CONTRO AGAMBEN Una polemica filosofico-politica (ai tempi del Covid-19)

Giorgio Agamben ha sostenuto che la pandemia di Covid-19 sia un’invenzione biopolitica. Dove risiedono i presupposti che lo hanno indotto ad un simile diniego della realtà?

All’inizio della prima ondata pandemica, Giorgio Agamben ha sostenuto letteralmente che ci trovassimo di fronte all’invenzione di un’epidemia, in un articolo pubblicato sul Manifesto il 26 febbraio 2020 (https://ilmanifesto.it/lo-stato-deccezione-provocato-da-unemergenza-immotivata/) e contemporaneamente sul blog della sua casa editrice, e infine ristampato identico nel libro ricavato dal blog. L’articolo suscitò un certo scalpore, guadagnando ad Agamben la fama di negatore della pandemia. Successivamente Agamben ha scritto che non importava tanto che la pandemia fosse “inventata” o no, ma che il sistema politico, mondiale ma soprattutto italiano, stesse sfruttando l’occasione per guadagnare un giro di vite repressivo. A sentir lui si trattava proprio del compimento definitivo della dittatura biopolitica mondiale. Una sua vera ammissione di errore, di aver detto qualcosa di falso, non c’è mai stata. Anche perché tutta la strategia argomentativa di Agamben è fondata su una considerazione dei dati scarsa e tendenziosa. Con il risultato, o forse l’obiettivo, di sminuire sistematicamente la gravità della pandemia. Questo lo ha portato recentemente a opporsi al green pass: un dispositivo giuridico certamente criticabile (https://volerelaluna.it/societa/2021/09/13/il-green-pass-e-la-costituzione/), ma che Agamben ha considerato una volta di più come un presunto elemento di dimostrazione della veridicità delle sue analisi e previsioni. I presupposti di questo atteggiamento affondano sicuramente nella personalità del filosofo e nel suo sistema di pensiero, se di sistema si può parlare. Ma quello che va sottoposto a pubblica discussione, come ho cercato di fare nel mio “Contro Agamben”, è la volontà di confrontarsi su dati numerici: questo dovrebbe essere il presupposto non solo per i filosofi ma per chiunque partecipi al dibattito pubblico, a partire dai personaggi televisivi, scienziati, intellettuali, giornalisti, che dall’inizio della pandemia si sono permessi di esternare le loro convinzioni.

Isolazionismo forzato, blocco della mobilità, volti camuffati da mascherine, delazioni manzoniane. Perché a colpi di approssimativi, ansiogeni ed apocalittici DPCM, si è ritenuto d’essere catapultati in un mondo distopico?

Su questo punto non si può non dare ragione ad Agamben: ci siamo ritrovati di colpo in una brutta distopia, un incubo dei peggiori, che lascerà ferite profonde, materiali e psichiche. Quello che ha colpito sicuramente tutti è che non c’era nemmeno un consenso intorno alla realtà di quanto stava accadendo: da una parte i negatori della pandemia (“è una normale influenza”), dall’altra gli apocalittici che parlavano della peste del secolo. Avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio che la gravità della pandemia dipendeva soprattutto dall’eventualità di un collasso del nostro sistema sociosanitario, parzialmente sfiorato. Voglio dire che nel caso di un evento traumatico la cui oggettività è patente, come una guerra, il “denegazionismo”, come proporrei di chiamarlo riadattando un concetto freudiano (Verneinung), risulta impossibile: nessuno metterebbe in dubbio le bombe e i proiettili, c’è un accordo immediato sul dato di realtà, tragicamente inemendabile. Nel caso della pandemia di Covid-19, invece, abbiamo dovuto confrontarci quotidianamente con coloro per i quali la pandemia era una montatura politica, evidentemente ordita simultaneamente in tutto il mondo, dal tempio del capitalismo alle repubbliche socialiste e alle teocrazie islamiche, per il maggior beneficio degli oscuri padroni del mondo. Il motivo per cui ho iniziato a scrivere “Contro Agamben” è proprio il fatto che ho trovato intollerabile che un celebre filosofo, al quale un tempo avevo dedicato tempo e attenzione, desse senza ritegno fiato alle sue certezze e troppa voce ai “denegazionisti”, che come una valanga si sono aggregati sempre di più fino a nutrire gli attuali ranghi dei no vax/no green pass. Ranghi che, come abbiamo visto nei giorni scorsi, sono facile preda di egemonizzazione neofascista. In una situazione di estremo stress personale e collettivo e di preoccupazione per noi e i nostri figli, com’è stato il lockdown, mi pare che si debba pretendere dai filosofi qualcosa di molto diverso che vaneggiamenti fondati su una specie di discalculia culturale. So benissimo che ci sono posizioni molto variegate tra chi critica il green pass così com’è, e posso anche rispettarle, soprattutto se piuttosto che vagheggiare un’astratta libertà metafisica sono concretamente indirizzate a tutelare i lavoratori, come nel caso dei sindacati: ma il risultato concreto delle prese di posizione di Agamben e Cacciari, e altri intellettuali meno celebri, è che dopo un anno e mezzo sembra che si debba ancora perder tempo a spiegare che non esistono cure definitive per il covid e che sì, è vero che il sistema sanitario italiano è da anni in via di smantellamento per le politiche neoliberali bipartisan, ma questo non toglie nulla al rischio di implosione di quel che resta della sanità pubblica. Di fronte a questo rischio, penso che siamo tutti chiamati a difendere il nostro sistema sociale, per quanto imperfetto e anzi ingiusto, fondato com’è sulle differenze di classe e su un comando finanz-capitalista sempre più europeo e transnazionale. Il collasso pandemico di questo sistema non sarebbe in nessun caso un buon presupposto per l’edificazione di un sistema migliore e chi pensa di scorgere spiragli rivoluzionari commette un errore analogo a coloro che scambiarono la prima guerra mondiale per una rivoluzione.

Parametri di sicurezza e Welfare barattati per i profitti dei broadcaster televisivi, il protagonismo di conduttori televisivi, la vanità di guru dell’Infettivologia e l’onnipotenza di leader politici elegantemente pettinati. Come districarsi in questa pericolosa dissociazione tra verità storica e narrazione menzognera e quanto ha inciso sul reputare il Covid-19 una mera invenzione?

La società dello spettacolo non è sotto denuncia da ieri. In questo frangente direi che abbiamo toccato uno dei punti più bassi degli ultimi decenni. Chiunque è andato in televisione a parlare di Covid-19 senza essere un lavoratore della sanità (sono loro che hanno fatto la più tragica esperienza fenomenologica della pandemia) oppure un luminare della medicina o di qualche scienza matematica (penso al premio Nobel Giorgio Parisi), ha delle pesanti responsabilità rispetto al degrado dell’opinione pubblica. Agamben perlomeno non è un filosofo televisivo, a differenza di Cacciari, improvvisamente divenuto anche lui un teorico dell’opposizione alla “dittatura sanitaria” del green pass. I nervi saltano a tutti, prima o poi ma chi parla quotidianamente ai mass media dovrebbe sforzarsi di mantenere la calma. La cosiddetta “fiducia nelle istituzioni” ha subito un danno incalcolabile per il fatto che le persone carenti di studi scientifici e dunque in difficoltà o impossibilitate a impostare un ragionamento corretto sulla pandemia sono state bombardate massicciamente da informazioni contraddittorie, infondate, dubbie e non di rado false. “Lo dice la Scienza” è diventata una battuta da bar. Non è colpa di tutti gli scienziati, ovviamente, ma di quei personaggi che hanno tratto un surplus di godimento dalla visibilità mediatica guadagnata con la pandemia. Da una grande visibilità deriva grande responsabilità.

Di fronte allo stato d’eccezione, sia le posizioni dirittumaniste astratte che il sovranismo particolarista e populista, che dell’odierna egemonia neoliberale costituisce non l’alternativa bensì una scissione conservatrice, condividono invero lo stesso atteggiamento suprematista. Quali sono le ragioni sottese alla rinuncia a guardare l’alterità?

Non condivido l’uso postmodernista del concetto di alterità. “Alterità” può significare tutto e nulla, anche se nella filosofia contemporanea derivante dal cosiddetto French Thought significa essenzialmente ciò che viene escluso dalla vecchia metafisica identitaria, oggettivante, onto-teologica, ecc. con una mossa essenzialmente violenta (di qui la proposta nostrana di un “pensiero debole”, rispettoso e pensoso delle differenze). Che cosa significherebbe “rinunciare a guardare l’alterità”? Credo che la mente umana, con le sue sovrastrutture culturali storicamente determinate, si sia evoluta concettualizzando il mondo-ambiente in un modo che si è dimostrato utile alla sopravvivenza della specie: qualunque esemplare di Homo Sapiens (e probabilmente qualunque animale affie) concettualizza spontaneamente i fenomeni, in modo pre-logico, distinguendo tra io e non-io, mio e non mio, proprio ed estraneo, Ego e Alter. Nonostante la civiltà del capitalismo spettacolare digitale sia contraddistinta da un grado di ego-centrismo sempre più fantasmatico e preoccupante, mi pare che nessuno rinunci a concettualizzare l’Altro e a rapportarvisi quotidianamente, anche se questo non avviene nel modo che piacerebbe ai mistici profeti di un abbandono al totalmente Altro. Non condivido nemmeno l’enfasi posta sul concetto di stato d’eccezione, finemente analizzato nelle opere di Agamben e recentemente sbandierato da Cacciari come se fosse un concetto ovvio. Sono d’accordo con Zagrebelsky (http://www.libertaegiustizia.it/2020/07/30/non-e-lemergenza-che-mina-la-democrazi a-ma-leccezione/): è più appropriato parlare di uno stato di emergenza, ossia una sospensione temporanea dell’ordine costituzionale per affrontare gravi emergenze, per esempio di tipo sanitario, che di un vero stato di eccezione, ossia una sospensione sine die per fini sovversivi. Da un anno e mezzo viviamo certamente in uno stato di democrazia d’emergenza, ma iniziamo a intravederne la fine.

Professore, quali sono i pro Agamben?

De gustibus disputandum non est: un punto a favore di Agamben è sicuramente la vastità dei suoi interessi culturali, costantemente ostentata nei suoi scritti, e che dovrebbe indurre chi si occupi del suo pensiero a prendere in considerazione una gran varietà di fonti testuali. Questo potrebbe anche essere considerato un difetto, ma per chi ama l’eclettismo culturale non lo è per niente. A patto ovviamente di non accontentarsi pigramente dell’interpretazione agambeniana delle sue fonti. Se Agamben ha molti punti a suo favore, i suoi allievi, seguaci e imitatori ne hanno di meno. Il mio libro è essenzialmente rivolto contro di loro, contro uno stile filosofico che considero brillante e geniale, ma fondamentalmente mistificatorio. Un esempio per tutti? Il nuovo libro di Diego Fusaro, Golpe globale: estremamente agambeniano nei temi e nelle argomentazioni, ma decisamente molto meno interessante del suo modello.

Edoardo Acotto si è laureato a Pavia e ha proseguito i suoi studi su Deleuze a Parigi, con Alain Badiou. Ha conseguito un dottorato in filosofia e uno in scienze cognitive, elaborando la teoria della “rilevanza musicale” a partire da Sperber e Wilson. Ha scritto articoli di ricerca e ha pubblicato pillole di pop-filosofia su Vogue.it. Ha curato Senza violenza (2004) e Narradiohead (2008), e ha tradotto racconti di fantascienza e testi di Krishnamurti, Gandhi, Debord, Žižek. Insegna filosofia e storia al liceo. Il suo prossimo libro sarà dedicato alla filosofia della paternità.

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