Il virus dell’Occidente. Universalismo astratto e sovranismo particolarista di fronte allo stato d’eccezione

Le società capitalistiche sono state rese sempre più deboli e disuguali da decenni di guerra ai salari ed ai diritti delle classi subalterne, dalla demolizione del welfare e dall’ imporsi di forme di coscienza ultracompetitive.

Ebbene, in qual misura la pandemia di Covid-19 ne ha fatto emergere le intrinseche contraddizioni?

La pandemia si è abbattuta su società – quella italiana come degli altri paesi occidentali – già duramente messe alla prova dalla crisi economica e, più ingenerale, da tre decenni di politiche neoliberali. Le fratture tra le classi sociali ne suno state accresciute: pensiamo a quanto avviene nella scuola, dove il divario di classe è stato amplificato dalle lezioni a distanza. Purtroppo, nonostante gli auspici dei primi mesi (“nulla sarà più come prima”), sembra che non abbiamo imparato nessuna lezione. Al termine della pandemia, nessuna tendenza ad invertire la catastrofica politica economica del passato sembra profilarsi. Al contrario, siamo davanti a una mobilitazione generale delle classi dominanti per garantirsi una ulteriore concentrazione del potere economico e del potere politico. Le prese di posizione di Confindustria, la nascita del governo Draghi e le sue scelte, lo attestano.

Di fronte allo stato d’eccezione, sia le posizioni dirittumaniste astratte che il sovranismo particolarista e populista, che dell’odierna egemonia neoliberale costituisce non l’alternativa bensì una scissione conservatrice, condividono invero lo stesso atteggiamento suprematista.

Quali sono le ragioni sottese alla rinuncia a guardare l’alterità?

L’Occidente ha da sempre un problema con l’alterità, nei confronti della quale l’atteggiamento storico del mondo bianco è stato improntato alla guerra totale coloniale e allo sterminio. Ma ne ha uno ancora più grande quando questa alterità non è sin dall’inizio più debole e subordinata, come in passato, ma è forte e in ascesa, come la Cina. Addirittura destinata a prendere la testa dello sviluppo economico globale e ad assumere un peso politico sempre più rilevante. Il suprematismo occidentale è l’ideologia ufficiale delle tendenze liberali, le quali esprimono un profilo universalistico (diritti umani per tutti) ma nascondono dietro questi slogan una difesa degli interessi dell’Occidente e in particolare del blocco al servizio degli Stati Uniti. Ma il suprematismo occidentale è in realtà condiviso anche dalle tendenze populiste-sovraniste. Le quali sostengono di avversare il liberalismo ma ne replicano in realtà le posizioni in forme particolaristiche. In questo senso, il sovranismo e il populismo, nella loro contestazione della globalizzazione, sono esattamente una rivolta contro la Grande Convergenza e cioè contro il riequilibrio dei rapporti di forza internazionali conseguenza della decolonizzazione del dopoguerra. Sovranismo e populismo pretendono in realtà non un’equa divisione delle risorse in Occidente ma una ricolonizzazione del mondo, affinché non sia necessaria nessuna redistribuzione e i popoli bianchi possano continuare a godere dei sovraprofitti legati alla divisione imperialistica del lavoro internazionale e questi profitti non siano destinati soltanto alle classi più agiate ma anche alla piccola borghesia e ai ceti medi. Populismo e sovranismo sono perciò una forma di socialsciovinismo.

Lei prospetta l’elaborazione di una forma concreta di universalismo e pensa ad una diversa configurazione del rapporto tra individuo, società civile e Stato.

Ce ne descrive i termini?

La lezione che possiamo imparare dalla Cina è anzitutto questa: soltanto un forte ruolo di direzione da parte dello Stato e delle istituzioni nei confronti del mercato può consentire di far prevalere l’interesse pubblico sugli interessi privati. Nelle società capitalistiche è inevitabile che il mercato prevalga sulla politica. La presenza di elementi di socialismo rende invece molto più plausibile il perseguimento del bene comune. Inoltre, la Cina immagina uno scenario internazionale nel quale tutte le nazioni possono coesistere e cooperare con reciproca convenienza (Tianxia: “Tutto è sotto il cielo”). E’ un’alternativa radicale al modello imperialistico liberale, il quale pensa il mondo sulla base della politica di potenza e porta inevitabilmente alla competizione e al conflitto.

Lei scrive:”Di fronte a una crisi improvvisa come la pandemia, i presunti vantaggi che avrebbero dovuto facilitare una pronta risposta sono stati però neutralizzati da un altro aspetto di queste società e cioè la loro fede acritica nella immodificabilità dell’ordine presente”.

E’ la religione assoluta del capitalismo la responsabile d’uno sguardo miope e gretto verso altri stili di vita?

La religione assoluta del capitalismo è l’impossibilità anche solo di pensare un altro modo di vivere e di organizzare la convivenza umana, un altro tipo di società, nel quale prevalgano non il conflitto e la competizione ma la solidarietà e la cooperazione. Il capitalismo e la concorrenza capitalistica vengono percepiti come dati di fatto naturali ma anche come l’assetto migliore possibile perché perfetto e pienamente razionale. E’ per questo che oggi “è più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo” (Jameson, Fisher). Talmente radicata è questa concezione della realtà che nessuna indignazione emerge quando l’Occidente esporta i propri interessi e i propri standard tramite la guerra e l’occupazione di altri paesi.

Professore, quale strada percorrere per ricostruire la democrazia moderna?

C’è un’unica strada e consiste nel fare oggi in condizioni nuove ciò che è stato fatto ieri nell’ambito del movimento operaio e socialista: unire in un’unica forza quella molteplicità di debolezze che è costituita dalle classi subalterne e dal lavoro subordinato, al di là del genere e della provenienza nazionale. Si tratta di ricucire i tanti conflitti in corso nel paese e di ricostruire gradualmente un’organizzazione politica e una forma di coscienza conflittuale. Se non si ricostruisce un fronte unitario del lavoro in grado di difendersi e di pretendere i propri diritti, niente potrà arginare quella lotta di classe dei ricchi che ha portato allo smantellamento dello stato sociale e alla subordinazione del mondo del lavoro.

Stefano G. Azzarà insegna Storia della filosofia politica all’Università di Urbino e dirige la rivista “Materialismo Storico”. È impegnato in un confronto tra le grandi tradizioni filosofico- politiche della contemporaneità: liberalismo, conservatorismo, marxismo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...