L’inizio di ogni cosa

Però sono belli, gli inizi. Al principio sembra tutto più facile.
Può esemplificare la ragione del titolo del suo romanzo rispetto alle tematiche su cui si innesta la sua riflessione?
“L’inizio di ogni cosa” nasce proprio da un vasto ragionamento sul concetto di inizio. Una domanda mi ha costantemente accompagnato durante la stesura: quanti inizi può contenere, la vita? Quanti drammi, quante difficoltà, ma anche quante rinascite… Quante volte siamo costretti a ricominciare da capo, anche quando non lo vorremmo? Forse la risposta che cerchiamo sta proprio dentro di noi, nella nostra forza d’animo, in quel piccolo atto eroico che è andare avanti a dispetto dei dolori e delle difficoltà. Perché quando qualcosa finisce, ecco, proprio lì arriva il momento di scrivere un nuovo inizio. Cosa per fare la quale occorre una grossa dose di coraggio.
Il percorso della protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole impatto emozionale.
Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella texture del suo romanzo?
Tommaso, il protagonista, è una persona che la vita ha segnato profondamente all’inizio, e da allora è come se avesse difficoltà a continuare, ad andare oltre, a creare qualcosa destinato a durare in questo mondo spesso abituato a distruggere. E infatti soffre di sindrome dell’abbandono, le certezze che credeva di avere non sono poi così solide, e a volte basta poco, un frammento fuori posto, per mandare in pezzi qualcosa che si era costruito con tenacia. La memoria, in questo senso, è un elemento fondamentale. Senza di lei, semplicemente, non esistiamo. Il passato è ciò che fa parte di noi, sempre lo farà, ed è solo facendoci pace che possiamo provare a vivere un presente sereno e a camminare verso il domani con fiducia.
Una comunità di artisti, un luogo magico ed anticonformista ma comunque isolato: quanto ha inteso riflettere circa i concetti di ostilità e pregiudizio o scelta di confinamento?
Nel romanzo racconto Bussana Vecchia, un affascinante borgo sulle colline di Sanremo, un villaggio che sembra fuori dal tempo e dalla storia unica: semidistrutto da un violento terremoto, è stato ripopolato da una comunità di artisti che lì ha stabilito le proprie botteghe, scavando tra le macerie e costruendo un luogo che è stato capace di andare oltre la fine e di riportare la bellezza dove non era rimasto quasi più nulla. Tommaso vi approda per cercare un pittore che si fa chiamare Gabbiano, autore di una serie di quadri raffiguranti un misterioso volto femminile. Qui si imbatterà nella bizzarra comunità degli artisti, formata da persone che hanno abbracciato un tipo di vita più forte delle ferite inferte dall’esistenza stessa. In un mondo che diventa ogni giorno sempre più difficile, che ci vuole sempre perfetti e performanti, recuperare un senso della lentezza delle cose credo rappresenti qualcosa di molto importante e che sarebbe pericoloso perdere di vista, ancor più alla luce di quanto successo col Covid.

Il suo sembra un monito ad essere attenti alle sensibilità altrui, a farci forieri d’empatia. Trova che la contemporaneità vada scossa in tal senso?
Nella maniera più assoluta. Tommaso riesce a risolvere se stesso proprio nel momento in cui, entrando in contatto con gli artisti di Bussana Vecchia, si apre all’altro da sé, accoglie punti di vista anche molto differenti dal suo e fa della ricchezza del dialogo e del confronto un elemento centrale per capire che tipo di uomo vuole diventare e progredire. La sensibilità e l’empatia sono concetti chiave, e oggi purtroppo si stanno smarrendo sempre di più dietro le orribili derive dell’odio, dell’intolleranza e dell’indifferenza. Le persone sono tutto quello che abbiamo, non dovremmo mai dimenticarcene.
In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla scrittura?
Sì, perché scrivere un romanzo significa aprire un dialogo, con se stessi, prima, e poi con i lettori. Il vantaggio, per uno scrittore ma anche per chi ama leggere, è la possibilità incredibile di vivere più vite tramite le storie. I libri hanno questo potere magico: ci conducono su strade che non abbiamo mai percorso, in luoghi che non abbiamo mai visitato, dentro esistenze che non sono la nostra e che pure ci coinvolgono fino a farci sentire che ne facciamo parte anche noi. E in questo modo ci parlano, ci aprono la mente, ci fanno del bene. Ci guariscono. Dal punto di vista personale, poi, la scrittura è ciò che mi salva ogni giorno. Valeva prima della pandemia, e vale ancora di più in virtù del tempo difficile che ci siamo ritrovati ad attraversare.

Luca Ammirati (Sanremo, 1983) è responsabile interno della sala stampa del Teatro Ariston, dove ogni anno si svolge il Festival della canzone italiana. Ha fatto il suo esordio nella narrativa con Se i pesci guardassero le stelle, tradotto e pubblicato anche in Germania e Austria, presentato in giro per l’Italia riscuotendo il consenso dei lettori e dei librai. L’inizio di ogni cosa è il suo secondo romanzo.

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