No music on weekends. Storia di parte della new wave

“Se cerchi l’atomo indivisibile della new wave potrai andare avanti all’infinito a
tagliuzzare il tessuto della gonna di Siouxsie Sioux senza trovare niente. Ecco
perché è più sensato fermare le forbici prima di impazzire.”
Quali peculiarità assume la New Wave?

Direi due. Cronologicamente di rappresentare in musica, per me che ne scrivo appena superati i quaranta, un momento interessante: la fine degli anni settanta e la prima metà degli ottanta cioè la fase dei primi ricordi. Delle scoperte più intriganti e in qualche maniera dell’ovatta familiare su fondali tuttavia movimentati, socialmente e politicamente. Un buon modo per ripercorrermi e svuotare qualche cassetto (spero) esemplificativo di un’epoca. Poi artisticamente credo ciò che chiamiamo new wave come genere abbia questa piacevole peculiarità di essere multiforme, sfaccettata, un non-genere totale e provare a descrivere il non descrivibile è sport stimolante. Tacendo inoltre su quanto sia divertente approfondire la storia dei singoli protagonisti, spesso curiosa da romanzare come è evidente a chiunque abbia anche solo maneggiato un disco con foto dell’epoca. L’ho sempre recepita come un calderone di suggestioni attraente questa cosa della new wave e l’enorme mole di studi sull’argomento – oltre ai continui revival commerciali – confermano che non sono proprio l’unico.
Joy Division, Talking Heads, Pere Ubu, Television, Diaframma, Litfiba, Pink Military, Flying Lizards, The Durutti Column, OMD: qual è il fil rouge sotteso a siffatta avvincente variatio?
Potrei dire il desiderio di rottura con quanto ha preceduto ognuna di queste band e il desiderio di battere strade nuove. Prendiamo il folk, il cantautorato, il pop nazionale e scarichiamolo nel fiume più vicino. Certo argomenti che qualsiasi complesso di nuova formazione, se interpellato, tende a fare propri ma in questo caso magari la faccenda è un filo più onesta. Stilisticamente viceversa si tratta di una variabile assoluta; alcune accumunabili dalla fascinazioni per i nuovi suoni (world, synth, tendenze orchestrali, dissonanze etc.) mentre altre decise a reinventare un linguaggio lirico sottraendo alla sfera esecutiva e compositiva: messaggi e contenuti. Si tratta in definitiva della eterogeneità di cui sopra, l’attrattiva di analizzare cose diversissime tra loro infilate per praticità nello stesso pentolone vendibile con maggiore facilità.
La New Wave nasce negli anni ‘80. L’Italia degli anni ‘70, delle BR, delle stragi, del terrore, pulsava ancora. Dunque, quale ascendente assume la politica nel panorama musicale che ha osservato?
Ovviamente centrale; mi soffermo su questo nel primo capitolo (Scontri, nascite e treni. Bologna) ma la politica è presente un po’ ovunque tra le pagine del libro. Specie in Inghilterra, culla di band imprescindibili generate anche dalla volontà di denunciare il thatcherismo: quella visione di mondo, di economia e di società. In Italia invece, volendo identificare un momento fondativo per il nuovo linguaggio di musica, video, fumetti – ipercreativo, colto e rabbioso – serve pescare un po’ prima, al Settantasette con le occupazioni universitarie e tutto il resto. Ho trovato poi interessante verificare come, sebbene la politica sottenda nel profondo alla nascita in esteso del movimento, sia presente in modo altalenante nei testi venendo spesso scalzata da istanze riflessive o puramente astratte. Una reazione, a posteriori, anche comprensibile in fasi concitate.
Bologna e Gaznevada, Windopen e Skiantos; la scena fiorentina con Litfiba; Milano con Decibel e Krisma; Pordenone con Tampax e Hitler SS; Roma con Take Four Doses ed Elektroshock. Quindi, New York e Akron, Londra e Manchester. In qual misura incide l’humus di una città nella produzione musicale ascrivibile alla New Wave?
In una maniera che prima di infilarmi nella scrittura (o meglio: nella ricerca) del libro non potevo supporre. L’humus di una città – inteso come la natura più radicata di un luogo, ammesso che esista sul serio – ne permea le arti però è stato bello scoprire come. Di base regge la dicotomia sottolineata da molti prima di me: Bologna politicizzata e ribelle poi scavalchi l’appennino e c’è una Firenze poetica e intimista. Milano modernista, ipreproduttiva e alienata quindi la provincia del nord-est vogliosa di aprirsi e tendente ai classici rischi delle periferie. Manchester di ferro e grigiore opposta alle campagne fuori Londra dove si riscopre l’esistenza bucolica come via di fuga da un sociale ripugnante. L’arte posh di New York tra gallerie e set fotografici – leggi: No Wave – diversissima dai suoni delle band del sud degli Stati Uniti tra polvere e capannoni. Tuttavia è un livello. Se scavi puoi trovare con facilità un sistema più affascinante e contaminato tra realtà, e stupisce oggi la capacità di fare rete dimostrata in momenti nei quali mica era facile l’interscambio culturale. Questo l’aspetto più meritorio e sorprendente. Ingestibili e agitatissimi amanti della innovazione, hanno anticipato una discreta dose di network.
La sua narrazione incede tra memoir, cronaca, saggio, romanzo, ricognizione storiografica. Quale approccio metodologico ha adottato per redigere il racconto di parte della New wave?
Banalmente l’unico del quale sono capace, o almeno lo spero. Agevolato dal fatto che nutro da sempre una predilezione per le forme ibride (adesso sembra godano in esteso di buona salute) e dal fatto che – mi piace pensarlo – l’alternanza di stili sia il modo più sensato per descrivere un fenomeno esso stesso eterogeneo e sfaccettato. Com’è ovvio che sia, il testo è frutto di ascolti ripetuti ed estenuanti e qualche chiacchierata con i protagonisti; spostamenti nei luoghi più simbolici e ricerca bibliografica. Ma dove non arrivavano le fonti ammetto a non essermi fatto troppi problemi nel bilanciare con la creatività. Ibridare, stupire e coinvolgere è stato mantra assoluto di quasi tutte le band che ho dissezionato e nel mio piccolo, raccogliendo appunti o scartoffie, tenevo parecchio a fare lo stesso.

Gabriele Merlini (Firenze 1978) ha pubblicato il romanzo Válecky o guida sentimentale alla Mitteleuropa (effequ 2013) e il saggio No Music On Weekends. Storia di parte della new wave (effequ 2020.) Inoltre ha curato le antologie Selezione naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento. Scrive di musica e cultura per il mensile Rockerilla. Suoi racconti, recensioni e reportage sono apparsi su magazine e quotidiani tra i quali L’Indiscreto, Nazione Indiana, minima et moralia, Corriere Fiorentino e altri.

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