Sanpa, madre amorosa e crudele

Intervista a Fabio Cantelli Anibaldi

«Sanpa, madre amorosa e crudele». Il titolo reca in sé un ossimoro. Qual è la ragione per la quale lei definisce la comunità di San Patrignano, microcosmo doloroso e tormentato, “madre amorosa e crudele”?

Perché se la comunità è un grembo – microcosmo è parola troppo generica – San Patrignano lo è stata, credo, come nessun’altra. Grembo “esigente”, beninteso, che accoglieva e proteggeva chiedendo qualcosa, anzi molto, in cambio. E non mi riferisco solo alla disciplina e alle regole, ma alla disponibilità a rinascere dal suo abbraccio e secondo le opportunità che questo abbraccio offriva: quella d’imparare un lavoro o, come nel mio caso, di riprendere e proseguire gli studi. Un grembo insomma che, come quello materno, s’era dato la “missione” di partorirti di nuovo, di rifarti da capo. Proprio qui sta, a mio avviso, il più grande limite della “terapia” San Patrignano: considerare la nostra vita di prima come un errore o, nel migliore dei casi, un incidente di percorso. Io sentivo – sentivo con tutto il mio essere – che non era così, che non tutto di quella vita era da scartare. E questo me lo spiego col fatto che quando incontrai l’eroina, nell’aprile del 1980, ero già un ragazzo alla ricerca di sé stesso. C’è stato un Fabio esistito prima di quello che si sarebbe devastato con le droghe, un Fabio che aveva svolto con passione e serietà la sua personale ricerca, un Fabio che non volevo rinnegare. Ma questa volontà andava contro la logica “palingenetica” della comunità, logica che, se portata alle estreme conseguenze, può condurre un creatore a quel senso di onnipotenza riassumibile nella frase «come ti ho fatto, così posso distruggerti». È in questo senso che parlo di “madre amorosa e crudele”. Fu ad esempio un atto di pura e gratuità crudeltà – effetto di un amore possessivo – quello di boicottare la pubblicazione del mio libro, libro peraltro definito oggi da molti lettori “un atto d’amore”. Il punto è proprio questo: l’amore autentico non esclude la lucidità e la coscienza critica. Altrimenti non è amore ma labile, per quanto devota, infatuazione.

Lei definisce la storia di San Patrignano «un cammino di conoscenza provocante che pone domande e che è ben lungi dall’essere concluso». Quali sono ad oggi i termini inerenti il dibattito su droghe e cultura, da lei già anticipato trent’anni fa?

Oggi non c’è nessun dibattito su droghe e cultura perché la questione è stata da un lato rimossa, dall’altro ancorata a “paradigmi” vetusti, di trenta o quarant’anni fa, quando s’inquadrava il “problema droga” in una prospettiva psico-sociale, cioè si considerava la tossicomania come un effetto di ferite psichiche per lo più legate al contesto famigliare o a condizioni sociali svantaggiate. Interpretazione che vidi clamorosamente smentita proprio a “Sanpa”, dove approdavano ragazzi e ragazze di tutte le classi sociali, dal proletariato più umile alla borghesia più ricca, e spesso con alle spalle famiglie unite e amorevoli, nella cui storia non c’erano state separazioni o traumi di sorta. Per quarant’anni l’interpretazione della tossicodipendenza (si è smesso a un certo punto di chiamarla “tossicomania” e nel libro cerco di spiegare il perché di questo slittamento semantico) è oscillata tra una visione del tossico come disadattato, “vizioso”, comunque sia deviante da “raddrizzare” tipica di certa cultura autoritaria e conservatrice, e un’altra che ha visto invece nel tossico la “vittima”: vittima della società, della mancanza di amore, del crollo degli ideali politici eccetera… Ebbene a me queste rappresentazioni mi sembrano figlie entrambe della medesima logica preoccupata di contenere il “perturbante”, di definire cosa sia l’“altro” in base alla norma e non di riconoscerlo nella sua essenziale alterità. Voglio dire che la tossicomania, se compresa e non solo “analizzata”, rivela questioni che riguardano la condizione umana nel suo complesso, a cominciare dal desiderio di benessere e felicità che anima ogni essere umano nel momento in cui viene al mondo. La tossicomania riguarda la sete d’infinito che tematizzarono per primi in Occidente i romantici tedeschi di fine Settecento e, da noi, il grande Giacomo Leopardi. L’adolescenza è la stagione cruciale della vita – e il terreno più fertile per l’incontro con le droghe – perché è nell’esperienza dirompente della solitudine adolescenziale – prima non avevamo il “diritto” di stare soli – che scopriamo di avere un mondo interiore coi suoi peculiari sentimenti, emozioni e stati d’animo, ed è proprio allora che riemerge quel “sentire assoluto” che, secondo me, è inconscia eredità della beatitudine prenatale, quando eravamo feti incoscienti ma certo senzienti, puro sentire indifferenziato. Quando eravamo quel nulla di beatitudine che riconobbi da ragazzo in una frase di Georges Bataille, strana figura di mistico e filosofo che molto m’influenzò, all’epoca: «essere aria nell’aria, acqua nell’acqua». Ma l’adolescenza è al contempo l’età della scoperta del corpo e della mortalità, dunque un’età insieme entusiasmante e tragica: una seconda, trionfale nascita autogenerata che però immette nella coscienza della finitezza e della morte. Tutto questo per dire che non c’è alcun serio dibattito sulla questione droga perché andare davvero a fondo della questione vorrebbe dire mettere in discussione i fondamenti stessi della società occidentale, della sua “way of life” e del modo in cui risponde alla fame di felicità di ogni essere umano.

Lei scrive: «Se l’eroina, gli allucinogeni, le anfetamine, la cocaina fossero legalizzati e naufragassero definitivamente nel mare magnum della stupidità consumistica, la droga cesserebbe automaticamente di essere quello che è: uno straordinario indicatore del disagio e dell’orrore della nostra civiltà». Qual è la sua posizione rispetto ad un consumo di droga avallato ed organizzato dallo Stato?

La stessa del frammento citato. Parole che, quando le scrissi, intuivano una tendenza oggi dispiegata quanto ignorata. La droga da allora è stata fagocitata da quella che definivo con eccessivo garbo “stupidità consumistica”: il consumismo è infatti un regime che non si basa solo sulla stupidità ma sul convinto assenso dei suoi adepti, una dittatura morbida che, seducendo e accarezzando, offre un simulacro di libertà essendo una libertà condizionata, eterodiretta, tale insomma da renderci docili impiegati del sistema di consumo. Oggi la droga è stata ridotta a merce e la merce è il veicolo del “mercato”, cioè del potere supremo. Il “mercato” è al di sopra del bene e del male, del lecito e del proibito perché è lui, letteralmente, a “dettare legge” attraverso le merci: le merci sono l’unica cosa veramente libera, libera di circolare e diffondersi, e non c’è legge che possa proibirle finché generano profitto. Sarà lo stesso profitto, quando diminuirà fino a scemare per la concorrenza di altre e più appetibili offerte, a decretare la fine di una particolare merce. È evidente, allora, come non abbia alcun senso discutere ancora di legalizzazione delle droghe. Le droghe di fatto sono già legalizzate secondo la legge del mercato: “mercificate”, appunto. Io sono trasecolato quando ho scoperto che una dose di eroina costa oggi cinque euro e una di cocaina poco di più. Sono cifre irrisorie rispetto a quelle che mi toccava recuperare ogni santo giorno rubando e, se necessario, prostituendomi. Oggi il numero dei cosiddetti “consumatori” è decuplicato perché solo così si spiega la scelta delle mafie del narcotraffico di ridurre i prezzi per renderli “popolari”, alla portata di tutti. I dieci euro per acquistare le due dosi di eroina capaci di coprirti ventiquattro ore li trovi sempre, facendo colletta o chiedendoli in prestito a un amico. Non sei costretto a rubare, prostituirti, fare vita di strada. Finendo magari, come è accaduto a tanti me compreso, in carcere. E questa è una differenza fondamentale perché sono state proprie quelle esperienze estreme ad averci fatto capire il prezzo non solo economico ma esistenziale della nostra dipendenza, è stata la vita marginale e fuorilegge del tossico ad averci indotto, a un certo punto, a tentare un’altra strada, un’altra vita. Quando, negli anni Ottanta, si cominciò a parlare di legalizzazione, come tutti i ragazzi che in comunità lottavano per uscire dalla dipendenza ero certo che, con la droga di Stato a portata di mano e ottenibile senza sbattimenti quotidiani, non ne sarei mai uscito. Oggi non c’è la droga di Stato ma quella del “mercato”, ed è la stessa cosa, anzi peggio perché è una legalizzazione non dichiarata, subdola, ipocrita. Oggi i tossici sono chiamati appunto “consumatori” perché fanno vite simili a quelle di tutti gli altri consumatori. Massa invisibile che non desta attenzione perché non genera timore e riprovazione come noi che rubavamo, scippavamo, rapinavamo. Massa infine infelice o destinata a diventarlo perché le droghe “pesanti” generatrici di dipendenza o la cui assenza genera comunque depressione provocano un blocco delle emozioni – il piacere della droga coincide di fatto con uno stato di atarassia – ossia dei canali attraverso cui fluisce e ci nutre la vita.

Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni negli anni di San Patrignano?

Mi preme precisare che la mia adolescenza è stata caratterizzata non dalla disubbidienza ma da un anelito più alto e, insieme, enormemente più complesso: l’autotrascendenza. Quindi è stata certamente un’adolescenza introversa e inquieta ma non scontrosa: già allora intuivo che essere contro “qualcosa” o qualcuno significava assumerne per contrasto le misure, diventarne un inconsapevole “doppio”. Quindi non c’è stata alcuna ricerca di coordinate e tantomeno di “interpretazioni univoche della realtà”. Io e il mio sodale Omar – l’amico “assoluto” con cui ho condiviso le avventure intellettuali e esistenziali di quell’età iniziatica – volevamo semmai accogliere e indagare quel “molteplice” e “contraddittorio” che fedi e ideologie dell’epoca giudicavano irrazionale o, peggio, eretico rispetto alle loro visioni, sguardi che riducevano l’esistenza umana a un unico senso e scopo. Questa ricerca iniziata prima d’incontrare l’eroina ha reso giocoforza più problematico il mio rapporto con San Patrignano, dove un’adesione fideistica ti veniva comunque richiesta, nel senso dell’avere fiducia nel fatto che la comunità, qualunque fossero i mezzi e i metodi, ti avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili. Ma quando ho capito che l’ambizione della comunità non era solo quella di “salvarmi” ma – come detto – di rifarmi da capo, il “me” adolescente si è ribellato. È per quella mia adolescenza anomala che ho mantenuto dentro di me una distanza critica finché la contraddizione esplose negli ultimi anni quando mi trovai a essere, su mandato di Vincenzo Muccioli, il rappresentante pubblico della comunità.

La sua narrazione tesse un dialogo con il lettore. Quali risposte si aspetta, Fabio?

Mi auguro che il mio testo susciti domande, non risposte. È un testo che a suo tempo, ventisei anni fa, cercò di accogliere e indagare le domande che resero difficili e a volte tormentati i miei due ultimi anni a “Sanpa”. Se è ancora letto – anzi infinitamente più letto oggi di allora – credo sia perché quell’interrogazione di me stesso venne svolta con profondo rigore e perché quelle domande non riguardavano solo la mia specifica storia di tossicomane ma l’esperienza umana nel suo complesso. Quindi sì, mi aspetto un dialogo coi lettori. Un dialogo sulla vita e ciò che la rende degna d’essere vissuta. Nel carcere di Atene Socrate disse che a renderla degna è il fatto di essere una vita alla ricerca. Una vita che non dà per scontato quale sia il suo senso né accetta che siano gli altri a dirglielo. Una vita che cerca il suo senso finché capisce che il senso è questa stessa ricerca. Sbagliamo a pensare il percorso solo in funzione di una meta perché il percorso è la meta. È questa ricerca che cerca e trova sé stessa a rendere la nostra vita consapevole e dunque libera.

Fabio Cantelli Anibaldi ha studiato filosofia a Bologna e Milano. Vive a Torino. Nel 1996 ha pubblicato La quiete sotto la pelle (Frassinelli), romanzo sulla sua esperienza nella comunità di San Patrignano, di cui è stato prima ospite e poi responsabile dell’ufficio stampa. Il suo racconto è stato poi ripreso in Sanpa, docu-serie di Netflix, e ripubblicato nel marzo 2021 da Giunti col titolo Sanpa, madre amorosa e crudele. A Torino, dopo aver lavorato in una libreria, è stato co-direttore della rivista Narcomafie. Tra il 2003 e il 2005 è stato redattore dell’Infedele di Gad Lerner. Lavora oggi al Gruppo Abele, di cui è vicepresidente, e fa parte del comitato scientifico de Lavialibera. Nel 2013 per le Edizioni Gruppo Abele ha pubblicato con Carlo Sini La verità è un’avventura – Conversazioni sulla filosofia e sulla vita e nel 2014 ha curato una voce di Atlante delle dipendenze, volume a cura di Leopoldo Grosso e Francesca Rascazzo.

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