Intervista alla sposa

Questo è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?
Forse l’illusione. Quasi sempre l’illusione si presenta come una “volontà inconscia” di continuare a credere. Che si ama la persona giusta, che non è possibile uscire da un rapporto, che la famiglia è il bene supremo, che si commette peccato scegliendo il bisogno di libertà mentre tutto intorno è un frastuono di catene. Il gatto si morde la coda quando non si hanno le forze per cambiare e c’è un motivo serio di pericolo. In questa vicenda, in un contesto estremo, laddove la cronaca da anni ci presenta le sorti violente del dominio e del possesso nella coppia, ho provato a inoltrarmi senza limiti e con la forza del cieco in una passione d’amore che dalla giovinezza prende proprio la stangata delle illusioni: lei, Stefania, da ragazza parte con un uomo capace di aprirle il mondo e nel matrimonio scopre una persona diversa, ossessiva e violenta, manipolatore e tutore; lui, Dino, va dritto per la sua strada e stampa su Stefania il marchio dell’eletta, quella che deve essere nella vita e nella famiglia come la immagina, non come è. Una come Stefania si chiama vittima perché non sa di finire nella realtà allucinata del marito. Ormai un copione nella vulgata. Bene, appunto. Ma sappiamo davvero “come”?
L’amore, soventemente, appare fugace, ingannevole, temporaneo e deludente. Ritiene che siffatto sentimento non possa assumere carattere salvifico? Penso alla storia di Stefania, aggredita ed intrappolata.
Neanche leggere e rileggere Carver o ‘Donne innamorate’ di Lawrence, studiare il ‘Simposio’ di Platone o rivedere ‘Eyes Wide Shut’ di Kubrick, e tantomeno ripensare alla mia esperienza in amore, mi permette di rispondere. Temporaneo, perché cerchiamo l’eterno? Deludente, perché il “desiderio inconscio” non viene appagato? Temo che l’amore sia muova spesso in queste umanissime e infantili ambizioni sbagliate. Stefania e Dino hanno entrambi posizioni granitiche. Aggredito e intrappolato è anche il marito. Da se stesso. E lo scrittore, che cerca a suo favore una buona storia da raccontare, un libro magari di successo, va in pezzi proprio incontrando i suoi due personaggi. Vanno in frantumi tutti e tre. Dunque, non c’è dubbio che questo è un romanzo d’amore.
Il suo romanzo narra altresì di un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia. Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
Non lo dico io, ma a mio modo la metterei così: quei legami sono così passionali perché vengono dai corpi e si fanno simboli e questi simboli tornano ai corpi e così via quando i nuovi membri della famiglia, nel ciclo di esistenza e società, entrano nel mondo. Annientare e generare è una visione precisa del paradosso tra Stefania e Dino. Con le parole di Stefania e quello che possiamo chiamare il ‘flusso di coscienza’ dello scrittore l’intera relazione sentimentale si apre al suo percorso nel tempo: il desiderio e le aspettative, l’unione e i figli, i ruoli e il dominio, la fiducia e il controllo (tengo molto, l’ho capito dopo, all’invettiva alla videocamera di sorveglianza nel carcere, all’inizio del quarto capitolo). Amore e potere, passioni forti della famiglia. Ma, senza svelarlo, vorrei aggiungere che il romanzo è attraversato anche dall’elegia della carezza, come lei sa avendolo letto. A un certo punto lo scrittore, che mentre sbobina gli incontri con Stefania ragiona sul caso, le dinamiche di genere, il libro da fare, e se stesso, riflette sulla famiglia: “… il luogo mentale più fisico nella storia dell’umanità, la sede perpetua della libera prigionia”.
Quali pericoli ravvede nell’adesione a ruoli di genere rispetto alla texture di relazioni interpersonali sane?
C’è una storia antropologica dei generi fondata su un arbitrio di dominio (la colpevole e ben strutturata confusione tra natura e cultura di Simon De Beauvoir), nella relazione di coppia, in famiglia e in società, che si sta sgretolando, per fortuna, ma siamo al vagito del neonato, considerando tutto quello che ancora deve accadere prima di un “nuovo” di cui non abbiamo ancora la parola per definirlo, per quanto “parità” sia per me già qualcosa di ingessato e inefficace, un “nuovo” impossibile finché non si compie un risveglio vero, critico, aurorale, permanente, autoironico, proiettivo e costruttivo dei maschi, e delle femmine in dialettica con questo risveglio in progress, dunque la vedo dura, e secolare. Secondo il World Economic Forum al momento ci vorranno 150 anni prima di raggiungere la parità di genere nel reddito da lavoro. Qui stiamo parlando di un pianeta che deve uscire da un arbitrio fondativo. Mi spiego? Dove non c’è violenza, dove non c’è dominio, controllo, manipolazione, possesso, istinto di sopraffazione, la relazione è sana, e insieme in balia a dosi variabili di quei comportamenti insani. Tutti comprendiamo, sulla carta, quanto le stesse dinamiche appartengano sia alle relazioni interpersonali nelle età della vita sia all’espressione specifica del dominio di genere. E’ un lavoro, districarle. Spesso coincidono.
La relazione tra Stefania ed il suo interlocutore si srotola ambigua, squilibrata, toccando una questione cruciale: come si racconta una storia come questa? Ebbene, quali sono state le sue ragioni?
Come si racconta una storia come questa è stato un assillo, ma sono stato fortunato: si sono presentate subito due voci, una di fronte all’altra, non mi lasciavano, dunque un tavolo della questione che conteneva la soluzione. Distanza, non immersione. Governo del tempo, non ripartizione. Così ho tematizzato il problema conoscendo, lo vedono tutti, l’ambigua popolarità di questi fatti trattati dall’informazione e dalla narrativa mass mediale attraverso parole chiuse nel marchio invece che aperte al senso: femminicidio, vittima, carnefice. Lo scrittore incontra Stefania per raccogliere i fatti e le emozioni e restituirli in un libro. In questo altrove narrativo, fuori dalle debolezze di un percorso cronologico, dove è facile che l’autore finisca nella zuppa dello sdegno con il suo lettore, e addio, ho drammatizzato le posizioni e permesso a Stefania di avere diverse visioni di se stessa nel corso della sua vita, e con lei il lettore. In ogni momento il lettore è dentro e fuori dalla storia. Non credo ci sia alternativa alla critica. E’ la principale, la primordiale, vocazione umana. Naturalmente tutto questo resta un bel discorso se non c’è la ricerca di un orientamento formale, se non si raggiunge uno stile. Le ragioni di ogni lettore lo pretendono.

Silvio Danese è nato a Pavia, vive e lavora a Milano. Tra i libri di narrativa, Anni fuggenti (2003), Il suono della neve (2009). Giornalista e critico, si è occupato di cinema, musica e teatro.

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