimi anni, gli headliner sono vecchie glorie con tantissimi anni passati sul palco. Se diciamo rock oggi pensiamo a un cliché: quattro accordi sparati, chitarre elettriche, batteria in quattro con cassa e rullante in evidenza, un cantante che strilla. Ma il rock non è nato per essere questo, era la musica più varia e fantasiosa mai apparsa sul pianeta. 

Il resistere d’una fruizione della musica nonché dei concerti, principalmente da parte di chi venerava certuni artisti all’incirca venti o trenta anni fa e che attualmente si conforma al rito ed interviene ai medesimi concerti, sotto l’egida, chissà, della percezione di qualche cosa di scomparso ed unico.

Quanto gioca la nostalgia?

Come ricordavo prima, il rock ha forse perso definitivamente la sua anima e la sua identità così per come lo abbiamo conosciuto. La mia generazione che ha goduto degli assoli di chitarra di Jimmy Page e di Eric Clapton, delle rullate di Jon Hiseman o Ginger Baker oggi è disorientata, a meno che non ritorni ad ascoltarli ancora una volta, all’infinito, fino a conoscere tutti i brani perfettamente a memoria, magari mimando delle invisible guitars e saltando all’inizio di un assolo per la felicità (chi ama o ha amato il rock sa bene di cosa parlo). Ascoltando la musica che ci ha fatto cambiare vengono ancora i brividi. Può essere nostalgia, sì, anche perché i rocker vivono ormai solo di ricordi e nei palasport la maggioranza del pubblico dei concerti è sempre composta da appassionati di mezza età. Il business dei «concerti della nostalgia» non conosce battute d’arresto.

Il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile paiono serpeggiare tra le sue pagine. 

La musica come illusione?

Non penso che la musica possa essere “illusione”, credo piuttosto che la musica sia lo strumento attraverso il quale i giovani esprimono loro stessi e le loro emozioni, dalla rabbia alla gioia, dal dolore delle sconfitte all’entusiasmo delle conquiste. La musica si plasma con la realtà per gridare al mondo esigenze, denunce e frustrazioni. La musica è anche emancipazione.

Oltre che un percorso storico, questo libro, davvero accattivante, sembra essere un omaggio alla musica

Perché, a suo avviso, le note costituiscono un linguaggio universale da tutti compreso?

La musica è un linguaggio che tutti sono in grado di comprendere: per noi babyboomer era tutto e spero lo sia anche per i millennial e per i giovani che verranno perché possiede un potere eccezionale. Piace, diverte, fa sognare, ricordare, evadere, emozionare, comunica informazioni, veicola messaggi, coinvolge e svolge un’importantissima funzione sociale: aiuta a costruire amicizie, consolidare rapporti, a socializzare con gli sconosciuti. Inoltre, grazie alle canzoni e ai personaggi, è un prezioso strumento per il ricordo e la ricostruzione di avvenimenti, usanze, sentimenti diffusi in particolari periodi. Ogni periodo ha la sua colonna sonora ma non si può racchiudere in uno spazio temporale definito un genere, perché la musica non è mai stata “rigida”, si contamina, si mischia, non esistono compartimenti stagni per le sette note.

Luca Pollini è giornalista, saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri, I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Amore e rivolta a tempo di rock; Immortali; Restare in Vietnam; Ordine compagni! Per il teatro ha scritto Ci hanno rubato la parola amore.

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