A Londra con Virginia Woolf. Passeggiate nella città della vita

Il suo saggio riecheggia l’impianto di “Virginia Woolf’s London”, pubblicato decenni or sono e firmato da Jean M. Wilson.
Quale metodo ha adoperato per ricostruire i luoghi londinesi frequentati da Virginia Woolf?

Ho iniziato ripensando a quello che mi era rimasto della lettura di Woolf, gli istinti e le impressioni, dopodiché ho riletto tutta la sua opera, le lettere e due biografie, quella di Quentin Bell e quella di Hermione Lee, immergendomi in tutta la bibliografia disponibile nella grande sala di lettura della British Library. La storia della scrittrice è talmente legata a Londra e rappresentativa del suo rapporto con la realtà che non potevo non raccontare la sua vita, i luoghi che l’hanno definita. Ma da londinese Virginia Woolf è anche la migliore guida possibile, le sue descrizioni dei quartieri hanno aiutato anche me dopo 11 anni a capire piccoli e grandi misteri della città e ho pensato di “spiegare” ogni quartiere con le sue caratteristiche, come fosse una Lonely Planet. Infine ho voluto ragionare sulla sua eredità e sul modo in cui la città l’ha celebrata o, troppo spesso a mio avviso, si è dimenticata un po’ di farlo.
Lei scrive: “Elettrica e bianca, nei romanzi di Woolf, Londra è sempre molto di più di uno sfondo, è un filo intrecciato nella trama dell’esistenza dei personaggi in maniera così profonda che non è facile districarla. Impossibile da delineare, è trasparente e onnipresente, come l’aria, una dimensione da cui si può entrare e uscire per ‘rinfrescare la propria stagnazione”
E’ possibile ricostruire l’immaginario poetico di Woolf, attizzando il focus attentivo esclusivamente su Gordon Square, Brunswick Square, Hyde Park o Bloomsbury?

Lei non confonde le parti di Londra, per lei i quartieri sono come i paesi del mondo, tutti diversi e capaci di rimandare una diversa idea di società, di estetica, di umanità. Per questo credo che la città vada vista nel suo insieme, e mappata in quanto tale, per capire le sfumature di una scrittrice chirurgica come la Woolf, che se proprio doveva viaggiare lo faceva nel tempo. Hyde Park è il passato, il luogo conservatore e asfissiante dell’infanzia, ma anche il serbatoio dei fantasmi e di tutto quello a cui la memoria è condannata a tornare. Bloomsbury è una sorta di nuovo mondo, una pagina bianca che le due sorelle Stephen hanno riempito insieme in maniera memorabile. In ogni strada c’è una sfumatura, tutto è un codice che lei ci permette di interpretare.
“Londra è un incanto. Esco e poso il piede su un magico tappeto bronzeo, e mi trovo rapita, nella bellezza, senza neppure alzare un dito”
Quali sono le ragioni per le quali i medici ne consigliano l’allontanamento?

Londra è elettrica e Virginia Woolf troppo sensibile, impressionabile, come si può facilmente intuire leggendone le pagine. Quando va a vivere nella City, che è una sorta di ultra-Londra, ancora più densa e frenetica, gli stimoli sono eccessivi, il ritmo vorticoso, e lei perde l’equilibrio, infragilita anche dai lutti e dagli eventi tragici del passato. I medici chiedono per lei il riposo e il riposo di una mente così impressionabile non può che passare attraverso l’assenza di impressioni che solo la campagna può regalare. E per tutta la vita sarà così: quando sarà abbastanza stabile si potrà permettere di vivere in città, quando starà male i parenti e i medici insisteranno per il verde, o per una soluzione di compromesso come Richmond, elegante cittadina lungo il Tamigi che appartiene a Londra senza esserne un sobborgo. Lei implorerà sempre di tornare verso il centro, verso i teatri e i salotti e i parchi e i musei che tanto ha amato.
Lei vive a Londra. Ebbene, è ancora una città caleidoscopio, multiple, imprevedibile, variabile?
In realtà dopo 11 anni abbiamo deciso di trasferirci e di tornare in Italia. Ma non l’abbiamo fatto perché Londra ci sia venuta a noia, tutt’altro: l’occasione di tornare si è presentata e la voglia di provare a fare una vita italiana ha prevalso. La città ha senz’altro risentito del Covid e del cambiamento di atmosfera legato alla Brexit, però io ho fiducia nel fatto che, da posto straordinario qual è, sappia tornare a splendere a stretto giro. Virginia Woolf ci parla di una Londra estremamente contemporanea, la capitale delle reinvenzioni e delle rinascite personali, e ci racconta di come la città sappia accendere i sensi di chi ci arriva. Senza saperlo, parla anche della generazione di stranieri che ha voluto fare di Londra la propria casa.
Moltissimi sono gli aneddoti riportati, ce ne narra uno a cui è particolarmente affezionata?
Io devo dire che non riesco a non commuovermi pensando a quello che Woolf scrive a proposito della poetessa Christina Rossetti – quando i pesci nuoteranno nella sua stanza di Torrington Square – e amo tutto quello che riguarda Ottoline Morrell, eccentrica amica della scrittrice. Ma forse la storia che mi piace di più è quella tragica della madre Julia e della sorella Stella, belle come due statue greche di epoca diversa, morte entrambe troppo presto e immortalate nelle immagini sbiadite di un mondo vittoriano della cui scomparsa Virginia Woolf è stata testimone, ma anche nelle foto così moderne di Julia Margaret Cameron, fotografa straordinaria di volti femminili e zia di Virginia.

Cristina Marconi, laureata in Filosofia alla Normale di Pisa, vive a Londra e da dieci anni racconta l’Inghilterra sui giornali. Con il suo romanzo d’esordio, Città irreale (Ponte alle Grazie, 2019), è stata nella dozzina del Premio Strega, ha ricevuto il Premio Rapallo Opera Prima e il Premio Severino Cesari. Insegna scrittura creativa.

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