Aggredior virus. I migliori giorni della nostra vita

Lei affianca la pandemia efficacemente all’infodemia, ovverosia ai mali della comunicazione.
Per quale ragione?

La pandemia corrisponde ad un contagio su scala globale, per il quale risultano decisivi diversi ordini di questioni: la distruzione delle nicchie ecologiche, la diffusione mondiale del virus, l’abbassamento delle difese immunitarie che coinvolge sempre più persone, la riduzione di capacità del sistema sanitario. Tale modello di malattia è anticipato e affiancato da quello dell’infodemia, denunciata anche dalla stessa OMS e per la quale si è scomodata persino la Treccani definendola come la «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.» L’infodemia specifica quanto della comunicazione era stato già individuato nei suoi termini filosofici da Perniola nell’essere «nemica delle idee perché le è essenziale distruggere i contenuti»; in tale contesto, le gravi conseguenze delle aberrazioni di Internet, rimarcati da Eco laddove «i social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli», sono definitivamente emersi quando la Cambridge Analytica ha permesso che i dati personali di milioni di account Facebook venissero usati senza il consenso degli utenti per scopi di propaganda politica, condizionando decisioni di enorme rilevanza. L’analogia tra diffusione della malattia e quella delle notizie trova quindi il modo di saldarsi con l’emergenza sanitaria della Covid-19 e la stretta associazione che questa comunicazione malata ha stabilito tra sé, la medicalizzazione per cui al centro non c’è la salute ma la malattia e quindi gli interessi delle case farmaceutiche, nonché di una politica molto più pericolosa della malattia in quanto caratterizzata da gravi incapacità di contenimento, progettazione e decisione, favorite a loro volta da una visione riduzionista della scienza lontana dalla complessità e anche piuttosto datata rispetto all’autentico lavoro scientifico, sempre sottoposto a falsificazioni e revisioni e soprattutto non costituito da modelli da applicare a prescindere del contesto concreto.
Il testo dipana questioni scientifiche come il concetto di “salto di specie” esaminato da David Quammen, l’idea della coesistenza con i virus studiata da Guido Silvestri; questioni simboliche come le icone romane del crocefisso di San Marcello al Corso e della Madonna Salus populi Romani o quelle tuscolane di San Rocco e della Madonna Salus Infirmorum.
Ebbene, come si coniuga un impianto razionale e logico con il mistero della fede in una contingenza pandemica?

La realtà è sempre più in là, e tanto la scienza quanto la religione sono sistemi simbolici: il punto è trovarne i rapporti. Del resto, pure la scienza implica credenza, e la fede non esclude razionalità: questo comporta che si può essere dei bigotti dello scientismo, piaga che sarebbe dovuta estinguersi già un secolo fa, e che l’atteggiamento non idolatrico comportato dall’autentico spirito religioso permette di relativizzare la scienza stessa, mantenendone lo specifico. Da parte loro, scienziati come Quammen e Silvestri dimostrano particolare capacità nell’inquadrare le questioni con rigore, laddove nozioni quali il salto di specie e la convivenza con i virus rappresentano tuttora i migliori degli antidoti tanto ai complottismi sulle sue origini e il suo propagarsi che si limitano ad almanaccare teorie dannose e di pura deresponsabilizzazione, quanto alle paranoie sull’effettiva consistenza di questo virus arrivate a determinare diffuse e gravi regressioni psichiche e a comportamenti del tutto irrazionali quali il perseguitare i pipistrelli, mentre invece sarebbe da risolvere la questione degli allevamenti intensivi. Per quanto riguarda le religioni prese in considerazione in questo testo, il cattolicesimo deve molto alla centralità di Cristo concepito quale logos nonché all’assetto giuridico proprio della Chiesa di Roma, la cabala comporta un sistema di categorizzazioni aperto quanto rigoroso che è possibile affiancare alle ipotesi e ai risultati della scienza stessa, mentre con L’I-Ching il pensiero cinese articola una valutazione qualitativa del tempo di particolare aderenza laddove occorra fare i conti con situazioni destinate ad evolvere. Questioni di tale tipo, che ovviamente possono anche prescindere dalle matrici qui proposte, non sono state adeguatamente considerate nella gestione della malattia, lasciandoci in balia di una paradossale scienza assoluta delle operazioni sommarie, che tuttora mantiene enormi dubbi e lacune sulla stessa raccolta dei dati, portando così ad una situazione particolarmente gravosa, probabilmente destinata a peggiorare, i cui possibili danni non sono nemmeno quantificabili. Da parte loro, le icone alla cui storia rendo voce dimostrano come la dimensione simbolica, ampiamente rimossa dalla psiche collettiva ma sempre attiva nelle sue componenti inconsce, possa stabilire un piano di effettualità e di intervento capace di agire in maniera risolutiva. Focalizzando le attenzioni sulle processioni rinascimentali del Crocefisso di San Marcello al Corso, è evidente quanto riuscissero a instillare fiducia nelle popolazioni provate dalle epidemie del tempo, anche andando contro le cautele delle autorità cittadine, favorendo così in qualche modo l’uscita dalla stato di malattia. Piaccia o meno, ciò arriva a gettare un ombra di superstizione su tutte quelle pratiche contemporanee che sembrano ridursi esclusivamente a confinarci nella malattia che con la Covid-19 sembra arrivare a configurarsi addirittura quale culto. Ed è anche tale situazione a chiedere di riesaminare i rapporti tra religione e scienza.
La pandemia da Covid-19 ha permesso a chiunque di comunicare la propria idea circa il contingente vissuto. Soluzioni, colpe, complottismi, negazionismi sono, oramai, all’ordine del giorno e arrivano da qualsiasi parte.
Perché, a suo avviso, ciascuno si sente titolato a dire la sua?

La causa maggiore di questo delirio collettivo, che con la pervasività di informazioni piuttosto puerilizzate e loro generale asservimento ai poteri dominanti è arrivato a coinvolgere ognuno, è in ultima analisi dovuto un’altra volta nell’incapacità della politica di dare risposte. Del resto, la selezione al ribasso da cui questa è stata coinvolta non è una novità e, dato il peso esercitato da un’impostazione ideologica residua di pura facciata, grossolana quanto ingombrante, ciò ha coinvolto anche grossa parte della cosiddetta cultura, ormai svelatasi come mera sovrastruttura di altri poteri. Inoltre, particolarmente in Italia sembra si stia scivolando verso una deriva autoritaria che travalica la legittima necessità di fornire soluzioni affidabili e lungimiranti, da parte loro ancora ferme ad attendere. A ciò si affianca un’ipertrofia della chiacchiera e dell’inautenticità, un’altra volta condizionata dall’infodemia che nei social produce una proliferazione di ridondanze senza precedenti, spesso determinate da sciacallaggi acchiappalike di ogni tipo, complottisti o legittimisti che siano. Poi, a tali aberrazioni si affida irresponsabilmente la legittimità del consenso, e quindi di mezze decisioni tanto parziali quanto brutali, dettate soprattutto dal timore di provocare le reazioni di una pubblica opinione mai così ottusa, o al massimo a manipolarla. Insomma, ne usciremo soltanto rompendo le nostre complicità con le cause effettive della malattia e del contagio, quindi cambiando stili, abitudini e mentalità, e permettendo che da ciò si producano costumi e istituzioni che non siano di nuovo focolai di infezioni.
Dichiarazioni quotidiane ossessive, psicotiche, paranoiche, semplicistiche perché limitantisi a snocciolare dati statistici privi di spiegazioni logiche ma nessuna analisi. Qual è la ragione per la quale, a tutt’oggi, manca una disamina storica, sociale, critica e genealogica della cosiddetta “pandemia da coronavirus”?
Per comprendere quanto sia diffusa tale follia, che in Francia è stata denunciata da Levy, prendiamo in considerazione la questione del vaccino. Su questa le dicotomie di una mentalità spezzata tra il sì e il no, incapace di lasciare spazio alla riflessione e all’approfondimento, e quindi il peso di una mentalità riduttiva e morbosa che mi rifiuto di chiamare “civiltà”, ha toccato il punto massimo dell’insensatezza. Le contraddizioni sono reali, ma ciò non sarebbe un problema: il dramma è che nessuno riesce a comprendere come i termini di tali contraddizioni possano stabilire lo spazio in cui può ancora intervenire la nostra capacità di riflessione, di perfezionamento e di scelta, e quindi in definitiva la nostra libertà. Infatti, il vaccino è utile, la sua somministrazione dovuta, una regolamentazione consigliata: tuttavia, al contempo, non si può affatto trascurare, come hanno segnalato Agamben e Cacciari, che il suo carattere è ancora sperimentale, la sua imposizione illegittima e che, se il greenpass rappresenta un vero e proprio abuso, il controllo capillare minacciato è oltre che indecente letteralmente impossibile. Tale asimmetria rappresenta una risorsa su cui lavorare, oltrepassando dualismi tanto irrisolvibili quanto falsi. Invece, quanto sta accadendo è che, nel proliferare di follie puramente mediatiche e nell’assenza di un vero e proprio dibattito e, cosa ancora più grave, di reali capacità di risoluzione, siamo abbandonati all’assurdo dilemma se morire di malattia, di accanimenti sanitari o di eccesso di cautela. Peggio di ogni altra cosa, si è irrimediabilmente diffusa una paura arrivata a coinvolge tanto il morire quanto il vivere: insomma, ci si è ridotti alla stregua dello stesso virus, né vivo né morto. Tuttavia, non potrà esserci nessuna guarigione senza adeguata prevenzione e senza una cura che coinvolga l’ambiente complessivo, e quindi pure i servizi indispensabili alla vita contemporanea quali sanità (che comporta in prima istanza riattrezzare un comparto pubblico smantellato per mero profitto, nonché garantire quell’assistenza domiciliare indispensabile e non soltanto nelle attuali condizioni), educazione (da affrontare in primo luogo con la revisione e la messa a punto delle strutture, e con la definizione di una didattica all’altezza di un mondo in piena trasformazione), trasporti (potenziamento delle linee esistenti e istituzione di nuovi percorsi, e così permettere piena articolazione ad aree metropolitane in molti casi ancora ipotetiche). Tutto ciò poteva venir fatto addirittura precedentemente alla catastrofe, sulla quale erano già stati lanciati allarmi che non sono stati nemmeno compresi: ora, è inevitabile esigerlo, se davvero vogliamo una vita degna di essere vissuta, e non semplicemente essere costretti a deambulare in una sorta di ospedale globale. L’inerzia che continua ad accompagnare il ritardo di soluzioni effettive, se appare inspiegabile, può comunque permettere di capire come questa pandemia rappresenti soltanto il punto di arrivo di una malattia molto più grave: per affrontarla, non saranno sufficienti i miraggi di un utopismo igienista e di una condizione di zero contagi del tutto fuori dalle condizioni della realtà.
“I migliori giorni della nostra vita”.
Può spiegare l’iperbole del sottotitolo?

Il mondo intero si è fermato. L’inedita situazione poteva rappresentare un’opportunità per ripensare il nostro abitare il pianeta, e questo è il senso per cui tale periodo ha assunto caratteri di eccezionalità. Certamente, occorre comprendere come cambiare direzione, e così uscire da un paradigma neoliberista di sfruttamento indiscriminato per approdare ad una soluzione di tipo socialista capace di effettiva ridistribuzione delle risorse nonché di promozione delle eccellenze. Ed è questa la lotta da riconoscere, in grado di trascendere in modi decisivi le attuali schermaglie nel suo richiamarsi ad un modello di produzione capace di riequilibrare i suoi rapporti con l’ambiente. Invece, e perlopiù con l’avallo di quella che arbitrariamente ancora pretende di appellarsi quale sinistra, ognuno di noi sembra costretto a vivere in un lager potenzialmente esteso al mondo intero: tuttavia, come ha segnalato Žižek, altre sono le esigenze del nostro vivere collettivo, e tale colpo di coda degli stessi poteri che ci hanno portato al disastro non può affatto essere definitivo. Del resto, è assurdo pretendere di risolvere problemi di tale portata accontentandosi di una verniciatina di verde all’economia e una di rosa ai diritti, nonché affrontando la questione del lavoro distribuendo paghette irrisorie e quella dell’innovazione tecnologica con trovate ridicole, e ciò proprio mentre particolarismi di ogni tipo avanzano logorando la dignità della vita collettiva e spesso anche di quella personale. Così si muore, e basta: forse, come diceva Montale, qua la speranza rimasta è che siamo tutti già morti senza saperlo. Ma ad ogni modo, ad ogni declino segue una risalita, e rimane ad attenderci un futuro ancora da scrivere.

Claudio Comandini

Tra le sue pubblicazioni: La natura dopo la natura. Montale, la perdita dell’innocenza e la conquista del linguaggio (saggio, 2001 – tratto dalla tesi di laurea in filosofia premio Montale 1997), Un giorno lungo un sogno (poesie, 2001), Basso impero (romanzo, 2006), Parachuting Nonsense! (CD audio, 2009), I tre pontificati di Benedetto IX (saggio, 2013 – finalista al premio associazione Nazionale del Libro CNR 2014). Ha inoltre curato le raccolte di racconti Il primo giorno di lavoro (2011) e La notte in cui fu clonato il presidente (2013). Altri materiali sono disponibili sulla rivista online http://www.scritture.net (in via di ricostruzione).

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