Le stanze buie

“Le stanze buie” ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
La ricerca è parte del divertimento per chi scrive romanzi storici. Tuttavia, non so se definire Le stanze buie un romanzo storico sia corretto. È vero, la vicenda si svolge nel passato, ma la trama del libro prevede un’unica ambientazione: Villa Flores. Le mie ricerche si sono perciò svolte perlopiù nella direzione degli usi e costumi sociali dell’epoca. Ma il segreto per scrivere un buon romanzo, a mio parere, è studiare a lungo, e poi dimenticarsene. Il lettore non deve mai avere l’impressione che lo scrittore stia snocciolando tutto il suo sapere su un determinato argomento.
Quali sono le peculiarità che rendono Lucilla contemporanea, pur vivendo nella seconda metà dell’Ottocento?
Lucilla Flores è un personaggio che deve molto non solo alle grandi eroine femminili dei libri che ho amato, ma anche alle scrittrici che hanno segnato il mio percorso letterario: Charlotte Brontë, su tutte. Una donna che ha seguito la propria vocazione contro tutto e tutti, in un’epoca in cui, per una donna, era estremamente difficile inseguire la propria indipendenza.
“Mi guardai intorno, piuttosto sconfortato, mentre la pioggia iniziava a inzupparmi la giacca e, per un istante, mi chiesi se non sarebbe stato più semplice risalire sul treno e lasciare che mi riportasse indietro”. Fubini, il maggiordomo protagonista della narrazione, asseconda i desideri dello zio. Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
Per Vittorio non si tratta, almeno all’inizio, di legami familiari, quanto piuttosto del proprio senso del dovere. È convinto che ogni cosa possa essere ricondotta alla ragione, che i sentimenti siano qualcosa di cui diffidare a da cui tenersi distanti, che nelle scelte si possa essere guidati solo dalla razionalità. Ma comprenderà di avere torto.
La sua narrazione è raffinata, ricercata, elegante, priva di iperboli, sempre credibile. C’è un limite a ciò che si può narrare?
Non si dovrebbe mai essere disonesti, con i propri lettori. Credo che questo sia l’unico limite.

Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole impatto emozionale. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella texture del suo romanzo?
La memoria è il filo rosso che corre attraverso le pagine di questo libro e non è un caso che l’oggetto simbolo di questa storia sia un orologio. Se all’inizio i ricordi sono, per il protagonista, nient’altro che un fardello doloroso, alla fine lui stesso scoprirà che solo attraverso il ricordo è possibile mantenere in vita ciò che è stato, dargli un senso. L’unico modo per accettare il passato è farci i conti.

Francesca Diotallevi è laureata in Scienze dei Beni Culturali. Tra le sue opere Amedeo, jet’aime (Mondadori Electa, 2015), Dentro sof ia il vento (Neri Pozza, 2016), vincitore della seconda edizione del Premio Neri Pozza sezione giovani e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018), candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Comisso sezione giovani, del Premio Manzoni e del Premio Mastronardi. Le stanze buie (Neri Pozza, 2021), oggi ripubblicato in una versione profondamente rivista, apparve, come suo romanzo di esordio, per Mursia nel 2013.

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