Femminicidio, problema universale

Il femminicidio può essere attribuito al caso o è un fenomeno con radici culturali e sociali profonde?

Non penso che il femminicidio sia un caso. Penso invece che abbia radici profondi, nel senso che si tratta di una, anzi una delle conseguenze di scelte politiche, sociali, economiche, culturali, ecc. Premetto intanto che al mio avviso il femminicidio non esiste soltanto in alcuni contesti e non in altri. Vengo dal Camerun, un paese africano profondamente partriarcale. E posso assicurare che anche nel mio paese le donne vengono uccise per via del loro essere-donne, magari dopo uno stupro, o stalking. Magari dopo una litigata fra coniugi in cui la moglie ha alzato la voce facendo innervosire lo sposo. Quindi il femminicidio esiste dappertutto. Semplicemente, in molti contesti non viene pubblicizzato. Solo in Occidente si punta molto sulla libertà, e di conseguenza sull’emancipazione femminile. Solo in Occidente, almeno secondo me, il Diritto fa la differenza fra l’uccisione e il femminicidio. Solo in Occidente, infine, lo sviluppo dei media rende possibile la pubblicizazzione del femminicidio.

Ora, parlavo del femminicidio in quanto risultato di scelte politiche ecc. Penso che esso sia per l’appunto indicatore di una società in mutamento. Faccio un esempio: prendiamo un uomo. Se di fronte a lui una donna dimostra la propria sottomissione, è molto probabile che l’uomo rimanga calmo, rilassato. Immaginiamo adesso che la donna provi a ribellarsi contro la superiorità di lui, che lei inizi a proclamare i propri diritti. C’è da scommettere che l’uomo si alteri e provi adirritura a farle del male. È questo il femminicidio: la reazione violenta, anzi radicale, del maschilismo nei confronti dell’emancipazione femminile.

Si reputa che la intimate partner violence si riveli una strategia per “fare il genere”, e per “fare le maschilità”. La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che la lingua sviluppa dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

I modi di dire, battute e proverbi costituiscono anzitutto le tracce di tutto ciò che trasmette una cultura in termini di costumi, valori, divieti, ecc. Ma anche in termini di certezze (sempre secondo la stessa cultura) e di problematiche irrisolte. In questo senso i proverbi costituiscono, secondo me, l’anticamera di forme di violenza. Giusto per prendere un esempio, in Camerun c’è un detto che dice che la donna non pensa. Un detto che ha un senso comparativo, e che sta a significare che fra un uomo e una donna, questa prenderà sempre decisioni affrettate, in base all’istinto o agli “ormoni”. Ora, nessun uomo può affermare che una è incapace di pensare, dato che si tratta di un proverbio. Però, c’è da rendersi conto che in una discussione fra maschi e femmine, i primi tenderanno sempre ad avere il sopravvento sulle seconde. Per cui i proverbi, i detti, le battute celano un retromondo di pregiudizi che poi incidono sulla realtà, a volte anche all’insaputa delle persone.

Chi paga le conseguenze del femminicidio ed in quali forme nei contesti da lei analizzati?

Nel mio libro “Cameruneserie”, non analizzo esplicitamente il femminicidio. Analizzo le divergenze culturali sotto l’aspetto dei rapporti di genere. Praticamente, mostro come in un contesto camerunese e africano, le donne siano “sottomesse”, o meglio, accettino più volentieri la sottomissione nei confronti dell’uomo; al contrario dell’Occidente (l’Italia in questo caso, però non sottintendo che la penisola sia un esempio in tema) dove c’è parità uomo-donna, o quantomeno, dove ci sono sforzi in quel senso. Chiaro che, stando alle insinuazioni del libro, il femminicidio diventa un fenomeno strettamente occidentale, dato che nel contesto africano la donna è sottomessa e quindi ispira al maschio sentimenti di generosità e di paternalismo. Ma, ripeto, sono i personagi del libro a presumerlo.

Chi paga le conseguenze del femminicidio? Anzittutto le donne stesse, ovviamente, ma anche la società che perde così, chi una madre, chi una sorella, chi una figlia, ecc. Ma ci perde anche la stessa società nella sua capacità di seduzione, di porsi in quanto modello. Una società che registra tanti femminicidi senza preoccuparsene a priori, che lezione potrebbe dare ad altri paesi in termini di diritti umani o di tutela della libertà d’espressione?

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine. Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere, soventemente preludio a forme di violenza?

Penso che ad oggi le discriminazioni di genere siano più una resistenza all’emancipazione della società, che non una modalità assunta di relazionarsi gli uni alle altre. Come ben dice Lei, le discriminazioni di genere sono state affermate e confermate, sistematizzate in passato per via della Religione e delle strutture stesse della società. In qualche modo, sono quelle strutture che proseguono fino ad oggie e che, man mano che si va avanti, vengono individuate, denunciate e poi decostruite. Ancora pochi anni fa il Diritto non contemplava il delitto di femminicidio. In seguito invece in Francia l’hanno adottato. Per lungo tempo si parlava d’emancipazione, ma non di parità di salari. Oggi invece, nonostante non ci sia parità stretta, almeno se ne parla, e si prova a trovare soluzioni. Un altro esempio: all’inizio del femminismo, quando scendevano in piazza le “Suffragette”, cosa chiedevanno? Il diritto di voto. Era quella la battaglia del tempo, non il diritto di vestire pantaloni oppure di scegliere il proprio uomo da sposare. Insomma, secondo me le discriminazioni ci sono sempre, anzi vengono frequentemente messe in evidenza, poste nel dibattitto pubblico in quanto problema a cui trovare soluzione.

Il suo testo è stato tradotto dal Francese dal Professor Gerardo Acerenza. Ci esemplifichi le ragioni dell’interesse linguistico costituto dal suo scritto.

Il processo di traduzione è stato lo stesso che per il primo libro: Negro, lettera a una madre. Per un anno il professore gerardo Acerenza, insieme alla sua classe di traduzione letteraria, ed Io stesso abbiamo fatto la traduzione durante orari di lezione. Poi abbiamo sottomesso il libro alle Edizioni Il Faro, che ha accettato di pubblicarlo in lingua italiana.

Va ricordato che il professore Acerenza nutre un grande interesse per la lingua francese parlata, non in Francia, bensì nel resto del mondo. Tant’è egli ha preso un PhD in Canada sul tema della variazione del francese nel mondo. Quindi, fin dall’inizio i miei testi in francese hanno costituito per lui un forte interesse.

Direi che l’interesse linguistico del libro viene dall’idea innovativa che ha avuto il professore Acerenza: portare gli studenti universitari a tradurre, non soltanto passi di qua e di la di qualche libro divenuto un classico, bensì un intero libro pubblicato in lingua straniera e non ancora tradotto. È un plus. Il lavoro era inedito all’Università degli Studi di Trento. Per cui i miei testi, finora, tradotti in lingua italiana non sono l’opera di un professonista, ma di studenti universitari. D’altronde, sono stati nomminati tutti nel proposito introduttivo del libro.

Christian Kuate è nato in Camerun; si è laureato in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento. E’ autore di Negro. Lettera ad una madre: la storia di un viaggio.

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