Leopardi. L’alba del nichilismo

«Da dove proviene il più inquietante dei nostri ospiti?», domandava Nietzsche.
Quali sono le risposte suggerite da Giacomo Leopardi?

«Il più inquietante dei nostri ospiti» cui faceva allusione Nietzsche era il «nichilismo europeo», ovvero la crisi dei valori della metafisica, a partire dal concetto stesso di verità. Se infatti la religione, la metafisica e la scienza pretendevano, una dopo l’altra, di essere l’unica versione vera del mondo, quale verità assoluta ed esclusiva si sarebbe più potuta affermare? Come scriveva Nietzsche in un frammento postumo del 1886, «l’inapplicabilità di un’interpretazione del mondo a cui è stata dedicata un’enorme quantità di energia risveglia il sospetto che tutte le interpretazioni del mondo siano false». Difficile sfuggire alla conclusione nichilistica: «una interpretazione è tramontata; ma poiché vigeva come l’interpretazione, sembra che l’esistenza non abbia più nessun senso». Nel Novecento, Weber tradurrà tale discorso ricorrendo alle nozioni di «politeismo dei valori» e di «disincanto del mondo».
Il nichilismo proviene dunque da lontano, e Nietzsche ne indica le origini e le tracce genealogiche, specie durante la progettata Volontà di potenza. In breve, si può dire che a partire dall’età moderna (simbolicamente da Copernico in poi), è tutto un continuo scivolare sul piano inclinato della perdita di centralità umana nel cosmo. Non dimentichiamo che il Copernico di Leopardi precede le annotazioni nietzschiane sulle «conseguenze nichilistiche delle scienze naturali». Fin dal periodo di Basilea, Nietzsche aveva dapprima orecchiato le prose leopardiane possedute da un suo compagno di stanza e in seguito (nel 1878) aveva ricevuto in omaggio l’intera opera in una prestigiosa versione tedesca. Nel frattempo (nella Seconda considerazione inattuale), aveva definito la posizione di Leopardi come astorica (l’esempio dell’animale invidiato dal “pastore errante” perché non ha nozione di tempo e non si annoia) o anche sovrastorica (al pari di uno Schopenhauer), per il suo disprezzo delle vicende umane che si ripetono sempre uguali a se stesse.
Nel mio libro spiego anche il rapporto ambivalente che Nietzsche ebbe col poeta-pensatore italiano. In verità, è stato proprio Leopardi, ben prima di Nietzsche, ad aver colto ed analizzato con estrema lucidità tutte le tracce e gli indizi del fenomeno del nichilismo nel suo sviluppo, dall’evo antico fino al suo tempo. Una parabola mitizzante di tale fenomeno si trova illustrata nella Storia del genere umano, in cui i più alti ma ormai dileguanti ideali umani (Giustizia, Virtù, ecc.) cedono il passo all’apparire della Verità e del disincanto. Naturalmente, le quasi mille pagine del mio volume dovrebbero servire a rispondere in modo ben più compiuto ed esaustivo alla sua domanda…
Leopardi si rivela non solo il più decisivo antesignano del nostro tempo, ma anche il primo inatteso genealogista del «nichilismo europeo».
Ebbene, dove è possibile reperire i preludi di tale composito fenomeno, che rinviano altresì alla sapienza “negativa” degli antichi?

Un inatteso antesignano, Leopardi, perché appunto la versione ufficiale suppone invece che la genealogia del nichilismo non abbia quasi precedenti rispetto a Nietzsche. Eppure Leopardi anticipa il discorso di Nietzsche di circa mezzo secolo, con tratti peculiari. Ad esempio, la «filosofia dolorosa, ma vera» di Salomone e Omero, alla quale Leopardi aderisce rappresenta il protonihilismo ebraico e quello greco che si esprimono, rispettivamente, nella vanitas vanitatum dell’Ecclesiaste e nella formula del vecchio Sileno: «meglio non vivere!». A queste forme antiche di nichilismo (ante litteram) Leopardi ne contrappone altre, più moderne e ben più perniciose, basate sul predominio della ragione, della scienza e della tecnica. Qui il pensatore italiano si rivela non meno critico di Nietzsche, ad esempio verso quel nichilismo platonico-cristiano che rinnega il valore della vita trasferendo interamente il suo significato in un altro mondo.
Dalla ricostruzione della modernità spinta sino alle soglie della contemporaneità affiora l’immagine di un Leopardi smarrito ed indocile.
Cede forse il passo alla disperazione?

La disperazione di Leopardi, così come il suo pessimismo, sono considerati ormai dei luoghi comuni dalla gran parte dei leopardisti. In Leopardi ci sono indubbiamente anche la disperazione e il pessimismo, ma come aspetti o momenti di un atteggiamento ondivago che include anche la speranza: si potrebbe parlare più sensatamente – con una formula tratta dallo Zibaldone – di «disperata speranza», nonché di pessimismo come sintomo di un nichilismo combattivo, ribelle, indomito. Perfino nella pagina più nera dello Zibaldone in cui si legge che «tutto è male», precisando che non intende scadere nel «pessimismo» simmetricamente opposto all’ottimismo leibniziano, Leopardi aggiunge che non esiste altro bene che «le cose che non son cose», ovvero le chimere, se si intende bene questo passo in connessione con altri…
Lo smarrimento di Leopardi nella civiltà del suo tempo si trova ben illustrato nel primo Ottocento da Sainte-Beuve che definiva il Recanatese l’ultimo degli antichi, spaesato fra i moderni. In effetti, Leopardi, autore che si sentiva senza «età né suolo» e «mai nel [suo] centro», era doppiamente ‘inattuale’: venuto troppo tardi per gli antichi e troppo presto per gli uomini del Novecento, a cui del resto non mancava di lanciare profezie e moniti (vedi la progettata «lettera a un giovane del 20° secolo», ma vedi la stessa Ginestra).
Lei si misura con le massime esegesi del nichilismo leopardiano, da Nietzsche a Severino.
Si può scorgere un sentire comune?

Quello di Emanuele Severino è un approccio ‘inaudito’, unico nel suo genere, molto distante sia da quello di Nietzsche che da quello di Heidegger, ma fra tutt’e tre questi pensatori – che rimangono i maggiori interpreti del nichilismo – ci sono pure dei punti in comune, che vale la pena rilevare. Se per Nietzsche «nichilismo» vuol dire la «morte di Dio», ossia lo svanimento dei valori supremi della metafisica, per Heidegger esso equivale all’oblìo del senso dell’essere, per Severino alla folle «fede nel divenire» che finisce con il confondere (in maniera contraddittoria) l’essere con il nulla. Il nichilismo si manifesta, in definitiva, quando dell’essere non è più niente: e ciò vale tanto per Nietzsche quanto per Heidegger, come pure per Severino. «Tutto è nulla» è l’analoga formula leopardiana. Quanto a me, assumo la nozione di nichilismo soprattutto nell’accezione nietzschiana, ma appunto ne ravviso i precedenti soprattutto in Leopardi, senza escludere il ruolo di Jean Paul, Jacobi e di tante altre successive figure di transizione (Heine, Herzen, Stirner, ecc.), in quel fervido crocevia della filosofia europea rappresentato dall’età pre- e postromantica.
«Per i malati di “dolore universale” la vita e il mondo sono privi di senso perché sono miserandi. Per noi contemporanei la vita e il mondo sono miserandi perché sono privi di senso». Può commentare questa riflessione?
Vorrei richiamare direttamente il passo in cui ne parlo nel mio libro: «Se è vero che l’interrogazione sul senso dell’esistenza nasce sulle spoglie della domanda intorno al significato del dolore, è altrettanto certo che non possiamo confondere la posizione antiquata di Schopenhauer con quella del tutto inedita di Leopardi con la quale viene inaugurato il paradigma contemporaneo del nichilismo: “per i malati di ‘dolore universale’ la vita e il mondo sono privi di senso perché sono miserandi. Per noi contemporanei la vita e il mondo sono miserandi perché sono privi di senso” [così Günther Anders ne L’uomo è antiquato, II]. Nell’orizzonte contemporaneo il nonsenso del mondo non deriva dal dolore e dal pessimismo, ma viceversa. Lo aveva in fondo già intuito Nietzsche nel famoso Frammento di Lenzerheide del 1887: “Il nichilismo appare ora non perché il disgusto per l’esistenza sia maggiore di prima, ma perché si è diventati riluttanti a vedere un ‘senso’ nel male e nell’esistenza stessa”».
In breve, il «nichilismo estremo» contemporaneo riposa sul nonsenso universale, rispetto al quale il pessimismo e il dolore del mondo sono solo dei sintomi, degli epifenomeni. Potremmo anche dire, con il filosofo leopardiano Giuseppe Rensi, che è il pessimismo a poggiare sull’assurdo, e non già viceversa. Un secolo prima di Rensi e di Heidegger, Leopardi aveva previsto il parallelo tracollo della metafisica e del platonismo attraverso lo schema inverso del «contro-argomento ontologico»: le cose sono quel che sono semplicemente perché sono tali e non già perché derivano da una qualche essenza eterna. Ciò equivale a dire che le cose sono senza fondamento, che si fondano sul nulla.

Luigi Capitano è insegnante, pensatore, saggista, leopardista. Si è occupato spesso dei rapporti tra filosofia e letteratura, scrivendo su Dante, Leopardi, Kafka, Pirandello, Dostoevskij, Camus. Ha collaborato a diverse opere collettive, fra cui Filosofie nel tempo. Percorsi monografici (Spazio Tre, 2007). È autore della monografia Leopardi. L’alba del nichilismo (Orthotes, 2016, prefazione di A. Folin, pagg. 982), che inaugura una trilogia sul palinsesto del pensiero occidentale comprendente la sapienza greca e Platone. Attualmente insegna filosofia e storia in provincia di Agrigento. Fra i suoi più recenti contributi leopardiani: La mitologia dopo Natale Conti. Il «mondo fanciullo fra Vico e Leopardi, in Il corpo dell’idea, a cura di F. Cacciapuoti (Donzelli, 2019); Naufragio nel Nulla: Leopardi e Schopenhauer, «Il Pensare», 9 (2019); Leopardi apocalittico. Moniti per la nuova era, «Costellazioni», 10 (2019); «What then is happiness, my friend?» Giacomo Leopardi to André Jacopssen, in Dear Friend, You Must Change Your Life. The Letters of Great Thinkers, Ada Bronowski (ed.), Bloomsbury 2020; La felicità delle chimere. Leopardi e Rousseau, in M. Herold – B. Kuhn (Hrgs.), Lebenskunst nach Leopardi. Anti-pessimistische Strategien im Werk Giacomo Leopardis, Narr, 2020; Leopardi filosofo «postumo». La svolta nichilistica, in M.V. Dominioni-L. Chiurchiù (a cura di), Leopardi e la cultura del Novecento. Modi e forme di una presenza. Atti del XIV Convegno internazionale di studi leopardiani, Olschki, 2020; Le ali della mezzanotte. Leopardi ‘gotico’, il gallo cabbalistico e la «morte di bacio», «Letteratura e pensiero», 8 (2021); Leopardi e Camus. Per un’etica scettica della solidarietà, «Azioni Parallele», maggio 2021; Leopardi e lo «spazio immaginario» dell’Infinito, in Declinazioni dello spazio nell’opera di Leopardi, a cura di A. Del Gatto e P. Landi, LED, 2021; Leopardi e d’Holbach. La “macchina sconcertata” e le rovine del cielo, «RISL», Mimesis, 13 (2021); Aristotle, Leopardi, Severino: the endless game of nothingness, «Eternity and contradiction», 5 (2021); Le consolazioni del genio. Su Leopardi e Severino, in «Appunti leopardiani», di prossima pubblicazione.

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