50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti

Paste sfoglie, lavatrici, rubinetti pieni di calcare, supermercati; cavatappi, scarpa da donna col tacco alto, tazza con la faccia di Mafalda, barattolo dei pelati, mazzo di chiavi «auto casa furgone cancello», guinzaglio del cane, busta frigo dell’Ikea.
Lei scrive versi che narrano una quotidianità quasi atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge.
La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

Quasi tutte le poesie dell’ultimo libro sono ambientate in un tempo presente e continuo che si srotola e stende come pasta sfoglia appunto già pronta, detto cotto, all’interno di un contesto domestico anonimo e per questo riconoscibilissimo, famigliare, d’uso comune e di facile consumo. Una quotidianità che si interrompe solo nella violenza del gesto per poi riprendere come se nulla fosse successo, basta una passata- tutto lucidato, con un ritmo uguale a se stesso e per questo riproducibile all’infinito, riprodotto da chiunque con qualsiasi oggetto a disposizione, dal souvenir di villaggio vacanza alla bottiglia di shampoo. Un presente che si ripete come merce in fila sugli scaffali, centinaia di marchi e colori uguali, profumi, linee, confezioni facilmente maneggiabili, grandi sconti e infiniti sgravi.
“aprire casseforti e cassapanche/provare gonne di due taglie più piccole/rifare uguali spezzatini”
Pensando all’essere una poetessa con lo sguardo rivolto alle donne, ravvede una specificità di punto di vista esclusivamente muliebre; un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della Poesia declinata al femminile?

Credo che far parte di una minoranza mi abbia permesso di toccare i limiti di una condizione, quella femminile, che si porta addosso i segni di una guerra culturale, sociale e politica condotta sul suo corpo, i suoi corpi.
Una lettura fatta a mano delle cicatrici inferte da un sistema patriarcale che ha condizionato qualsiasi espressione vitale con lo stigma del “partorirai con dolore”: la sofferenza e il sacrificio imposto per poter stare al mondo. Un mondo ristretto, intimo, che ha il raggio d’azione di un braccio: prega, cucina, allatta, stira, lava. Da questo personalissimo è necessario uscire per raggiungere una dimensione sociale e socializzata, dove la questione delle problematiche cosiddette “femminili” diventa questione politica, necessità di cambiamento.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?
Credo, come ho già accennato nella risposta precedente, che la poesia possa essere altro rispetto al conforto, che possa diventare lotta quando incontra una violenza che è trasversale, non riguarda il singolo ma la collettività, ci ri-guarda più e più volte dallo specchio del soggiorno, alla pagina social a quella di cronaca di Repubblica. Non si tratta di poesia di denuncia ma di spogliare il quotidiano dai suoi stereotipi, le frasi fatte, i preconcetti, le condizioni date e di ridurlo all’osso, alle falangi e falangette che tengono il coltello, rendere visibile l’invivibile.
La sua versificazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne, a tratti ironica. C’è un limite a ciò che si può narrare?
Non c’è limite a quanto accade né a come viene narrato nelle pagine dei giornali, nei social, nelle conversazioni in televisione o al bancone di un bar. Lavoro usando stralci di articoli, post su facebook, pezzi di sentito dire: copio la realtà e vado a capo, innesco rime e strofe. Il chiacchiericcio quotidiano, nel conforto e nel confortevole dei mezzi di comunicazione ufficiale, depotenzia la portata di atti violentissimi perpetrati e perpetuati all’interno delle mura domestiche con gli abusi su donne e bambini, in strada su malate di mente e prostitute. Ora si fa e si dice con una violenza maggiore, si commenta, vi do espone con il pollice alzato, puntato. La poesia decontestualizza questo dire, lo mette in riga e in rima sul bianco del foglio riconsegnandogli la potenza che gli spetta.
Le parole che inanella in versi appaiono sensibilmente refrattarie al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?
Tornare alla base, ad un lingua comune. Alla lallazione del primitivo, del primo trauma, primo umano.

Alessandra Carnaroli ha pubblicato: una silloge in 1° non singolo (sette poeti italiani) con una nota di A. Nove (Oèdipus, 2006), Taglio intimo (Fara editore, 2001), Femminimondo, con una nota di T.Ottonieri (Polimata, 2011), Elsamatta, collana «Syn. Scritture di ricerca» diretta da M. Giovenale (ikonaLíber, 2015, finalista al Premio Pagliarani 2016), Primine, con una nota di A. Cortellessa (edizioni del verri, 2017, finalista al Premio Marazza 2018, finalista Premio Pagliarani 2017) ed Ex-voto, collana croma K diretta da I. Schiavone (Oèdipus, 2017, primo classificato Premio Bologna in Lettere – Dislivelli, 2018, finalista al Premio Montano 2018 e al Premio Città di Trento-Oltre le mura 2018), Sespersa, con una nota di H. Janeczek (Vydia editore, 2018) finalista al Premio Trivio 2018, In caso di smarrimento / riportare a, con prefazione di Silvia De March, (Il Canneto editore, 2019), finalista del premio Fortini 2019. Poesie con Katana (Miraggi Edizioni 2019) è la sua pubblicazione più recente. È stata finalista del Premio A. Delfini nel 2005 con la raccolta Scartata e nel 2013 con Annamatta e del premio Miosotis 2011 (d’If edizioni) con Prec’arie. Prose e racconti sono inclusi in diverse antologie, riviste e pubblicazioni online. Una sezione monografica sul suo lavoro è stata pubblicata sul n. 65 de il verri (ottobre 2017).

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