L’autocritica nella chiesa-Dalla conversione ecclesiale alla liberazione integrale

Il saggio da lei redatto propone la strada dell’autocritica per realizzare la chiamata alla conversione che la Chiesa annuncia al mondo. Ebbene, com’è possibile conciliare il riconoscimento di errori o deviazioni con la dottrina della Fede?
La dottrina racchiude, in maniera sintetica, ciò in cui crediamo. I credenti vivono tutto quello che affronta quotidianamente ogni persona concreta nella realtà delle cadute e degli errori. I due aspetti quindi – fede e deviazioni – convivono in un rapporto sincero: la dottrina ci aiuta a comprendere quando e come scadiamo nelle deviazioni. Ma nello stesso tempo occorre riconoscere che non basta una rigida osservanza della dottrina per non scadere in gravi errori: accanto ad una sana ortodossia infatti deve sempre esserci una coraggiosa ortoprassi, vicina alla dottrina fondante per eccellenza che è il Vangelo di Gesù Cristo.
La Bibbia afferma:“Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede; provate voi stessi. Non riconoscete voi stessi che Gesù Cristo è in voi? A meno che non siate riprovati” Rari ed eclatanti sono i casi in cui ecclesiastici “fanno autocritica”. Quali sono gli ostacoli da superare per fare pubblicamente ammenda?
Martin Buber in uno dei suoi testi più belli, Il cammino dell’uomo, scrive più o meno così “Ogni vero viaggio inizia a partire da se stessi!”. E’ dura ma è l’unica via per una vita autentica, sia che parliamo di credenti che non credenti. Avere il coraggio della verità su se stessi, senza fingere indossando maschere che ci nascondono al legame con gli altri. Gli ostacoli da superare nel cammino dell’autocritica sono numerosi mi soffermo solo su alcuni. Innanzitutto il rischio di sentirsi migliori di qualcun’altro e la paura di riconoscere che anche un religioso possa cadere e inciampare. Nel nome del Vangelo della purezza e del legalismo a volte rischiamo di rinnegare il Vangelo della misericordia gratuita annunciato da Gesù: la debolezza, se riconosciuta, diventa lo spazio dell’incontro che salva.
L’accoglienza radicale del Vangelo si profila come una sfida aperta. Quali scelte, a suo avviso, oggi, vanno compiute in tal senso?
Le scelte vanno nella direzione della prassi e dell’agire di Gesù di Nazaret. Più concretamente avvertire in noi che il cristianesimo è essenzialmente una chiamata ad uscire da noi stessi e dai nostri calcoli. Accogliere senza sconti il Vangelo significa maggiore libertà rispetto al potere, alle ricchezze e ai ruoli. Maggiore libertà di fronte alla tentazione di “piacere” ai potenti di oggi (penso ai politici influenti, ai mafiosi, ai massoni ecc.). Maggiore libertà dai pregiudizi che escludono molti da un rapporto sincero con la comunità ecclesiale.
Individualismo, logica del profitto e corruzione imperversano anche in contesti religiosi. Non trova che, spesso, la Chiesa pecchi di credibilità nel denunciarne la presenza al di fuori di essa?
Dire “Chiesa” vuol dire veramente tanto. Forse troppo rispetto a quello che leggiamo sui giornali. E’ perciò vero – e lo dimostro nel saggio – che solo una Chiesa convertita può convertire, solo una Chiesa libera può liberare. La denuncia che la Chiesa compie in merito alle ingiustizie sociali nasce dalla carica profetica del Vangelo, ma nello stesso tempo la interpella in merito a quello che ancora non vive con chiarezza.
Per quale ragione la Chiesa con difficoltà accetta di subire critiche negative e quale sarebbe, invece, il valore del porsi in discussione?
Abbiamo notato – soprattutto in merito all’assurdità dello scandalo pedofilia – che le critiche provenienti dall’esterno hanno aiutato la Chiesa a cambiare rotta. Per cui le difficoltà – ancora esistenti – di lasciarsi correggere non trovano più alcun fondamento. A partire dalle relazioni tra battezzati sino ai più importanti vertici della Curia Romana la correzione fraterna risulta essere principio evangelico non sciagura da evitare! Pertanto il porsi in discussione costituisce per la comunità dei discepoli di Cristo una dimensione essenzialmente spirituale da affrontare con apertura e fiducia, senza trincerarsi ulteriormente in maniera distruttiva.

Roberto OLIVA dal 2018 è presbitero della diocesi di San Marco Argentano-Scalea. Laureato in lettere presso l’Università della Calabria, nel 2020 ha conseguito la licenza presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sez. San Luigi (Napoli) con una tesi in ecclesiologia. Prosegue gli studi di dottorato presso la Pontificia Università Gregoriana.

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