Hard core: istruzioni per l’uso. Sessuopolitica e porno di massa

Professor Adamo, oggi, la rappresentabilità e la rappresentazione del sesso sono divenute un obbligo?

Non sono divenute un obbligo bensì una pratica sociale assolutamente ampia per la trasformazione dei nostri costumi relativi al sesso. E’ mutato radicalmente il modo in cui concepiamo la sessualità. Non entro nel dettaglio se ciò sia stato un bene o un male. Mi limito a prendere atto del fatto che la sessualità e le sue rappresentazioni hanno subito dei cambiamenti. Non direi che è un obbligo! Non lo è in alcun senso legato al valore etimologico del termine tuttavia, sicuramente, la presenza della sessualità e del sesso rappresentato, più che vissuto, è di gran lungo, ripeto, mutato. Se lei, Giusy, pensa che siamo obbligati a guardare ogni cosa dal punto di vista sessuale; se lei intende questo, sì, le do ragione. La sfera della sessualità non può più essere ignorata quasi in nessun contesto o discorso pubblico. Basti osservare ciò che sta accadendo in Italia in questi giorni! Ebbene, in un momento imprecisato tra il 1948 con la pubblicazione di Sexual Behaviour in the Human Male di Kinsey fino alla metà degli anni ‘60, allorché buona parte degli occidentali si è dedicata ad una sperimentazione sessuale di massa, la sessualità è entrata a far parte delle nostre discussioni politiche in senso lato. Abbiamo imparato che la sessualità è parte integrante del politico. Ovviamente, se consideriamo “obbligo” come spinta propulsiva, se consideriamo il modo in cui consideriamo e consumiamo, oggi, la sessualità, sì, siamo indotti ad una ipersessualizzazione. Quello è un obbligo ma non è tale nel senso legale del termine. E’ un obbligo nel senso culturale. Ciò non vale solo per il sesso. La “società dei consumi” e l’”industria culturale” ci controllano, per cui lo spazio per esprimersi al di fuori di queste si riduce sempre più. Allora, sì, Giusy, lo stimolo culturale continuo e non controllato da noi esiste. Ciò per qualsiasi forma di consumo. E’ la costruzione di un bisogno. La sessualità da strumento di liberazione è diventata merce. La sessualità finisce nel calderone delle merci. Beh, perché, Giusy, c’è qualcosa che non finisce nel calderone del consumo? Mi dica lei cosa!

L’Eros non è una tematica tra le altre bensì la stessa coscienza erotica dell’immagine come sensibilità e corporeità. La digitalizzazione come ha cambiato la fruizione del porno, volendolo reputare uno dei prodotti più peculiari del tecnocapitalismo ipermediale?

L’ha cambiato in modo pratico. Ha trasformato la pratica sociale del consumo del porno. La storia del porno di massa è essenzialmente una storia di mutamenti nella modalità di consumo e di mutamenti nella modalità di rapportarsi con la sessualità tutta. Il porno non è il sesso. E’ una peculiare visione sulla sessualità. Se lei, Giusy, impara i segreti del porno, imparerà qualcosa su come funziona la sessualità. Non esaurisce l’argomento ma diventa una sfera d’osservazione molto interessante. Il fatto di poter consumare il porno a casa propria, senza che qualcuno lo sappia, in una produzione pornografica rende la dimensione assolutamente inimmaginabile. Per i profani e per uno come me che naviga ogni giorno nei materiali pornografici, è davvero difficile afferrare la dimensione dei materiali porno che si muovono in Rete. Una smisurata quantità di immagini pornografiche. Se dovessimo misurare le strutture portanti della Rete, una sarebbe proprio la pornografia! Il porno ha un’importanza decisiva nell’uso stesso del digitale.

Lo spazio espressivo della pornografia si è allargato tanto da contemplare il tentacle sex. Qual è stata l’evoluzione del comune senso del pudore in special modo della società borghese italiana?

Secondo me gli italiani, lei è un’eccezione, Giusy, non sanno cosa sia il tentacle sex. Il senso del pudore della società italiana è mutato non grazie alla pornografia. Responsabili sono stati gli anni ‘60 con tutte le fenomenologie associate agli anni ‘60. Quello che, poi, in seguito, è cambiato è il rapporto degli italiani con la pornografia. Svezia, Danimarca, Germania agli albori della produzione pornografica erano i maggiori produttori. Gli italiani detenevano il record! Giusy, lei ha mai letto Villaggio? Oh, no! Fantozzi ed i membri della sua azienda compiono un viaggio in Svezia. Uno di loro viene trovato con due riviste pornografiche dentro la valigia. Che vergogna, che vergogna! Nella valigia del ragionier Filini c’erano 150 chili di materiale pornografico! E’ mutata la maniera in cui si intendevano la famiglia, il lavoro, il potere, la politica. Uno dei traini del cambiamento è stato il tema della rivoluzione sessuale. Un evento che mi ha fatto riflettere è stato il referendum del 1974 sul divorzio: le forze di Destra, la Democrazia cristiana ed il Movimento sociale si aspettavano fondamentalmente di vincere; le forze di Sinistra si aspettavano di perdere. Il risultato elettorale fu sbalorditivo! Che faccia i leader della Democrazia Cristiana! L’Italia era altro rispetto alle attese: voleva il divorzio! Forse, non la rivoluzione sessuale di cui parlava Marcuse ma non era più l’Italia conservatrice, tutta casa, Chiesa e famiglia! Tutte le pornografie nazionali riflettono i percorsi, e gli atteggiamenti che i popoli hanno maturato tra gli anni ‘60 e ‘70. Il porno per lungo tempo ha riflettuto le peculiari esperienze nazionali.

In seguito alla pubblicazione di un articolo/inchiesta del New York Times in cui sono state indirizzate al colosso del porno “Pornhub” accuse circostanziate in merito a contenuti, caricati on line, di abusi su minori, MasterCard e VISA hanno impedito transazioni verso MindGeek, ovvero la società che controlla il sito di porno in streaming più seguito. E’ appena il caso di ricordare che Mindgeek ha diffuso i suoi dati economici, dichiarando un giro d’affari che si aggira attorno ai 30 miliardi di dollari: solo Pornhub vale circa 100 milioni di utenti giornalieri. Ebbene, ritiene legittima la richiesta di regolamentazione di queste piattaforme per tutelare chi ne rimane vittima, considerando che il porno è un’industria dal fatturato stratosferico?

Non è tanto ritenere legittima la richiesta di regolamentazione di queste piattaforme per tutelare chi ne rimane vittima. Va da sé! Ci sono dei reati! Il problema sorge quando le questioni diventano di carattere culturale. Cosa ardua è stabilire con chiarezza cosa si può fare e cosa no. In Italia non c’è una legge quadro sulla pornografia. Abbiamo una Sentenza della Corte Costituzionale del 1986 secondo cui la pornografia, le “luci rosse”, è legittima da guardare, quindi da fare, quindi da distribuire. Il resto è nel vago. Però, se c’è un reato, c’è un reato! Oggi, si discute della tassazione delle multinazionali. Non vedo con simpatia il potere di regolamentazione dello Stato ma mi sembra positivo se protegge le persone. Tra il ‘400 ed il ‘500 lo Stato moderno è nato in un “gioco” di schiacciamento e potenziamento dei diritti, di aumento del potere di controllo dello Stato sulle condotte dei singoli e, nel contempo, di protezione di quegli stessi singoli da angherie, da sopraffazioni, da ingiustizie. E’ vero che il porno, come dice lei, Giusy, è un’industria dal fatturato stratosferico, però è difficilmente misurabile perché una buona parte è un’industria sotterranea: chi sa di preciso quanto ci si guadagna. In molti Stati non c’è regolamentazione, non c’è controllo dal punto di vista fiscale diventa problematico quantificare. Non c’è giorno dalla primavera del 1969, ovvero da quando i danesi e i gli americani hanno legittimato il porno di massa che il comparto porno nel suo complesso non abbia visto aumentare il suo reddito. Forse, aprile/maggio dell’anno scorso ha visto una decrescita. Magari i guadagni si redistribuiscono in modi diversi ma l’aumento del reddito è fuori discussione.

Le identità dei soggetti, le metamorfosi relazionali, la percezione della corporeità, l’investimento dei desideri e le pratiche sociali in qual misura sono condizionati dalla pornografia?

Giusy, di questa sua domanda sono molto contento. Lei si sta riferendo alla vita culturale degli occidentali: le identità dei soggetti, le metamorfosi relazionali, la percezione della corporeità, l’investimento dei desideri e le pratiche sociali, beh, è tutto! Il condizionamento è minore di quanto si potrebbe pensare. Da un lato, la pornografia è un fenomeno di enorme valenza culturale, perché tocca da vicino l’immaginario degli occidentali; dall’altro, è evidente che si riescono a distinguere gli effetti specifici sui giovani. Ecco, a questi effetti bisogna stare particolarmente attenti. Giusy, non pensi che io sia un vecchio reazionario! Il porno si è stabilizzato in Rete ed l’accesso al porno è diventato estremamente facile. Tant’è che il divieto ai minori di 18 anni è sostanzialmente invalidato. Ed ancora, chi è in grado di controllare veramente un minore! L’accesso al porno ha una media di 11/12 anni. I giovani sono estremamente consapevoli della propria sessualità. Il problema, Giusy, quello difficile da affrontare è che la pornografia non è il sesso. E’ una peculiare rappresentazione del sesso. La pornografia ha una sua storia, sue ragioni, sue motivazioni. E’ una messa in scena in cui è riproposta una subordinazione non solo sessuale ma sociale, culturale, politica, della donna. Tutti i porno “alternativi” non riusciranno mai ad intaccare l’idea di subordinazione della donna: c’è una specifica rappresentazione del sesso, oggi, rapace e predatoria. Il porno, insisto, non è il sesso e dev’essere compreso nelle sue fenomenologie. I giovani non lo sanno: pensano che pornografia e sesso siano la stessa cosa. Da una ricerca americana risulta che, generalmente, ragazzi ritengono che un rapporto termini normalmente con l’eiaculazione dell’uomo in faccia ad una donna. Questo è il pericolo. Molte studentesse lamentano che i fidanzati si aspettano performance da pornostar. I maschi si aspettano che le femmine compiano azioni tipiche del porno: questo è lo standard ed è il problema. I fruitori del porno sono convinti che le tutte donne amino alla follia il sesso anale! Nel porno la donna è rappresentata come assolutamente impaziente di essere penetrata analmente! Quello è il porno, non il sesso. Le attrici porno stanno recitando una parte all’interno di un film e stanno recitando un ruolo culturale specifico che appartiene al genere da Pietro Aretino! E’ una configurazione peculiare della donna: assatanata, affamata! Le persone adulte, con esperienza, immaginano cosa sia il sesso; i giovani si rifanno alla pornografia con effetti deleteri. Il condizionamento è quello che tocca la generazione dei minori, i quali si fanno delle convinzioni fuorvianti del sesso. Si potrebbe ovviare insegnando Sessualità e Pornografia nelle scuole. C’è un’enorme differenza tra ciò che i giovani vedono rappresentato e la realtà ma essi non ne sono consapevoli.

Rocco Siffredi partecipa all’”Isola dei famosi”, Valentina Nappi esprime opinioni politiche, Malena è stata testimonial di un resort di lusso in Cilento. La pornografia è cultura pop?

La pornografia è cultura pop, Giusy, sì ma non per le ragioni che indica. Rocco Siffredi, Valentina Nappi, Malena hanno avuto un’esposizione mediatica, nulla di più. La pornografia è diventata cultura pop, perché la sua diffusione all’interno della cultura occidentale negli ultimi quarant’anni è parte della cultura pop come insieme di linguaggi ironici e postmoderni. La pornografia sa di essere pornografia in un’interpretazione ironica e postmoderna dei suoi stessi canoni. Il porno è metalinguistico.

In Giappone la legge non colloca demarcazioni, limiti, barriere alla tipologia di argomenti o di storie trattate, tuttavia vieta di palesare gli organi genitali al pubblico: per siffatta ragione nel porno, inclusi anime e manga, i genitali sono epurati con multiformi artifici grafici. Quali sono le differenze più eclatanti tra Oriente ed Occidente?

Il porno in Giappone ha una storia peculiare: la cultura erotico-cinematografica è straordinaria. I film porno giapponesi sono drammatici, bellissimi. Il punto fondamentale è che la pornografia giapponese è lontanissima dalla nostra mentalità. La stranezza, l’obliquità è una produzione immensa. Non possono mostrare ciò che è standard nel porno, cioè la penetrazione: così costruiscono il film in modo tradizionale: raccontano. C’è una trama, ci sono i presupposti, ci sono personaggi a tutto tondo. Un porno può durare fino a tre ore e mezza. Giusy, non è cinema erotico: è pornografia. La penetrazione c’è ma non sono mostrati i genitali. Inoltre, per una questione di consumo gli atti di subordinazione femminile sono notevoli. E’ una pratica sociale, del resto. Le posso concedere che i porno giapponesi siano più erotici in senso lato di quelli occidentali: sono pieni di fair play, di anticipazioni, di costruzione di personaggi. Nei film porno giapponesi i personaggi, si innamorano. E’ sorprendente ed esaltante. In occidente il porno si esprime come sesso casuale. Sono film belli da vedere.

I nostri giorni fanno i conti con una libertà sessuale concessa, pertanto usata, usurata, abusata. Siamo diventati nevroticamente erotomani?

La vuole la risposta, Giusy? La risposta è: sì! Siamo tutti nevroticamente erotomani senza rendercene conto. Ciò deriva dal ruolo centrale che la sessualità ha assunto nelle nostre vite. Una centralità che è esplicitata, discussa, alimentata dal pubblico. Ciò è recente: da cinquant’anni siamo diventati tutti erotomani. Lei, Giusy, qui potrebbe giocare la carta della costrizione, dell’obbligo, della spinta! Sicuramente, la sfera dell’erotico è estremamente importante nella socialità quotidiana. Prima, era repressa.

Quali sono le peculiarità della scena sessuale nelle sue caratteristiche performative? Ha senso parlare di “recita” quando si parla di pornografia? Naturalmente, tenendo conto del fatturato derivante dal sesso hardcore e dell’uso domestico della piattaforma “Only fans”?

Giusy, questa è una domanda complicata! La pornografia per essere tale ha bisogno di un elemento essenziale: la fiction, la finzione. Con Michele Giordano da anni conduco una discussione sul fatto che, a suo parere, l’unica pornografia sia quella realistica, in cui non ci sia l’elemento della fiction, in cui ci si limiti a riprendere personaggi che fanno sesso. Io, invece, ritengo che ogni qual volta una macchina da presa riprende qualcuno ci sia fiction. E se i personaggi non sanno di essere ripresi? Beh, Giusy, sta guardando del sesso. Quella non è pornografia! L’elemento della finzione è connaturato alla pornografia come la narrazione alla letteratura. Nell’”amatoriale”, tipico di “Only fans” non c’è l’amatoriale. E’ sempre un prodotto dell’industria culturale. Nella pornografia, del resto, è costante la tentazione di simulare il vero e, per farlo, c’è bisogno di una costruzione narrativa. I video pubblicati su “Only fans”, nella loro costruzione amatoriale, volutamente antiprofessionistica, sono da professionisti. “Only fans” deriva dagli anni ‘80, dall’invenzione della videocassetta, dall’uscita del porno dai cinema e dall’ingresso nelle case. Tutto falso, tutto costruito. L’amatoriale è una strategia intelligente dell’industria culturale del porno. Sì, Giusy, la focalizzazione è sempre esterna. Se non è esterna, non c’è pornografia. O guardiamo porno o sesso. Le pare, Giusy, che una piattaforma come “Only fans” sia lasciata alla creatività individuale? Ci sono strategie di presentazione, strategie mediatiche. Nell’autoriprendersi e nel proporsi c’è io meccanismo tipico del porno, non del sesso.

La pornografia è tarata sull’occhio maschile ed orientata alla subordinazione femminile. Stante la sua esperienza di veterano dei “Porn Studies” come è cambiato lo sguardo in relazione alla “questioni di genere”?

Lo sguardo degli occidentali è mutato radicalmente negli ultimi cinquant’anni. Ciò perché abbiamo enormi influenze culturali: il femminismo, la cultura gay, la cultura LGBTQ. Elementi che hanno portato gli occidentali colti, noi, Giusy, ad osservare le questioni di genere. Il che non muta i comportamenti ma, certamente, lo sguardo complessivo è di molto cambiato. Pensi alle iniziative legislative recenti. C’è una maggior consapevolezza che una delle fondamentali esperienze culturali è la subordinazione della donna all’uomo. Giusy, si ricorda di quando furono abbattute le statue di Colombo? Dalla scoperta alla conquista. Ecco, noi stiamo imparando a guardare alla storia occidentale come alla storia di una indebita supremazia di un soggetto maschio, bianco, capofamiglia, che ha, di fatto, costruito la storia del passato sulla scorta della sua soggettività e del suo sguardo. Noi stiamo imparando a smontare quello sguardo, a decostruirlo. La pornografia è un’alleata della tradizione: lo schema vuole la donna come oggetto sessuale e la donna nella pornografia si considera tale, ne è felice per l’appagamento del maschio. E’ questo il messaggio generale del porno. La pornografia riproduce un sentimento di rivalsa verso le donne. Le donne vere non conoscono il loro vero ruolo; le donne del porno, invece, sì! Ripeto, questo è il messaggio.

Pietro Adamo insegna Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Torino. Si occupa della cultura politica del protestantesimo radicale, della storia della tradizione libertaria e del percorso delle controculture. Trai suoi ultimi libri: L’anarchismo americano nel Novecento (2016) e William Godwin e la società libera(2017). Sul fenomeno hard core ha scritto La pornografia e i suoi nemici(1996) e Il porno di massa(2004).

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