Antigone. Una riscrittura

Antigone è stata innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita. Lei ha preferito esser fedele al testo.
Dove risiede la ragione di questa scelta?

Da scrittore, ho molto rispetto per le opere altrui, a maggior ragione quando si tratta di testi, come l’”Antigone” di Sofocle, che fanno parte di un patrimonio culturale comune. A volte il messaggio che un autore vuole dare, sia esso sociale, politico, umanitario, si esprime con un’impellenza tale da trasformare i personaggi, da cambiare tempo e luogo dell’azione, ma in questi casi quasi si perde traccia dell’opera originaria. Io invece ho cercato di fare un percorso opposto: porre l’opera su uno sfondo esistenziale, senza tempo se non quello della scena, conservando la patina antica che conferisce all’”Antigone” il suo fascino, ma allo stesso momento facendola risuonare di eco contemporanee. Non bisogna dimenticare che si può innervare un’opera di linfa nuova, pur restandole fedeli e che non sempre le piroette performative del teatro contemporaneo giovano agli intenti dell’autore.

“Antigone guardò lo zio e pensò al padre, alla madre, ai fratelli che aveva perduto, alle lacrime, ai viaggi, alle armi, ai tradimenti e seppe che lei non avrebbe fatto ancora torto alla sua famiglia, ignorando il corpo di Polinice. Lei non si sarebbe arresa”
Antigone è una ribelle, una dissidente rispetto alle convenzioni sociali oppure questa è una lettura semplicistica di un personaggio da millenni esempio sorprendente di complessità e ricchezza drammaturgica?

Trovo che sia una lettura comoda per sbrigare l’opera in poche parole, perché rispecchia molto l’idea del personaggio eroe-romantico in lotta col tiranno che ha innervato tutta la letteratura e il teatro dal romanticismo in poi. In realtà Antigone è molto al dentro delle convenzioni sociali: è lei la prima interprete degli ideali dell’alta classe sociale cui lei appartiene, i quali per altro a volte sono molto in dissonanza con la nostra sensibilità contemporaneo. Piuttosto credo che Antigone ben esprima su di sé, fin dal suo nome (che suona come “nata contro”), un’incapacità di scendere a patti con le leggi dell’esistenza, di accettare che la vita è vita, anche nella morte. In fondo Antigone ci ricorda che prima ancora di essere una cittadina che vive nell’alvo della polis, è una donna che affronta il peso di vivere in un mondo in cui anche il sacro di un corpo defunto ha perduto ogni valore. In questo, prima ancora che nelle riletture che ne sono state fatte, sta a mio avviso l’orizzonte universale di un personaggio che ancora continua a interrogarci.

Le tragedie greche si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca.
Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della tragedia di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

Il teatro è rappresentazione della vita e riflessione sulla vita: a teatro l’uomo guarda se stesso e in questo guardarsi si scopre a volte quasi estraneo. Al contempo, il teatro è un genere molto contaminato e permeabile, capace di assorbire le voci del tempo, di trasformarle sulla scena, di farle vibrare ed esplodere. Non è un caso che il teatro abbia toccato i suoi apici nella Grecia antica e nell’Inghilterra elisabettiana: periodi culturalmente e politicamente complessi, capaci di ricollocare l’uomo e il cittadino in un mondo diverso. Ecco il teatro tenta di metabolizzare questo cambiamento, tenta di dominarlo sulla scena, di renderlo visibile all’uomo che lo subisce. Non a caso anche nel ‘900 il teatro ha avuto straordinari interpreti e autori, perché forse pochi altri secoli hanno avuto un rischio tanto concrto di perdersi nella parola muta. Là dove l’umanità sanguina, il teatro vive.

La scena italiana contemporanea è attenta alla parola tragica greca?

Purtroppo la pandemia ha inferto un durissimo colpo al teatro e nell’ultimo anno poco si è potuto fare. Va però detto che non è raro trovare nei programmi dei teatri opere di origine classica, senza contare le rappresentazioni che si organizzano ogni anno al teatro greco di Siracusa e che raccomando a chiunque, per calarsi davvero nel modo e nell’atmosfera con cui i greci andavano a teatro. Certo molte rappresentazioni contemporanee si caratterizzano per un rimaneggiamento importante del materiale drammatico, che non sempre trovo adeguato alle opere originali, ma questo fa parte del gioco delle riscritture e del magnetismo che questi testi continuano a esercitare. Esiste anche un bel sito, “Visioni del tragico”, curato dalla Professoressa Sotera Fornaro, che fornisce aggiornati e importanti spunti sulle riletture teatrali contemporanee, spesso anche con interessanti riferimenti alla cronaca.

“Antigone” è la tragedia in cui il tormento risiede nell’impossibilità di un individuo di ubbidire a due leggi legittime ancorchè contrapposte, il dramma del singolo rispetto alla famiglia e rispetto allo Stato.
“Antigone” è un’opera politica?

Antigone è certamente un’opera politica, perché per prima fa esplodere l’antitesi tra due leggi ugualmente giuste tra cui è impossibile scegliere, ma in fondo è una tragedia anche di ostinazione rispetto a quelli che sono i propri ideali. Nella mia riscrittura, anzi, il potere esercitato da Creonte è un potere che si scopre fragilmente e fatalmente umano, un potere esercitato da un uomo sull’orlo della distruzione. In questo senso la politica si scopre umana dunque intrinsecamente fallibile: Antigone ci ricorda che la tragedia è proprio qui, in un mondo fatto da uomini per altri uomini, umani, troppo umani per sostenere il peso gravoso dell’esistenza.

Daniele Sannipoli frequenta il sesto anno del corso di laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia. È Alfiere del Lavoro per meriti scolastici. Dopo la pubblicazione di sue opere in diverse antologie e siti, esce nel 2019 il suo primo romanzo, “A tua immagine e dissomiglianza” (LunaNera). “Antigone. Una riscrittura” è la sua prima opera teatrale.

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