In dialogo con Antonio Limoncelli

Poeta, scrittore, saggista, pittore e tant’altro d’affascinante e sontuosamente leonardesco. Lei è poliedrico e tentacolare nell’esternazione dei suoi interessi: quanto crede nel sincretismo culturale, nella contaminazione di mondi apparentemente da intendersi come monadi?
Il sincretismo è una necessità funzionale nella globalizzazione della cultura. Io non credo però in questo sincretismo pilotato dai media, dove l’elemento dominante orienta le diversità alle esigenze del mercato unico ma credo al sincretismo religioso e a quello filosofico. La fusione di ideologie allontana dalle bandiere, dal bisogno di alzare il vessillo della propria fede o del proprio partito, allontana dai fondamentalismi, da quell’integralismo regressivo e da quella linea involutiva di processi che potrebbero riportarci al medioevo.
Nella cultura, il sincretismo è contaminazione, commistione di suoni e parole che vanno dal rumore all’armonia, dai toni alle tinte, quadri astratti e concetti surreali, passando dalle sonorità mediterranee alle lamentazioni liriche, dalla commedia tragica alla filosofia della matematica. Il sincretismo è un miscuglio di tutto al seguito della logica, congruenza irrazionale e leggerezza della vacuità, cadenza atona e dissoluzione della nebbia che svela l’insieme del mondo come unica specie, tutti animali con la stessa lingua, dal verso gutturale della rana nella palude alla melodia estrema d’un soprano in teatro.
La monade è sincretica, univoca nella sua varietà. Il monolite culturale, la barra d’acciaio inossidabile da cui costruiamo pentole è un residuo merceologico, la chimica dei mercanti che muovono le cose in funzione del guadagno. In sostanza il vero problema della società contemporanea resta la confusione tra progresso e sviluppo, tra necessità teorica e reale bisogno.
I miei studi sono stati sempre volti alla multidisciplinarietà, la passione per la filosofia e la psicoanalisi mi ha portato alla laurea in biologia, un percorso formativo che mi consente di mettere in relazione pensiero ed esistenza in maniera concreta. Il vero sincretismo culturale è la combinazione di menti diverse capaci di unire il sapere scientifico a quello umanistico in un tutt’uno inscindibile ed è questo il caso in cui la monade risulterà funzionale a tutto il genere umano.

Quale uso fa della Parola il suo immaginario letterario?
La Parola che ho in mente, quando ascolto l’assonanza che libera la danza di vocali e consonanti, quando mi lascio coinvolgere da un vortice verbale e dalla giostra d’intuizioni del mio immaginario quotidiano, quella Parola che è dentro i miei pensieri e vuole uscire dalla struttura per liberare il senso, viene dagli inventari fonemici che la mia genetica propone come vibrazioni di pliche vocali, di sonorità ancestrali contenute nel mio genoma. Sono quasi sempre in attesa di parole che arrivano alla mente dagli orizzonti verticali del linguaggio generativo, di neologismi che sciolgono enigmi linguistici e risolvono i problemi di comunicazione che inducono il sentire personale e l’interpretazione soggettiva dei segni.
La Parola che uso è una monade logica, una somma di fonemi che riverberano dall’inconscio, il nesso sonico d’una serie di archetipi. Uso la Parola come veicolo del significato che il gesto lascia intendere con approssimazione, la uso per proporre la mente e l’universo che essa contiene.
Io sono scrittura, la parola è respiro, la mia vita e la mia esperienza di vissuti reali e immaginari sono il meglio che io possa esprimere senza allontanarmi dalla verità, dalla parola sacra, quella scritta dentro di noi dalla voce dell’universo. Noi conteniamo una storia vastissima che dobbiamo raccontare a partire dalle cellule, dai fossili, dalle tavole di pietra e dai papiri. Ho sulla lingua la Parola giusta per argomentare al meglio la risposta ma in gola la laringe adesso vibra oltre il significato atteso, si allontana con l’eco e si perde.

Qual è lo strumento di narrazione più congeniale al suo pensiero, talvolta labirintico ed asfissiante?
A proposito di narrazione seguo spesso il filo di Arianna nel labirinto di Cnosso per i racconti del Minotauro, è lui la mia musa, forse sarebbe meglio dire il mio muso, le labbra del mio parlato. Ecco il sistema più idoneo al mio narrare, io sono quello che dico, esprimo a tratti quello che sento e più spesso quello che la mia mente produce, forma e sostanza insieme.
Uso la narrazione per costruire significati nuovi, per avvicinare analogie così distanti da opporsi tra loro, per organizzare il disordine e destrutturare le mie convinzioni. Spesso i miei scritti sono difficili da decomprimere, la sintesi e la densità creano, per esempio, storie di consonanti occlusive e concentrazioni di parlato non detto in aree così anguste da non poter essere adattate alla spiegazione dei fatti, alla peculiarità delle vicende comuni. Chi si avvicina alle mie opere si guarda dentro e si sorprende di non capire più se stesso. Il mio pensiero labirintico e asfissiante richiede uno studio, il mio scritto non è orientato alla comprensione immediata perché ha una complessità funzionale alla sostanza, al germe da cui esploderà una forma nuova, un significato diverso. Sono un’esistenza che lotta per la biodiversità, un essere unico che cerca la totalità dei significati.
Preferisco la saggistica anche se mi diverto tantissimo a scrivere storie. Ultimamente scrivo dialoghi ricombinati, dialoghi d’arte e un’autobiografia che mi proietta nei vissuti di due di me, io e l’altro che m’inquieta. Mi piace scrivere, come dicevo prima sono scrittura. Scrivere permette di capire come sei fatto realmente, consente di esprimere persino il non detto e il non essere. Scrivere cura le malattie, tiene a bada la follia. Lo strumento di narrazione più congeniale al mio pensiero è la scrittura che narra se stessa.

Le sue riviste, Nova e Flussi Potenziali, sembrano compiere un’opera di generoso e disinteressato scouting. In nome di quale valore o principio lascia esprimere innumerevoli e varie voci?
Ho fondato Nova nel 2001, una rivista d’arte e scienza, seguito irrinunciabile di un giornalino, Crisalide, che pubblicavo dal 1994 e che ritenevo attesa attiva di quell’evoluzione editoriale che presto avrei realizzato. In quegli anni, a partire dal 1995, a proposito di scouting, avevo ideato un giornalino per le scuole, Bruco divenuto poi Brujo, che stimolava i ragazzi a scrivere, ad esprimersi, a dire cosa sentivano, cosa pensavano. Ricordo che percorrevo chilometri ogni giorno per contattare le scuole del territorio. Mi conoscevano tutti, presidi, studenti e docenti. Ero, per alcuni affettuosamente e per altri ironicamente, il signor Brujo. Distribuivo mille giornalini al mese e avevo spinto a scrivere moltissimi studenti dalle elementari alle scuole superiori. Ho fatto anche esperienza nelle scuole materne, coadiuvato dalle maestre, riportando per iscritto le curiose definizioni che davano i bambini su un tema scelto per l’occasione. Oggi su Nova scrivono saggisti, poeti, narratori; fotografi e pittori hanno l’opportunità di pubblicare immagini; pubblicizziamo gratuitamente artisti e scrittori. È una rivista che lascia spazio a più voci, un coro ibrido che bene si adatta alla multidisciplinarietà, alle diverse ideologie e alle variazioni di stile. Diceva un lettore: “su Nova si passa dall’astrofisica alla poesia girando una sola pagina”. È infatti un contenitore in cui trovi contemporaneamente articoli di ricerca e poesie sentimentali, articoli di linguistica e interviste impossibili, scienza dell’esistenza e racconti fantastici. È una rivista libera e democratica, dove al saggio specialistico segue la riflessione aspecifica e fuorviante e alla fotografia d’avanguardia una natura morta. Flussi potenziali, rivista d’entropia, è la saccatura cosmica che contiene i rifiuti d’arte, l’eccesso e la disfunzione, il disordine e la decostruzione, relitti e ruderi, irrazionale e irreversibile. È il ghetto in cui porre i diamanti che la censura non lascia splendere. Flussi Potenziali, fondata nel 1999, era quello che io volevo per chi non poteva esprimere completamente sentire e pensare per paura di offendere la morale o il pudore dei lettori. Finalmente anch’io avrei detto senza riserve tutto. Avevo finalmente creato il “mostro” editoriale, una rivista sperimentale, erotica, trasgressiva, ossessiva, corrosiva, abissale, avevo dato luce a quell’asimmetria disarmonica orchestrata da solisti con gusti musicali diversi sull’orlo d’una vertigine creativa ancora umana. Oltre la mente che espone il proprio cervello trovi l’intimo essudato emotivo e la fluida accozzaglia di parole prive di senso che giungono alla spiegazione dell’assurdo grazie a paradossi e a teoremi appena nati, corollari ancora neonati capaci di assiomi interstiziali e matrici asintomatiche. Il corpo fa il resto, spessore connaturato alle ombre che accompagnano le derive ancestrali dei resoconti originari, la causa come scusa e dio come precipitato organico. Amo Flussi Potenziali, la considero la creatura più simile a me, la mia estensione programmatica, il mio progetto per l’uomo libero. Il principio che mi permette di lavorare in maniera totalmente gratuita per l’associazione “il Rabdomante” che sostiene la stampa di queste riviste, è nella passione che muove la mia vita dalla più tenera età: il fare quello che sento e quello in cui credo. E poi… quanta gente bella conosci attraversando gli spazi dell’inconscio insieme a chi sa che la coscienza non è vera consapevolezza!
Osservando la sua eclettica vita professionale e spirituale, quanto coraggio occorre per saltare dal trampolino ed aprirsi ad una vita piena in cui far emergere con forza il proprio talento?
Il coraggio di un uomo che cerca ogni giorno di evolversi attraverso il sapere, che dà più valore all’essere che all’avere, non è quello di tuffarsi nella calca di forsennati che ogni giorno sgomitano per mostrare, a chi possiede il brevetto della notorietà, le proprie capacità. La vita piena viene dall’indagine interiore, quella senza limiti, dal coraggio di affrontare la complessità dell’esistenza e la follia che ogni mente chiede come prezzo da pagare a chi vuole gestirla, a chi vuole dominarla per usarla come strumento. Il pensiero evade da ogni neurone come idea che si pavoneggia, che dice di sé l’inimmaginabile per trasformarsi in ideologia e costringere il nostro oltre altrove, ovunque la parte scelta diventi ragione, potere. La mia vita pone le sue basi su tre principi, verità, libertà, amore e vanta come trofeo la coerenza. Scrivo del mio sentire liberamente, senza limiti, sono l’essere nudo che mostra il proprio coraggio, ad ogni passo, scegliendo di vivere senza mentire, da uomo libero e per amare, quando è possibile, perché l’altro lo permette, chiunque. L’umanità è il mare di sentimenti dove la nave di folli cerca ancora l’isola del tesoro e la terra promessa. Noi siamo vicini all’estinzione e cerchiamo ancora un personale riscontro sociale, vogliamo banalmente il male dell’altro pur di primeggiare ad un concorso di poesia, al premio Strega o alla Berlinale. L’arte non deve piegarsi ai voleri del mercato, deve restare comunicazione e ricerca e non deve lasciarsi tentare dal successo e dal denaro.
Registri stilistici completamente differenti contribuiscono a rendere la sua ampia produzione notevolmente accattivante. Le diversità retoriche possono intendersi funzionali ad esemplificare l’espressione lirica della conflittualità interiore del nostro tempo?
Certo che lo sono, la funzionalità necessita di espressioni conflittuali, la nostra è una storia di conflitti, i confronti trovano una difficile collocazione tra le orde di barbari che decidono i nostri giorni. Cerchiamo, per identificarci con i nostri giorni, le confluenze stilistiche di quella coerenza che definisce meglio la totalità e la globalità. La retorica degli opposti, che io perseguo per elaborare i contenuti di ogni estremo prodotto dai miei eccessi, mi consente di apparire contemporaneo.
Una scrittura che si rispetti, d’altronde, non può argomentare il testo senza avere un extratesto altrettanto ampio, un tema che contempli anche le dinamiche che lo sostituiscano, le impressioni che ne sviliscano i contenuti, l’ipotesi che altro possa essere il motivo che spinge la nostra insistenza al chiarimento di una frase melodica, di un periodo senza composizioni. I contenuti, in sostanza, si spostano dal significato fino a raggiungere la deriva semantica: decostruzione, desinenze, iati, consonanti e vocali. La scrittura del conoscitore, che sviluppa il campo di conoscenza, fonda gli stili, li distribuisce assecondando l’argomento e poi le destruttura trasformando i concetti in suoni e rumori, assonanze, cacofonie. L’esagerazione creativa è una pagina bianca per il silenzio e l’atonia sullo spartito di un sassofonista impossibile.
Il sapere richiede poca bibliografia, pochi riferimenti al passato, al già scritto, viene dalla storia evolutiva di ognuno di noi, dalla percezione che il percepitore ha di se stesso. Oggi siamo ancora ostaggio dei lirici greci, la nostra musica segue la stessa partitura per ripetersi, come fanno le orchestre, gli accordi pensati da Bach, Beethoven, Wagner. È di questa dipendenza che dovremmo liberarci, non della loro bellezza, per capire quale tragedia vive il nostro tempo. Dovremmo capire che il dramma di Medea o delle Madri ha cause diverse in un mondo dove l’economia è la nuova filosofia dell’esistenza, dove essere dio è avere. L’uomo diventa schiavo e lo scrittore ostaggio dell’editore che lo promuove. Questo avviene anche per la pittura. È il mercante che determina stili adattati agli acquirenti e numero di opere vendute. La capacità di essere se stessi, condizione fondamentale dell’essere artisti, scrittori, oggi significa zero. Per questo aborrisco scrittura e pittura orientati al successo e alla vendita, scrivo e realizzo opere pittoriche per comunicare chi sono, cosa sento, cosa penso. Chi mi legge e chi osserva i miei quadri capisce subito che deve muovere il proprio cervello in maniera diversa, uscire dalla semplificazione quotidiana delle 100 parole e dal contesto paesaggistico della propaganda visionaria di una passeggiata con il panorama.
Non puoi svelare l’ignoto se ti rifugi nello stereotipo del vivere soporifero dei sofismi o tra gli slogan pubblicitari e politici. La scrittura non è parlare al popolo con il suo linguaggio ma dare al popolo un nuovo linguaggio, un futuro. E così mi muovo dalla narrativa d’anticipazione al saggio creativo trattando argomenti aspecifici, immanifesti e sostanziali, perché scrivere è per me mostrare il possibile sempre, anche quando è follia. L’amore è follia. La libertà è follia. Chi dice il vero è un folle. E così l’immanenza diviene pienezza e la fine rinascita, l’infinito una stanza senza pareti e la vita quella degli esseri che ragionano sull’esistenza e abbandonano i bisogni. Mi chiedo se non sia l’intuizione che tutto stia per finire e la rinascita sia dietro l’angolo.

Amore, abbandono, dolore, gelosia, sangue: una girandola di sentimenti. I temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?
Amore! Ho scritto d’amore in “Amore e follia”, un romanzo epistolare del 2015. L’amore è ciò che ti permette di vivere la follia di vivere insieme all’altro, ad un’altra che è fatta della tua stessa sostanza, che è l’altra parte dell’ermafrodito materico e di pensare che tu abbia trovato solo casualmente la libera circolazione di cellule e di atomi, tra esseri distinti, senza crisi di rigetto. La follia è l’esaltazione individuale, la logica che prende il sopravvento, l’amore un’emozione senza limiti, vivere nella dimensione meno comprensibile, liberarsi finalmente di se stessi al punto di sentirsi felici. Abbandono! Ho scritto di me quasi sempre, un autore che non diventi scrittura di sé non sa che ogni cosa viene da dentro, tutto ci attraversa, persino la differenza, l’universo, il nulla. Ho scritto della mia emergenza, della mia solitudine, della mia negazione. Ho abbandonato me stesso all’incomprensione, all’isolamento, al piacere d’essere solo nella totalità, alla totalità per non sentirmi solo. Dolore! Non credo si possa scrivere senza dolore, l’anima dell’esistenza è dolore, la conoscenza è dolore, la consapevolezza è dolore. La nostra è una società di automi perché l’uomo fugge dal dolore, non lo comprende. Gelosia! Sono libero al punto da potermi permettere, qualche volta, la gelosia. In realtà non sono geloso, rispetto la libertà di chi amo fino al distacco se fosse necessario. Sangue! In “Ultimo libro”, la mia prima pubblicazione, 1989, l’animale sanguina. È la realizzazione concettuale del flusso primordiale antropologico, il deflusso dell’ingorgo vitale dell’homo sapiens, il suicidio emorragico di tutto il regno animale. Non possiamo argomentare nulla senza l’istinto di sopravvivere, senza credere in quello raccontiamo, senza la consapevolezza che la scrittura cura le nostre malattie più gravi. Noi senza sangue siamo pietre, statue, possiamo rappresentare la forma, recitare la nostra ossessione apollinea, la bellezza priva d’ebbrezza. Non riesco a fermare la mia mente, l’ho sperimentata come atto concettuale concentrico. Non posso fermare il mio sangue che scorre, pulsa, il cuore che batte velocemente; ho un’indole dionisiaca. La grecità è stato il mio primo stadio, la tragedia di Eschilo mi ha trascinato, con la potenza delle sue immagini suggestive, alla declamazione soliloquiale, a monologhi ricchi di arcaismi ricercati e innovazioni semantiche. Tutto comincia però dal viaggio in Grecia del 1983, quando uscendo dal teatro, nell’antica Dodoni, vengo rapito dallo stormire delle foglie della quercia di Zeus ed entro in trance. Poi è arrivato l’oriente, l’estinguersi infinitesimo che ti lascia in vita per sempre, l’impressione viva d’essere eterno e la contemporaneità, la possibilità di esistere oltre il tempo, dove tutto si trova in spazi differenti nello stesso momento. Interazione genetica e quantistica sono l’evidenza di questa esperienza animale, vegetale e minerale che ho vissuto attraversando gli involucri che fanno di me chi sono. Vesto l’evoluzione dell’universo!
Mi chiedi quanto la letteratura precedente mi abbia influenzato. Il mio è stato un percorso molto legato alla ricerca del sé, ho scavato dentro di me fino a trovare intere biblioteche, vissuti di milioni di esseri, il linguaggio delle balene, il sentire d’un virus. Ma chi non è stato, in qualche modo, influenzato dalla letteratura precedente? Non ho letto molto perché ho scritto molto ma ho letto abbastanza. Nella mia mente e nel mio cuore sono passati Baudelaire, Borges, Nietzsche, Barthes, Wittgenstein, Prigogine, Kandinskij, Monod, Chomsky, Hegel, Omero, i tragici greci, la Bibbia, i Sutra yoga di Patanjali, … No, sono tanti, troppi, forse ho letto molto anche se ho scritto molto.

Lei indaga soventemente l’atavico binomio vita-morte, sovvertendone la finitezza; anzi, dalla morte rifiorisce la vita in un percorso quasi esoterico e salvifico. Sembrano tornare alla luce millenarie ritualità misteriche. Il Sud in cui vive ha emanato echi d’antiche civiltà?
Ho saputo dare un’anima a tutte le cose, ho dato la vita e con essa anche la morte al tempo geologico così tutto si estingue lasciando di sé l’infinitesimo che diviene altro universo, animale, vegetale o minerale. Il nulla non esiste nella pienezza e il vuoto appartiene alla materia e all’essere. Ho studiato il potere a partire dai testi di magia, i rituali di aggiogamento all’illusione e ho azzerato ogni cosa con lo yoga. Dicevo prima dei Sutra Yoga di Patanjali, la scienza dell’anima, la filosofia dell’essere che cerca se stesso oltre la mente, che è universo in assenza di forme. Dominare il divenire dello spazio pensante ci consente di capire che la finitezza è un’esigenza sperimentale, è il laboratorio esistenziale in cui ci confrontiamo a partire dalle certezze, dagli assiomi. Non possiamo salvarci nella reversibilità, possiamo illuderci che torneremo, che troveremo un posto nuovo dove ruminare, con omaso e abomaso artificiali, la nostra vita e cambiarla, assecondando i nostri desideri, per adattarla meglio alle nostre esigenze. Crediamo nel paradiso che la tecnologia prepara per illuderci con altri miti, deità senza verbo, soggetti in predicato inerziale, stasi e nullificazione dell’entropia. Arriveremo a riciclare noi stessi pur di vivere altrove, ovunque l’oltre ritenga possibile esistere, anche come macchine, arti in titanio e cuori di plastica. La causa ha perso la lotta contro gli effetti che aveva prodotto, troppe luci nella notte e non sono stelle. Tornare alle ritualità misteriche delle società millenarie significa fermarsi alla stanzialità, ai primi insediamenti, dimenticando che, procedendo ancora a ritroso, potremmo portare alla luce l’uomo nudo, l’archetipo antropologico, l’idea nomade che realizza il divenire come pensiero, come meta. L’arte del cammino è la transumanza dell’anima, il dire segnico si avvale ancora del gesto e non dei simboli. La scrittura non esiste. Io scrivo per trovare questo, per vivere nuovamente la mia vita senza scrivere, prima della cultura, come magma che scivola sul crinale fino al mare e si trasforma in basalto. Forse sono andato oltre la richiesta di riscatto, ho risposto con più parole, ho dato informazioni extratestuali, ho detto qualcosa che non dovevo. Non si raccontano storie impossibili ai bambini non ancora nati, alle anime perdute nel limbo, all’ignoranza di quei popoli che cercano il Messia tra gli uomini più ricchi.
Mi dicevi del Sud, se nel Meridione si sente ancora l’eco delle antiche civiltà. Purtroppo più ti avvicini all’emisfero australe e più senti la sofferenza di chi ha vissuto le vessazioni delle dominazioni nordiste, oggi barbarie della “civiltà” liberista, sopruso dei ricchi sui poveri. L’Africa muore ancora di fame e di sete e si ammala per le scorie che hanno trasportato, con il maestrale, i popoli del quadrante nord occidentale. Quello che però mi fa più paura è che loro ci annettono all’Africa e noi ignoriamo volutamente il loro disprezzo, anzi coltiviamo il loro razzismo trattando i nostri fratelli come fossero i nostri nemici. Affonderemo le navi d’appoggio ai migranti che affogano? Non ho mai mischiato cultura e politica e non lo faccio neanche adesso perché non può esserci cultura dove esiste il razzismo, dove manca l’umano. Vedo i siti greci e mi viene in mente la modernità, la filosofia della discriminazione che ha reso la democrazia prima oligarchia e poi tirannide. Non riesco ad amare in maniera acritica l’arte, la bellezza deve venire dalla giustizia. E dalla tirannide di una città stato siamo passati, in poco più di duemila anni, ad una dittatura economica mondiale, alla fase in cui chi ha è meglio di chi è. Quale cultura verrà dai mercanti? Giusy, vuoi darmi tu una risposta?

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