G8. Genova 2001. Storia di un disastro annunciato

«Il G8 di Genova fu una guerra civile durata ininterrottamente due giorni. Non si può evitare l’argomento solo per togliersi il fastidio di spiegarlo e raccontarlo»
A Genova, nel luglio del 2001 i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani.
Su quali temi politici, economici, sociali s’innesta la sua riflessione?

Le proteste miravano a portare all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il problema del controllo dell’economia da parte di un gruppo ristretto di potenti che, forti del loro peso economico, politico e militare dei loro paesi, si ponevano come autorità mondiale rispetto alle sovranità nazionali dei singoli paesi. Erano tante le questioni, a partire dalle diseguaglianze e dalla necessità di intervenire a favore delle popolazioni in totale stato di povertà. Vi era una presa di coscienza trasversale, che non aveva connotazioni politiche. Un movimento, che partiva da Seattle. Una trasversalità che avrebbe sicuramente prevalso rispetto al gruppo di potenti legati ai cosiddetti poteri forti. Si trattava di un movimento che aveva posto alcune questioni molto importanti a partire dal commercio, ambito principale della globalizzazione che poi prevalse a svantaggio delle popolazioni più povere. Una riflessione che parte dal fatto che quei giorni crearono uno spartiacque tra prima e dopo. La protesta che era iniziata già nel 1995 di colpo cessò. Pertanto, era questo lo scopo? Era quel pensiero trasversale che andava fermato a ogni costo? Non si potrebbe spiegare così tanto accanimento e così tanta violenza da parte di chi, al contrario, avrebbe dovuto garantire la libera espressione.
Il percorso del protagonisti, un operatore della DIGOS, si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
Il passato non è sempre qualcosa di negativo. Le esperienze personali sono importanti per la formazione professionale e sociale. I ricordi di cui si fa riferimento nel testo sono solo un modo per far capire a chi legge quanto sia importante il percorso personale. Ognuno è libero di avere una propria idea, ma non per questo deve manifestarla in un ambito istituzionale. Deve sempre prevalere il senso dello Stato e lo spirito di servizio. Il che significa difendere i valori derivanti dalla Costituzione e dalle relative norme. La memoria, nel testo, svolge un ruolo molto importante. Ovverosia, sei esattamente il frutto di te stesso, le tue azioni derivano da ciò che hai vissuto e dalle persone che hai incontrato. Per quanto mi riguarda non ho conti da chiudere. Al contrario, ritengo che il mio percorso formativo abbia avuto un ruolo determinante. E non mi riferisco solo alla mia carriera all’interno delle istituzioni, ma anche all’impegno sociale di prima. Certo, non aveva lo stesso spessore che potrei avere oggi, ma è stato sufficiente per aiutarmi a scegliere come comportarmi nella vita e nel rapporto con gli altri.

Il G8 di Genova è una parte di storia della Repubblica italiana. Un fatto nero che ha lasciato una traccia incancellabile. Due giorni di violenze. Una città messa a ferro e fuoco. Anni di processi, condanne, proscioglimenti, prescrizioni.
Quali strade ha percorso per acquisire informazioni utili al dipanarsi della sua narrazione?
L’unico elemento su cui mi sono basato è la diretta esperienza fatta proprio in quei due giorni. Conosco personalmente alcune persone condannate, che hanno dovuto affrontare processi e talvolta anche esposizioni mediatiche di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Persone di grande preparazione professionale, ma lì, a Genova, accadde qualcosa su cui ancora potrebbe non essere stata fatta luce. Anzi. Direi che ancora nessuno ha mai voluto fare chiarezza su eventuali responsabilità della politica e dei governi, in particolare quello in carica. Praticamente il secondo Governo Berlusconi.
Alla sua testimonianza emerge la storia di una complicità istituzionale. Una complicità trasversale che ha costruito le condizioni affinché a Genova saltasse tutto.
Dopo vent’anni reputa che vi siano ancora circostanze da chiarire in tal senso?

(Credo che la risposta precedente possa essere esaustiva)
Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico, praticando un consenso ed un dissenso civile?
Credo che per manifestare un dissenso non servano competenze specifiche. Il dissenso è la conseguenza di una profonda riflessione. Almeno, così dovrebbe essere. Secondo la mia modesta opinione, il dissenso è il più importante principio pluralistico da prendere in considerazione che si fonda sull’art. 2 della Costituzione e su tutto il sistema delle libertà che hanno al centro l’art. 21 (pietra angolare del sistema democratico, come lo ha definito la Corte costituzionale) e su tutte le altre libertà costituzionali che si ricollegano alla libertà di pensiero. All’incrocio tra tutte queste libertà si colloca la tutela del pensiero critico. Il principio pluralistico caratterizza la Repubblica nel suo complesso e costituisce l’architrave del carattere democratico del nostro ordinamento. In questo quadro la tutela del dissenso assume un’importante funzione per la valorizzazione della democrazia e dei diritti. La tutela dell’opinione minoritaria, peraltro, costituisce un indicatore della qualità della democrazia.

Gianluca Prestigiacomo (Venezia 1963), scrittore e giornalista pubblicista. Fondatore e Vicepresidente dell’Osservatorio Veneto sul Fenomeno Mafioso. Ha collaborato con Il Gazzettino e altri periodici. Esordisce con due libri di narrativa: 47 racconti divertenti (1988) e Limiti d’età (1994). Con Supernova, pubblica Il Colore dell’Anima (2004) e Ho chiuso gli occhi un momento e il mare non c’era più (2009), narrazione sulla violenza di genere da cui venne realizzata l’omonima riduzione teatrale. Nel 2014 pubblica Un altro mondo è possibile? Genova, 20-21 luglio 2001. Libro che, nello stesso anno, aprì con Massimo Cacciari il Festival della Politica di Mestre: Politica e Violenza. Nel 2017 partecipa con il racconto 12 maggio 1980, all’antologia Porto Marghera – Cento anni di Storie 1917 – 2017 (Helvetia). Nel 2018 Arance Rosse – dialogo tra un magistrato e una studentessa (Supernova), testo divulgativo in ambito scolastico, di sensibilizzazione sulla lotta alle mafie, in memoria di Libero Grassi.
Per 35 anni ha fatto parte della Digos di Venezia, dal mese di maggio 2020 in quiescenza.

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