Rigenerazione urbana-Urban Regeneration

Il quartiere “Zen” di Palermo, il “Corviale” di Roma, le “Vele” di Scampia a Napoli, il “Gallaratese” di Milano. Qual è la ragione per cui opere urbanistiche costate parecchio diversi decenni fa, oggidì sono da reputarsi mostruosità?
Non è il costo di un’opera architettonica ad indicarne il successo o il fallimento, ma la sua reale riuscita nell’ottenere consensi da parte di chi abbia visto migliorare le proprie aspettative di vita.
Gli interventi che lei elenca sono tutti dei fallimenti assoluti a livello non solo estetico ed economico, ma soprattutto a livello sociale e ambientale.
Quei progetti sono tutti figli dell’ideologia di una generazione – che purtroppo ha fatto proseliti grazie al lavaggio del cervello operato nelle università e attraverso i media – che ha sostenuto a gran voce la necessità di fare sperimentazione su delle ignare cavie umane.
È noto infatti il caso del Corviale di Roma, il cui progettista principale, Mario Fiorentino ebbe a dichiarare: «ci sono due modi di fare Architettura … o forse ce n’è solo uno … c’è quello semplice e pacato dell’utilizzazione degli schemi super testati che l’edilizia pubblica in Italia – e non considero solo quella romana – ha più o meno accettato. E poi c’è quello sperimentale, che è il metodo a cui l’esperienza di Corviale appartiene. Io ricorderò sempre come Ridolfi, che è stato il mio vero maestro, sempre mi diceva: “quando progetti per un cliente (e l’edilizia pubblica è un cliente come un qualsiasi altro privato), senza rivelarglielo tu devi sempre sperimentare” perché, in effetti, queste sono esattamente le opportunità nelle quali gli esperimenti possono essere fatti!».
Ma è anche nota a tanti italiani l’ipocrisia mostrata dal progettista dello ZEN di Palermo, Vittorio Gregotti. Il grande architetto, nonché professore universitario e direttore della rivista “Casabella”, infatti, dopo aver sostenuto all’epoca della progettazione dell’abominio palermitano che “questo intervento avrebbe tradotto in architettura l’idea della “Nuova Gerusalemme: la città della società senza classi, libera, giusta e fraterna”, in occasione della puntata del 20 febbraio 2007 de “Le Iene”, alla domanda di Enrico Lucci «perché, se sostiene che sia tanto riuscito e bello non ci va lei a vivere allo ZEN?» rispose: «che c’entra, io faccio l’architetto, non faccio il proletario!».
Su Scampia e sul Gallaratese potrei raccontarle altri aneddoti, e potrei fare altrettanto dei tantissimi interventi similari in giro per l’Italia … tutti rigorosamente progettati da luminari delle nostre università.
I costi, non solo economici ma soprattutto sociali di questi abomini sono incalcolabili, sicché non v’è dubbio che non ci sia da doversi nemmeno fermare a riflettere sulla necessità di cancellarli per sempre, nel rispetto della povera gente che vi sia stata costretta a vivere. Il “sogno” dei progettisti si è trasformato – come sempre – nell’incubo dei residenti e, oggi come oggi non è possibile ostinarsi, nel rispetto del nome di quei progettisti, a difendere quartieri che definisco “criminogeni”.

Si tratta di quartieri privi di identità ed abbandonati al decadimento ed alla noncuranza.
I residenti possono reputarsi vittime e quali sono, a suo avviso, i bisogni ad essi negati da soddisfare?

Come le ho detto in precedenza, i residenti non possono che essere ritenute delle vittime, i cui carnefici sono quei blasonati progettisti che avrebbero dovuto essere condannati a vivere nelle mostruosità figlie della propria ideologia.
Lo stato in cui versano quei quartieri non è causato dai residenti, né dall’Italia e dalla Mafia, come provò a difendersi Gregotti nel 2011 su “La Stampa” dichiarando: «il mio progetto è stato travisato, doveva essere un quartiere modello […] mi sento colpevole di aver sottovalutato la mafia. Là ho capito cos’era davvero il controllo della criminalità. A quei tempi il sindaco era Vito Ciancimino. Vinto il concorso il progetto è rimasto fermo due anni perché c’era una contesa tra due cosche politiche. Mi ha richiamato il Comune 5 anni fa, mi ha chiesto di continuare: gli ho detto sì, ma se riprendiamo il progetto originario. Non si sono più fatti sentire».
È troppo facile scaricare sugli altri – specie se questi non hanno diritto di replica – le proprie responsabilità … Sperimentare su delle ignare cavie umane le proprie follie visionarie porta delle conseguenze. Abbandonare la pratica compresa ai primi del Novecento dai primi progettisti dell’ICP che lavoravano a stretto contatto con sociologi, economisti, ecc., che vietava la segregazione delle classi disagiate in nome di una integrazione sociale è stato un crimine rimasto impunito, in nome della speculazione edilizia.
Non va dimenticato che quei progettisti, Gregotti in primis, a beneficio degli speculatori interessati allo sviluppo a macchia d’olio ebbero a teorizzare – lobotomizzando i propri studenti – che i centri storici fossero l’incarnazione della “malvagità borghese”, e come tali dovessero essere abbandonati perché non consoni alla emergente classe operaia che avrebbe dovuto vivere nei nuovi quartieri visti come la “Nuova Gerusalemme”.
Quindi, tornando alla sua domanda, i bisogni negati ai residenti sono quelli di qualsiasi essere umano, ovvero quelli di poter godere di un quartiere piacevole da vivere quanto gli amati centri storici e dotato di tutti quei servizi in grado di ridurre al minimo gli spostamenti … ciò che era già ben chiaro al grande Gustavo Giovannoni il quale, chiamato a risolvere i problemi dell’immane crescita urbana di Roma ai primi del Novecento, poté studiare accuratamente le dinamiche di sviluppo urbano dei nostri centri storici e delle tante Città Giardino che andavano sviluppandosi in giro per l’Europa, addivenendo alla conclusione che tutte le nostre città e quartieri storici si sono sviluppati secondo il principio di “moltiplicazione” e “duplicazione” di centri autosufficienti non eccedenti gli 800-1000 metri di diametro … conclusione alla quale, di recente, sono addivenuti i vari Léon Krier e i rappresentanti del movimento New Urbanism che, però, parlano di “città dei 10 minuti a piedi”.

Lei è un esperto di restauro, progettazione architettonica ed urbana.
Ebbene qual è la sua proposta concreta e fattibile per una rigenerazione urbana?

Innanzitutto occorre fare chiarezza sui concetti di “rigenerazione urbana” e di “sostenibilità”, concetti vergognosamente abusati da tanti colleghi e politici … sempre nel nome della speculazione e degli interessi privati dei soliti noti.
Aver esteso infatti il concetto di rigenerazione ai centri storici – come nel caso della Legge Regionale del Lazio per citarne una sola – è una follia! Questa è infatti stata una mossa a beneficio di quei palazzinari i quali, dopo essersi resi conto del fatto che le periferie che hanno creato non riscuotono più l’interesse del mercato immobiliare, oggi provano, grazie alla “rigenerazione” presunta, di mettere le mani su aree più appetibili.
Al contempo è oltraggioso che la “rigenerazione” delle periferie, sempre più spesso, si traduca in ridicoli, se non addirittura immondi, murales che, oltre a non portare alcun beneficio ai residenti, non mutando di un micron la qualità dei propri alloggi e ambienti urbani, vanno perfino a peggiorarne la vita, a causa della mancanza di traspirabilità delle pareti su cui vengono realizzati!
La rigenerazione e la sostenibilità, che non sono concetti scindibili, richiedono una visione olistica e, soprattutto onesta … ergo necessitano di un approccio etico ormai sconosciuto ai tanti.
Una società che non comprende gli errori del passato non potrà mai evolversi, ergo non potrà mai addivenire ad un miglioramento, o se vogliamo ad una “rigenerazione” … come diceva Edmund Burke: «Una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta».
Per rispondere quindi alla sua domanda, come ho dimostrato nei miei progetti per il Corviale e lo ZEN, non occorre reinventare ogni giorno la ruota, in nome dell’ossessione per la sperimentazione, ma basta riprendere in mano quelle leggi e strumenti – concepite in Italia oltre un secolo fa – che le cosiddette “leggi fascistissime” del ’25 – ’26 mandarono in pensione. Ovviamente, come ho spiegato approfonditamente nei miei libri “La Città Sostenibile è Possibile” (Gangemi Edizioni 2010) e “Rigenerazione Urbana” (Vertigo Edizioni 2021) in aggiunta a quelle norme occorre prendere in considerazione le parti migliori di una serie di nuove leggi e strumenti ma, soprattutto, occorre che i progettisti imparino a metter da parte la propria ideologia e ad ascoltare, cosa che è già avvenuta nel 1910 grazie al “Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio” e che portò al concepimento di quelle leggi e strumenti che menzionavo, nonché all’incredibile successo economico e sociale degli interventi dell’ICP che portò, nel 1917, a coniare lo slogan “la casa sana ed educatrice”.

Cosa ci guadagnerebbe lo Stato, investendo nella rigenerazione delle periferie delle grandi città?
Come ho potuto dimostrare con i miei progetti per il Corviale e lo ZEN, pluripremiati e divenuti modello di sviluppo all’estero e ostracizzati in Italia, semplicemente riscoprendo quelle leggi e strumenti, non solo sarebbe possibile ridare una casa e dei quartieri dignitosi agli attuali residenti e ai nuovi insediabili – operando un mix sociale e funzionale – peraltro restituendo decine di ettari alla natura, ma sarebbe possibile anche avere grandi guadagni pubblici, analoghi a quelli dell’epoca in cui ICP, Unione Edilizia Nazionale e Comitato Centrale Edilizio non solo annullarono la bancarotta del Comune di Roma ma, addirittura divennero il volano dell’economia locale e nazionale.
Nel caso del progetto per il Corviale, per esempio, le stime operate dimostrano che la sostituzione graduale del “gratta-terra” lungo un chilometro, non solo potrebbe consentire l’insediamento di ulteriori 2000 abitanti, ma potrebbe far restituire 12 ettari di terreno per realizzare un parco di quartiere, potrebbe portare tutte le attività oggi inesistenti, potrebbe portare a realizzare negozi e botteghe artigiane e, alla fine dei conti, lasciare nelle casse pubbliche circa 518 mln di Euro (stime del 2017), utilizzabili per migliorare tante altre periferie in giro per Roma e per l’Italia. Nel caso dello ZEN i risultati sono assolutamente analoghi. La cosa interessante è che queste valutazioni sono state sottoposte ad esperti di economia i quali, liberi dai pregiudizi tipici degli architetti e ingegneri ideologicamente compromessi, le hanno ritenute assolutamente realistiche!

Attualmente, l’architettura sembra coltivare interesse esclusivamente per l’iter industriale dell’edilizia.
Qual è la sua personale idea di architettura?

L’architettura, quella con la “A” maiuscola, è cosa ben diversa dalla becera edilizia con la “e” minuscola che infesta le nostre città, le nostre riviste e, soprattutto, le facoltà di architettura e ingegneria. L’architettura è quell’arte che abbraccia tutte le arti sorelle e l’artigianato. Finché questo rapporto d’amore è stato rispettato, le nostre città si sono arricchite di gioielli che il mondo ci invidia.
L’architettura – fino all’avvento del “modernismo” – ha vissuto con l’ambiente circostante in un intimo rapporto di mutuo rispetto, facendo sì che ogni luogo del pianeta sviluppasse un carattere locale unico e irripetibile. Grazie all’uso dei materiali offerti dal luogo, i costruttori del passato sono stati in grado di realizzare opere anche imponenti, penso per esempio alle mura di tante città, fondendosi nel paesaggio e perfino completandolo. L’uso dei materiali tradizionali ha consentito di realizzare opere il cui comportamento termo-igrometrico, nonché sismico, non trova eguali nell’edilizia industriale. Del resto la tradizione non è ottusa, essa infatti tende a migliorare o cambiare ciò che si dimostri fallace, mantenendo immutate le cose che il tempo ha dimostrato esser valide.
Se mi chiede quale possa essere la mia idea personale di architettura le rispondo quindi che la mia idea è quella che qualsiasi luogo del pianeta debba esser rispettato e che ogni architettura debba sviluppare il senso di appartenenza della gente.
Un ambiente spersonalizzante non porta nessuno a battersi in sua difesa, a differenza di quello che accade con i luoghi nei quali tendiamo ad immedesimarci.
In Italia, sebbene si stia facendo di tutto per distruggere il carattere dei luoghi, il concetto di “cittadino” continua ad avere una valenza del tutto diversa da quella che si ritrova negli Stati Uniti. Lì il concetto di “cittadino” è visto solo in nome dell’appartenenza allo Stato, da noi il “cittadino” si immedesima ancora con la propria città e, in molti casi, addirittura con il quartiere. A Roma gli abitanti di quartieri (ex) popolari come Garbatella, Testaccio, San Saba tendono a definirsi abitanti del proprio quartiere più che della stessa Roma.
Dato quindi il mio amore per il rispetto dei luoghi, della gente e delle tradizioni, volendo quindi esprimerle la mia idea di architettura, come già fatto in occasione del mio libro “Architettura e Urbanistica – Istruzioni per l’Uso” (Gangemi 2006), preferisco far mie le parole di Jože Plečnik «Mi cerco là dove mi ritrovo. Come un ragno, la mia aspirazione è di attaccare il mio filo alla tradizione e a partire da questa tessere la mia propria tela»

Ettore Maria Mazzola, laureatosi nel 1992 in architettura e restauro all’Università di Roma “La Sapienza”, consegue l’anno successivo il titolo di architetto all’Università Federico II di Napoli. È stato assistente di Gianfranco Moneta e Paolo Portoghesi; ha lavorato a numerosi progetti in Italia e all’estero. È docente presso la University of Notre Dame School of Architecture – Rome Global Gateway, è membro dell’IMCL (International Making Cities Livable), dell’INTBAU (International Network for Traditional Building, Architecture & Urbanism) e di Italia Nostra, nonché vice Presidente di A.U.T (Architettura e Urbanistica Tradizionale)

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