CHIEDILO A SHAKESPEARE. Gli antidoti del Bardo al mare delle nostre pene

“Se lo interroghi con cura e passione, ti risponderà dritto al cuore” Quali consigli può fornire William Shakespeare per affrontare il quotidiano barcamenarsi tra amare e soffrire, cadere e rinascere, desiderare, vendicarsi, morire?
Leggendo e rileggendo le sue opere, studiandole, portandole in scena, amandole, mi sono accorto sempre più come il teatro shakespeariano celi, nella sua forza letteraria, la potenza di messaggi sapienziali che possono parlarci direttamente, se ci mettiamo in ascolto. Il teatro di Shakespeare (nonostante talvolta i registi italiani ce lo propinino così, ahinoi) non è un tipo di teatro intellettualistico, celebrale, bensì un prodotto squisitamente pop. Lo era in epoca elisabettiana, senza dubbio, poiché la sua funzione primaria era quella di entertainment, ma lo è anche a un livello più profondo, nel senso che, dietro quella che a noi oggi può sembrare una complessità linguistica, racconta fondamentalmente le forme essenziali del nostro vivere quotidiano. Per cui, ecco che osservare i personaggi del suo teatro significa in un certo senso guardarci dentro, riscoprire le emozioni che colorano le ore delle nostre giornate.
Il Bardo non offre ricette, non dispensa dettami, non impartisce giudizi. Quale scopo si prefigge, orbene, rievocando le combinazioni formate dalle 31.534 parole che costituiscono i copioni del canone shakespeariano?
Shakespeare non è un autore giudicante, nel senso che nei suoi testi non ci sono indicazioni su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; non c’è alla fine una morale della fiaba. Tocca allo spettatore, o al lettore, decidere. E il Bardo non è nemmeno un autore consolante, un autore, voglio dire, che abbia una visione del mondo alla quale possiamo aggrapparci in cerca di risposte o di speranze; piuttosto, il suo è un teatro che spalanca domande, che problematizza. Per questo, il mio Chiedilo a Shakespeare, pur toccando un tema che potrebbe sembrare in qualche modo tangente, non è un libro di “auto-aiuto”, quanto di “auto-esplorazione”.
Ofelia, Amleto, Falstaff, Macbeth, Desdemona, Cleopatra, Giulietta e Romeo: quale potere posseggono i personaggi citati, oggi nomi adoperati per antonomasia?
Ognuno di loro, come molti altri personaggi shakespeariani, cessa, nella poesia del Bardo, di essere un mero personaggio teatrale, divenendo un archetipo, cioè una sorta di immagine originaria, perenne, transpersonale, di quello che siamo, mostrando aspetti essenziali dell’essere umano. Così, in Ofelia possiamo riconoscere il nostro deragliare dalla vita, in Falstaff la malinconica gioia di vivere che rifiuta ogni vano orpello o fatica sociale, in Macbeth il nostro divenire mostri pronti a tutto, in Desdemona la purezza di un sentimento che non cede all’ansia, in Cleopatra la magnificenza di un abbandono, in Giulietta e Romeo la pretesa tragica di un amore assoluto: tutte cose di cui possiamo fare esperienza diretta nella gamma emotiva della nostra vita, ma che in Shakespeare sono descritte a una tale altezza poetica da poterci dare preziosissime indicaizoni per farci i conti; perlomeno è questo il sentiero dai mille risvolti che ho cercato di percorrere nel testo.
10 capitoli in cui affronta altrettanti testi: Sogno di una notte di mezza estate, Macbeth, Molto rumore per nulla, Enrico V, Otello, La tempesta, Antonio e Cleopatra, Amleto, Romeo e Giulietta, Come vi piace: quale criterio ha adottato per compiere la scelta?
Necessariamente, per motivi editoriale, abbiamo dovuto compiere una cernita e non proporre tutte le opere del canone, altrimenti il libro sarebbe stato mastodontico e assai poco agile. I testi presi in considerazione sono quelli in cui forse con maggiore chiarezza venivano fuori dei problemi per così dire “tipici”, che ho creduto di poter scorgere al fondo ermeneutico di ogni copione. Per questo studiare il copione ha significato un’analisi di quel determinato problema. Abbiamo cercato anche di mantenere una uniformità tra tragedie, commedie e drammi storici, per restituire la polimorfia del teatro shakespeariano.
William Shakespeare produce un’opera filosofica epocale a cui assistevano uomini e donne, soventemente, analfabeti. Come ha legato il sublime e l’umile?
La grandezza del teatro shakespeariano, a livello letterario, sta proprio nella mirabolante armonia di diversi livelli narrativi che con una maestria poetica miracolosa si mostra in queste opere. Forse per noi oggi è più difficile vederlo di quanto non lo fosse per uno spettatore elisabettiano, e tanto più lo è in traduzione italiana, ma i suoi testi mantengono un’altezza lirica e filosofica a fronte di una capacità di intrattenere e divertire il pubblico; questo accade, credo, non perché Shakespeare scrivesse su vari piani allo scopo di accontentare diversi tipologie di spettatori, quanto perché la sua è una scrittura lineare e camaleontica. Per “lineare” intendo che mantiene sempre fermo, a dispetto delle acrobazie linguistiche, il timone della trama, e ciò permette di stringere un filo diretto con il pubblico; con “camaleontico” voglio dire che Shakespeare scrisse profondendosi in ogni suo personaggio al punto da mutare stile, mente, visione del mondo, vocabolario centinaia di volte. Questo contribuisce a fare del suo teatro un prodotto fruibile su vari piani. È chiaro che Shakespeare possa e debba far piangere e riflettere; ma se si assiste a un’opera shakespeariana (qualsiasi opera) e, in vari passaggi del testo, non si ride di gusto almeno 4-5 volte, attori e regista stanno sbagliando qualcosa. Questo perché Shakespeare, anche nelle sue altezze più infuocate di poeta tragico, è soprattutto uno scrittore comico. E non poteva essere altrimenti, data la sua visione filosofica di fondo, in base alla quale l’esistere stesso possiede la natura medesima di una messa in scena teatrale.

Cesare Catà è Dottore di ricerca in storia e filosofia dal 2009, è professore a contratto presso il Dipartimento di Scienze della comunicazione dell’Università di Macerata. Ha collaborato con vari centri di ricerca a livello internazionale, tra cui la University of Hawai’i; il Cusanus Institut di Trier (Germania); l’EPHE di Parigi e l’Istituto italiano di Cultura di Dublino. È autore di numerosi saggi, articoli e recensioni, pubblicati su riviste nazionali e internazionali. I suoi principali ambiti di ricerca sono legati alla cultura del Rinascimento; alla filosofia neoplatonica; al teatro di William Shakespeare e alla letteratura anglo-irlandese.

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