Mondo Exotica. Suoni, visioni e manie della rivoluzione Lounge.

Lounge music, exotica, jazz criminale, spy music, easy listening, space age pop, library music, colonne sonore italiane e straniere di genere, nu jazz, electro swing.
Qual è l’obiettivo di “Mondo Exotica”?

Tra gli intenti del libro c’è quello di raccontare generi musicali anni ’50, ’60 e ’70, in origine di pertinenza del mondo degli adulti, secretati dall’avvento del rock’n’roll, di cui erano coevi, e dei Beatles; come si sa ogni generazione successiva tende ad abbattere quello che l’ha preceduta affermando in questo modo la propria liberazione culturale. Con i recuperi anni ’90 di questi suoni, perché è in quel periodo che si assiste alla grande riscoperta di quei mondi, si è assistito a rivoluzionari cambiamenti di segno; le musiche che un tempo ascoltavano i genitori sono state metabolizzate da nuove culture musicali giovanili (drum’n’bass, indie pop ecc.) che le hanno remixate e sminuzzate in una serie di produzioni. Non solo: quello che un tempo era considerato di massa (da Dean Martin a Yma Sumac) è diventato profondamente alternativo.
Musica, cinema, televisione, pubblicità e moda possono rivelarsi armi subdole e infide, in grado di sollecitare i più imprevedibili esotismi e razzismi?
Attraverso arte, musica, letteratura, e a partire dal Novecento attraverso cinema e pubblicità, la cultura dominante bianca occidentale ha lasciato filtrare punti di vista che servissero a rendere meno inviso l’altro, ossia tutto ciò che non fosse occidentale; va da sé che suoni, consuetudini locali e mondi altri siano stati rappresentati e addomesticati perpetuando stereotipi, esotismi e razzismi. In questo modo le percussioni finiscono per evocare spesso infidi e minacciosi contesti tribali, determinate tessiture sonore rimandano sempre all’Oriente ecc. Emblematici anche i tanti film esotici e telefilm, di cui si parla ampiamente nel libro, che hanno contribuito, dagli inizi del Novecento, a veicolare nei decenni una pletora di esotismi. In Italia viene in mente la saga di “Emanuelle nera” o lo stesso “Svezia inferno e paradiso”, punto di vista altamente stereotipato su quanto quel paese ha sempre esoticamente (ed eroticamente) sollecitato in Italia. Il libro racconta anche le tante colonne sonore che spesso in maniera immaginifica ed elettrizzante hanno accompagnato quei film ispirando una sfilza di musicisti contemporanei e diventando, nelle loro stampe originarie, ambitissimi pezzi da collezione. Volevo menzionare anche un altro esempio, uno tra i tanti, a proposito di come telefilm apparentemente innocui si rivelino poi particolarmente insidiosi: in “Hawaii Squadra Cinque Zero”, in onda per la prima volta negli Usa nel 1968, “esordirà”, ad esempio, il “criminale orientale”, evidente riflesso delle ripercussioni culturali e sociali del contemporaneo coinvolgimento statunitense in Vietnam. Come si vede a ogni presunta “minaccia” può corrispondere un punto di vista esotico/razzista da contrapporre. Per non parlare dei tanti spot pubblicitari che continuano a perpetuare lo stereotipo della donna-felino. Insomma argomenti e ambiti ancora tristemente attuali.

La direttrice su cui si innestano i suoi racconti mobili, multidirezionali, capaci di sprigionare a loro volta visioni, tracce ed altre connessioni, è rappresentata dalla “generazione cocktail”. Quali sono le sue caratteristiche peculiari?

Per generazione cocktail si intende un gruppo sociale di età compresa tra i 25 e i 40 che negli anni Novanta si è appropriata di quei mondi, di quei suoni e di quegli immaginari di cui si diceva prima. E’ stato un periodo particolarmente effervescente in cui dagli Usa al Giappone, dall’Italia alla Germania ecc. remixer, produttori, musicisti, collezionisti riportavano alla luce una quantità impressionante di suoni e di immaginari (locali a tema anni cinquanta e sessanta, luci di Las Vegas, swinger, Polinesia, Dolce Vita ecc.) ad essi collegati. Non solo: il termine cocktail se da un lato connota una musica omonima (anche detta lounge), caratterizzata da sonorità lievi e jazzate, suonata nei cocktail lounge (sale all’interno di un club, di un casinò, di un hotel) dall’altro rivelerà proprio un cocktail di interessi, mondi, stili, ramificazioni culturali. Quindi generazione cocktail mi sembra una definizione appropriata. La generazione cocktail ha avuto anche un forte ruolo politico: grazie a quella subcultura, al modo spesso ironico e debitamente distaccato di relazionarsi al passato e rileggerlo, è stato infatti possibile ricollocare criticamente, culturalmente e politicamente quelle musiche e quegli ambiti di cui si parla all’interno del libro. Un piccolo passo per tentare di prevenire che ogni futuro recupero/revival torni a rinfocolare quell’esotismo becero e razzista che caratterizzava appunto generi come l’exotica.
A vent’anni dalla prima edizione, quali sono i cambiamenti che attendono il lettore?
Il testo è stato ampliato, riveduto, aggiornato, integrato. Rispetto alla prima edizione è cresciuto di quasi cento pagine. C’è anche una nuova introduzione e una nuova conclusione.
Interviste, biografie, discografie consigliate e ricette di cocktail. Ci offre un aneddoto singolare?
Al n. 66 di via Veneto a Roma, accanto al secondo ingresso del Grand Hotel Palace, è ancora visibile una fontanella su cui è scolpita la testa di un cane bassotto. La storia di quel “bar dei cani” è incredibile ed è al cuore della nascita dei cocktail in Italia. La storia è tutta nel libro.

Francesco Adinolfi è giornalista musicale e autore radiofonico. Responsabile della sezione Ultrasuoni di «Alias», inserto culturale del «manifesto», ha condotto numerosi programmi su Radio Rai, tra cui Stereonotte, Ultrasuoni Cocktail, Popcorner, Beat Connection, Beat Club. È stato caporedattore del settimanale «Ciao 2001» e ha collaborato stabilmente con varie testate nazionali e internazionali, tra cui «Il Mattino», «L’Espresso», «Melody Maker» e «Sounds». Ha tenuto corsi universitari presso la facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma e ha curato le sigle dei programmi televisivi Il caso Scafroglia e Per un pugno di libri.
Ha scritto, tra i vari testi, il primo saggio pubblicato in Italia sul rap, Suoni dal ghetto (Costa & Nolan 1989). Con l’edizione inglese di Mondo Exotica (Duke University Press 2008), ha vinto nel 2009 l’ARSC Award for Excellence in Historical Recorded Sound Research.

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