Tondelli: scrittore totale. Il racconto degli anni Ottanta fra impegno, camp e controcultura gay

Lei “ha dedicato sette anni di studio a uno dei maggiori autori italiani del Novecento” Chi è Pier Vittorio Tondelli e quali peculiarità riserva la sua produzione?

Pier Vittorio Tondelli è stato uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Ha avuto la sfortuna di morire giovane, a 36 anni, ucciso dall’altra grande pandemia che è ancora in corso e di cui nessuno più parla, quella dell’AIDS. Tuttavia, negli appena 11 anni in cui ha potuto pubblicare è riuscito a lasciare il segno. È stato uno “scrittore totale”, come lo chiamo io, perché ha prodotto romanzi, articoli, reportage giornalistici, commedie teatrali, che hanno descritto una generazione, una nazione e un decennio. Nella scrittura di Tondelli, figlia per stile di Arbasino e per contenuti di Coccioli, c’è la chiara esigenza di “dare voce a ciò che è senza voce”, che non a caso è stata sia una frase di Calvino che il motto di Radio Alice, fenomeno culturale di quella Bologna in cui Tondelli si è formato come studente del DAMS. C’è una centralità e un modo di rappresentare l’omosessualità, l’identità e la gioventù secondo i canoni della curiosità per il nuovo e il postmoderno e della leggerezza calviniana che è rivoluzionario per l’epoca e il contesto italiano in cui appare.

Liberando l’opera tondelliana dal contesto generazionale e da una ricezione ristretta ad un coinvolgimento documentario, a quale scenario storico sono riconducibili i personaggi tondelliani e qual è il valore simbolico del mondo di giovani emarginati di cui narra?

Tondelli è vissuto negli anni del riflusso, ma non vi ha mica aderito. Nel mio libro dimostro in che senso è stato uno scrittore socialmente impegnato, pur mancandogli una ideologia politica: non era comunista negli anni in cui tutti gli intellettuali, o quasi, lo erano. Al contempo criticava il cattolicesimo pur essendo nato cattolico, alla Coccioli. Votava Partito Radicale, il partito anti-partitocrazia, e credeva nell’antiproibizionismo in una terra, l’Emilia, in cui ben pochi lo erano allora. Il suo primo romanzo, Altri libertini, colloca al centro chi di solito vive nei margini della società: tossico dipendenti, transessuali, gay, giovani senza casa, contestatari. Non è un libro autobiografico, è un romanzo a episodi scritto da un figlio anomalo del Settantasette. Nel secondo libro, Pao Pao, Tondelli attacca l’istituzione eternormativa per eccellenza, la caserma militare, e la frocializza. Tutti i soldati, così come gli ufficiali, sono finocchi, e lo sono in modo allegro, spensierato, spavaldo, felice. Un passo avanti enorme rispetto alle atmosfere cupe di altri scrittori omosessuali italiani. Ma Tondelli era anche uno scrittore assai colto e cosmopolita: in Pao Pao è evidente l’uso della tecnica camp, una freccia che è propria della faretra internazionale dei Queer Studies. In Italia, stranamente, i principali critici tondelliani sono di scuola cattolica e li ho trovati impreparati su quanto all’estero si scrive da almeno due decenni riguardo a Tondelli. L’esecutore testamentario di Tondelli era Fulvio Panzeri, il critico de L’avvenire. Panzeri è scomparso pochi giorni fa, ma davvero non ne posso parlare bene: ha sistematicamente ignorato e osteggiato letture obiettive dell’opera di Tondelli, valutandole come sconvenienti solo perché sottolineavano l’ovvio: che Altri libertini e Pao Pao hanno cambiato il modo di rappresentare i gay italiani e l’omosessualità post-moderna e post-Stonewall in Italia; che Camere separate è stato il primo romanzo italiano incentrato sull’Aids (e nel mio libro dimostro il come e il quando di quanto dico), che Rimini e Dinner Party sono opere che stigmatizzano l’edonismo degli anni Ottanta. Anche la lettura di Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica e altro esperto di Tondelli, è assai lacunosa dal punto di vista del portato sociale e politico dell’opera tondelliana. Per non parlare del contributo sociologico portato dalla felice avventura di Under 25, un percorso culturale che ha svecchiato la letteratura contemporanea e ha fatto scoprire nomi oggi importanti della narrativa.

In che misura la narrativa di Tondelli diverge dal romanzo di formazione così come codificato dalla tradizione, considerando la presenza da protagonisti di emarginati che rifiutano l’integrazione come prospettiva?

Come dicevo sopra, Tondelli “dà voce a ciò che è senza voce”. Rappresenta una gioventù scapestrata e felice d’esserlo, almeno nei suoi primi due romanzi. È una gioventù aliena dal “mondo dei padri e delle madri”, che non a caso appaiono solo di sfuggita nei suoi scritti. Sono i giovani, ma quelli con meno ambizioni, che non riescono a finire le scuole, che non trovano lavoro, e che tuttavia custodiscono un livello di solidarietà, di umanità raro a trovarsi. In questo c’è di sicuro un’impronta cristiana, ma anche hippy, punkabbestia, propria della controcultura degli anni Settanta e soprattutto di quella Bologna di Radio Alice e dei carroarmati di Cossiga, scritto sui muri con il “K” e le “SS” naziste. Rispetto al romanzo di formazione tradizionale, i personaggi emarginati, che Tondelli ricolloca al centro del proscenio, iniziano in un modo e finiscono allo stesso modo, aggiungendo solo qualche consapevolezza in più della caducità delle loro vite, ma sempre più convinti di non volersi omologare, come accade anche in Pao Pao per i giovani gay in divisa. Sono fieri di essere considerati “scarti”, una parola chiave tondelliana, che sarà utilizzata anche per il progetto Under 25.

Studiando meticolosamente Tondelli, ha pensato ad una fusione dell’ideale romantico con quello della Beat Generation e della “controcultura”?

Sì, ne ho trattato. In Tondelli la matrice è quella del blended, della mescola felice. Applica la lezione di alcuni grandi padri della cultura italiana – i Calvino, i Montale – e la plasma con la controcultura del Settantasette, ma lo fa con l’ironia e a volte il sarcasmo di un Arbasino reso più comprensibile al grande pubblico. Apprende la lezione degli americani – da Jack Kerouac a Hubert Selby Junior – e la mescola con la cupezza e la profondità di un Carlo Coccioli.

Seguendo la lectio di Tondelli, Professore, come ci si salva dal conformismo, dal convenzionalismo, dall’asfissiante rispetto dei codici?

Restando ciò che si è, diventandone fieri. Venendo mossi nella fotografia. E continuando a credere nella scrittura, sia degli altri che propria.

Sciltian Gastaldi scrive di sé:
Scrivere e insegnare sono le due cose che so far meglio. Beh, almeno tra quelle che si possono raccontare. Ho pubblicato due saggi sul maccartismo, un testo sui diritti dei gay, quattro romanzi e una decina di articoli accademici di cinema, letteratura e storia per riviste scientifiche internazionali. Nel 2015 la Chicago Quarterly Review ha pubblicato la traduzione in inglese dei primi due capitoli del mio romanzo più venduto, il long-seller Angeli da un’ala soltanto, individuandomi come uno degli scrittori italiani contemporanei più interessanti. Peccato se ne siano accorti solo loro. Come giornalista professionista ho vinto un paio di premi nazionali assai ganzi e collaborato a varie testate, sia italiane che canadesi. Siculo-piemontese nato e cresciuto a Roma, penso di essere l’incubo del leghista medio. Non contento della caput mundi, che amo, ho vissuto per quasi dieci anni in Canada e Regno Unito nei panni del tipico “stomaco in fuga”. Ringraziando la riforma della Scuola (ho un altarino votivo raffigurante la ministra Giannini), nel settembre 2015 sono rientrato in Italia come insegnante di Storia e Filosofia per il MIUR. Collaboro con alcuni istituti universitari e scuole internazionali a Roma, dove insegno in inglese la storia e la cultura del nostro paese. Il mio ultimo libro si chiama Era mio padre. Italian Terrorism of the Anni di Piombo in the Postmemorials of Victims’ Relatives ed è uscito per l’editore accademico inglese Peter Lang nell’aprile 2018.
I miei link:
http://www.sciltiangastaldi.com
it.wikipedia.org/wiki/Sciltian_Gastaldi
https://www.linkiesta.it/author/sciltian-gastaldi/

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