Abbecedario del postumanismo

“Postumanismo” e non “Postumanesimo”. A cosa si riferisce il “post”?

Innanzi tutto credo sia fondamentale spiegare perché si è scelto il termine “post-umanismo” e non “post-umanesimo”. Infatti ciò che si vuole criticare non è l’umanesimo tout court ma un certo tipo di atteggiamento che si è tradotto nell’umanismo. L’umanismo infatti è quel movimento di pensiero che ha posto l’uomo* (nel nostro testo si spiegherà la scelta di utilizzare la parola “uomo” accompagnata da un asterisco, per questo, anche qui sento l’esigenza che assuma questo aspetto) al centro dell’universo e che lo ha proclamato quale essere superiore, ponendo tutti gli altri viventi in una condizione di subordinazione e di assoggettamento all’umano. Facendo ciò ha dimensionato l’essere umano in una condizione di completo distacco dalla realtà che lo circonda producendo una serie di dicotomie – la più esplicita è quella di natura-cultura – come se l’uomo* potesse fondare la propria esistenza iuxa propria principia e quindi in chiave completamente autonoma rispetto al restante. Questo tipo di visione ha trovato particolare sviluppo in un certo tipo di filone di pensiero, l’antropologia filosofica, che considerava la condizione umana “eccentrica” e per questo del tutto indipendente e impermeabile alla realtà in cui era inserita. Il postumanismo vuole all’opposto riposizionare l’uomo* all’interno di una condizione ecologica, sbarazzandosi di una visione piramidale dell’evoluzione e smettendo di valutare homo sapiens (utilizzo appositamente la lettera minuscola giacché proprio nell’Abbecedario illustriamo il senso di questa scelta simbolica nei riguardi dell’identificazione della nostra specie) come essere speciale, ma considerandolo uno dei tanti esseri specializzati presenti nel pianeta. L’approccio umanista ha inoltre introdotto una categoria dannosa che è il concetto di “normalità”: tutto ciò che prescinde da un canone specifico – che è stato identificato nella figura del maschio bianco, occidentale, normodotato, eterosessuale, dotato di linguaggio – viene di fatto scartato da uno scenario politico influente. Il postumanismo non vuole quindi sminuire l’umanità in quanto tale, ma rileggerla secondo una prospettiva differente e quindi riposizionandola all’interno di una dimensione di relazione con ogni altra forma di esistenza e, facendo ciò, ricomprendendo ogni minoranza all’interno del paradigma dell’esistenza, sia essa umana, animale o vegetale. “Post”, come ci ricorda anche Francesca Ferrando, filosofa presente come autrice nell’Abbecedario, non simboleggia una rottura radicale con il nostro passato e con il pensiero che ci ha condotto fino ad oggi, non possiamo prescindere dalla nostra storia, sia essa di natura evolutiva o narrativo-culturale, ma rappresenta un punto di continuità e al contempo di superamento. La consapevolezza che le scienze biologiche ci hanno offerto impongono una rilettura della posizione dell’uomo* nell’universo: egli non deve essere più posto al centro quale fosse misura di tutte le cose, ma come organo periferico dotato quindi di una visione parziale e non omnicomprensiva della realtà. Questo passaggio è fondamentale giacché significa riconoscersi parte di un insieme e al contempo in grado di dare un’interpretazione specifica e non assoluta della realtà.

Azzardando una sintesi, qual è l’idea chiave del “postumanismo” capace di porre in discussione le radici umanistiche del pensiero occidentale?

Se dovessi pensare, proprio sulla scia del lavoro di rilettura terminologica che abbiamo condotto nell’Abbecedario, a quali possano essere le parole simbolo del postumanismo direi che potremmo identificarle in antropocentrismo ed ibridazione. Antropocentrismo proprio perché è stato quell’atteggiamento che ha influito maggiormente alla formazione del pensiero occidentale e sulla messa a terra di una serie di comportamenti etici e politici che ci hanno guidati verso la realtà che oggi, purtroppo, abbiamo ben presente. Considerare ciò che ci circonda come mezzo al servizio della realizzazione della dimensione umana ci ha condotti a saccheggiare il pianeta come se ogni ecosistema non fosse in qualche modo direttamente interconnesso con la nostra stessa possibilità di sopravvivenza. L’hybris che ha guidato l’uomo* – incapace di riconoscere la bellezza della diversità – in un progetto di sviluppo costante, di controllo, di gestione ha distrutto ogni possibilità di “gesto spontaneo” di amore, di cura – altra parola a mio avviso particolarmente significativa nella rilettura offerta dal postumanismo – nei confronti di ciò che è solo apparentemente altro. Ed ecco perché il concetto di ibridazione risulta fondamentale, si tratta infatti di un passaggio da un ottica dicotomica (uomo*-mondo) a un prospettiva relazionale: ogni essere si dà nella relazione. Sulla scia di una visione immanentista ogni forma di vita è consustanziale. Il postumanismo supera radicalmente una visione essenzialistica sostituendo ad essa un’ontologia relazionale e per questo fedifraga. Non esiste l’essere puro ma una dimensione di superamento costante di ciò che si è per andare verso il mondo, per realizzarsi per mezzo di esso giacché ogni vita trova il suo senso solo superandosi. La gettatezza è quindi una condizione di costante superamento e di meraviglia nei confronti della realtà, di relazione, ibridazione là dove, incontrando il mondo l’essere riscopre sé stesso.

Il postumanismo, quindi, è, tra l’altro, una metamorfosi del nostro modo di interfacciarci col mondo. E’ questo il senso della ricerca di un nuovo vocabolario per nuovi concetti?

Noi esseri umani abbiamo sviluppato una specifica forma di comunicazione che è appunto il linguaggio. Ci tengo a ricordare che il linguaggio è una delle molteplici forme di lettura della realtà e non la sola, sicuramente essa è quella che homo sapiens ha prediletto. Proprio questo lavoro, infatti, vuole spingere a riflettere riguardo la parzialità del linguaggio: il linguaggio non è la rappresentazione del mondo, non coglie la realtà per intero ma è unicamente una delle lenti attraverso cui possiamo cogliere le cose. Su questo mi è molto cara l’asserzione di Wittgenstein secondo cui il linguaggio è il limite del nostro mondo. Proprio da questa asserzione, espressa nel Tractatus, infatti, ha preso vita la nostra riflessione – quella che ho condotto assieme alle altre due curatrici dell’opera Elisa Baioni e Lidia María Cuadrado Payeras – sulle parole e i concetti. Parole, concetti non sono affatto qualcosa di innocuo bensì celano una pre-interpretazione della realtà. Difficile è usare alcune parole, per fare un esempio “uomo”, senza che l’intera tradizione antropocentrica ci travolga. “Uomo” non indica solo l’animale umano ma insieme ciò che non è animale, l’essere umano maschile, una dimensione tra l’altro abbastanza specifica di questa stessa. E la parola “uomo” è solo un piccolo esempio ma potrei citarne molte altre appunto contenute nell’Abbecedario. Questo ci ha convinte del fatto che fosse necessario tentare di interpretare secondo coordinate nuove il linguaggio che stavamo utilizzando, certe che nessun cambiamento fosse possibile senza che avvenisse prima una attenta riflessione sulle parole che stavamo utilizzando. Al contrario quindi di quanto la politica di oggi voglia farci credere le parole non sono affatto innocenti, non vi è nulla – per noi umani – di così tanto potente, come ricorda anche Emily Dickinson. Il linguaggio è dunque al contempo parziale – è solo una delle forme di rappresentazione del mondo – ma, essendo quella che homo sapiens privilegia, estremamente potente giacché direziona il nostro approccio interpretativo e di conseguenza etico alla realtà.
L’Abbecedario è quindi una mappa, una guida attraverso cui addentrarsi all’interno di questo cambiamento di prospettiva epocale là dove, però, ciò che spero è che questa svolta non sia solo teoretica e lessicale ma soprattutto etica e pratica.

Il postumanismo è, altresì, un ampio ragionamento sul rapporto tra techne e realtà. Oggidì, tutto si fonda sull’efficacia e l’efficienza. Un mondo post-antropocentrico potrebbe reggersi su creatività e sentimenti?

Trovo molto rilevante questa domanda giacché coglie in pieno lo snodo centrale del pensiero postumanista. Esso, infatti, si configura in termini oppositivi al transumanesimo che crede in un futuro guidato direttamente dall’uomo* e dalla tecnica, convinto che proprio l’uomo* sia al timone della “macchina tecnologica”. Per spiegare meglio il concetto vorrei citare Ernst Jünger il quale nel Trattato del ribelle (1980), in maniera del tutto antesignana, utilizza l’immagine del Titanic per descrivere la direzione che il mondo stava prendendo in quel momento: nulla vi era di più certo del fatto che il transatlantico si sarebbe andato a schiantare contro l’iceberg. L’uomo* non poteva fare niente giacché non era al timone, l’unica cosa che avrebbe potuto fare, l’ultima speranza rimasta era quella di sabotare il sistema dall’interno. Ma come? Attraverso l’azione del Ribelle che, riscoprendo principi come l’amicizia, l’amore poteva sfuggire dal sistema di controllo della “macchina tecnologica” ricongiungendosi alla propria libertà.
Credo che sia questa la questione fondamentale che l’essere umano della nostra epoca deve affrontare: non è al timone di nessuna “macchina tecnologica” giacché essa ha vita propria; non per questa ragione dobbiamo temere la tecnica ma avere nei riguardi di essa una consapevolezza differente. Essa non sarà l’elemento per mezzo del quale potremo potenziare la nostra specie allo scopo di raggiungere mete fantascientifiche, essa non andrà a lenire nostri limiti, ma ci spingerà a percepirne di nuovi; ciò proprio perché la tecnica, come ogni altra forma di alterità, amplifica i nostri predicati e la nostra “fame di mondo”; per spiegarmi meglio: non sentivamo la mancanza del cellulare prima che esso entrasse nelle nostre vite, oggi sembra impossibile potersi destreggiare nella realtà se ne fossimo privati. La tecnica non può quindi essere lo specchio attraverso il quale sondare la nostra identità per sentirla sempre maggiormente inadeguata – come ci insegna saggiamente Günter Anders – ma deve divenire arciere di nuove consapevolezze riguardo ciò che siamo. Essa, al pari di ogni altra forma di alterità, ha forgiato la nostra essenza in termini virali, non avendo quindi una funzione probiotica, quanto infiltrativa. Ma, essa è imprevedibile, quanto lo è ogni forma di vita, la tecnica non si piega al controllo umano, essa è sempre pronta a sfuggirci di mano. Ecco che decade per l’ennesima volta quella convinzione che l’uomo* – presunta misura di tutte le cose – possa controllare il percorso della realtà. L’essere umano può infatti porsi come parte del tutto, come membro di un sistema infinito ma non come dimensionatore della realtà. Riposizionare l’uomo* all’interno di una condizione ecologica significa anche far decadere il suo intimo desiderio di controllo. Assistiamo oggi a una dimensione di “controllo totale” che passa dalla burocrazia, al lavoro, arrivando anche all’intrattenimento, allo svago, ai desideri, ai sentimenti in una sorta di morbo che sta annientando ogni forma di spontaneità e per questo di creatività ed emozionalità. Mi sto occupando proprio di questi aspetti nel libro che sto scrivendo adesso convinta che, solo riscoprendo la nostra dimensione animale e per questo spontanea, libera, creativa ed emotiva, sia possibile operare quel passaggio salvifico verso l’universo del postumano. Heidegger dice che l’animale non umano non può morire ma solo cessare di vivere giacché mai interamente presente alla vita. Non vi è nulla di meno vero. Oggi è l’essere umano che non sa più vivere e che per questo, forse, non sa neppure più morire (ricordo che una delle finalità del transumanesimo è proprio il superamento della morte).

“Abbecedario del postumanismo” è un’opera corale in cui convergono le firme maggiormente rappresentative del postumanismo italiano ed europeo. Quali sono le specificità della “corrente” italiana gravitante intorno al Centro Studi Filosofia Postumanista, fondato nel 2002 dal filosofo Roberto Marchesini?

Il primo aspetto che caratterizza la corrente italiana legata la Centro Studi di Filosofia Postumanista è porre la relazione come fondamento di ogni identità considerando l’ibridazione il principio di ogni ontologia. Per questa ragione uno dei concetti cardine della rivoluzione posta in essere dalla corrente marchesiniana di postumanismo è l’eco-ontologia; essa si fonda sulla convinzione che ogni ontologia non è mai completamente definita ma sempre in balia delle influenze apportate del rapporto con ciò che ci circonda. Non siamo esseri “risolti” ma sempre in costante mutamento e per questo fedifraghi nei confronti di noi stessi, un cantiere aperto ad influenze esterne siano esse di natura ambientale, animale o tecnologica. Un altro aspetto sicuramente molto importante è l’interdisciplinarità. Intendo dire che il Prof. Marchesini ha smesso di pensare in termini specificamente settoriali ponendo in costellazione tutti i saperi e dando ad essi pari dignità. Abbiamo assistito per anni a una filosofia che poneva l’uomo* su di un piedistallo senza sapere nulla di cosa effettivamente fosse l’universo animale o vegetale, pensando che si potesse parlare di ciò che definivamo “altro” senza un genuino desiderio di avvicinamento. Il presidio metodologico che stiamo cercando di mettere in atto è quindi quello di conoscere prima di sviluppare delle teorie, nella convinzione che la conoscenza non abbia confini ma germogli in quel terreno fecondo ed indefinito che è la “soglia”. Per questo l’Abbecedario ha avuto bisogno di più di cinquanta autori, si è nutrito delle differenze di ognuno, ha iniziato a vivere di vita propria coltivato dalle differenze di prospettive e di specializzazioni.
Voglio inoltre sottolineare un ultimo aspetto: L’Abbecedario del postumanesimo non si propone come qualcosa di “definitivo”, non è l’immagine stentorea di un risultato ottenuto, esso vuole imparare a “sillabare” una nuova realtà; non a caso l’abbecedario è quello strumento attraverso cui si impara a leggere. Questo lavoro quindi funge da segnavia di un percorso che spinge verso una strada differente e per questo irta, perturbate, complessa che potremmo metaforizzare con l’immagine del bosco. Il bosco perché proprio in una dimensione selvaggia e libera da ogni controllo è possibile riscoprire la vita oltre la vita e pensare quello che ad oggi è rimasto ancora impensato: il futuro. Proprio il futuro non abbraccia nessuna dinamica legata al progresso quanto un ritorno al sempre stato, uno sbarazzarsi del peso di questa presunta e presuntuosa superiorità dell’essere umano riconnettendosi con emozione, creatività, spontaneità.
Una sola parola basta per descrivere tutto questo: animalità.

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