DE ANDRE’. Vita poetica di un’Anima salva

DE ANDRE’. Vita poetica di un’Anima salva ripercorre la vita di Fabrizio De André. Dai caruggi malfamati genovesi alle asperità montane della Sardegna: quali sono le tappe fondamentali in relazione ai luoghi in cui visse?

La Genova di Faber è quella degli emarginati, delle scorie della società: quegli ultimi che lo attraevano per la loro cifra profondamente diversa da quella che componeva la sua formazione borghese. La Sardegna – quella Sardegna interna, non della costa – era luogo di autenticità: una terra che plasticamente stendeva davanti ai suoi occhi la forma di una vita all’insegna della natura. Non a caso, una volta scelta quell’isola come suo buen retiro, decise di fare il contadino, fino a definirsi tale, lui che non l’aveva mai fatto. Non è nemmeno casuale che la sua produzione discografica rallenta in modo significativo. I luoghi sono sempre stati un tutt’uno con De André: una unione imprescindibile non solo per la sua arte ma per la sua stessa vita. Non si può pensare a lui senza pensare al porto di Genova o ai monti dell’Agnata.

Lei asserisce: “(…) Le sue canzoni, raccontando gli “emarginati”, aprono scenari di libertà – idee nuove, sogni, fantasie – slegati da qualsiasi gerarchia.” La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

Le pulsioni di cambiamento sono la filigrana stessa di ogni società. Non conosco società nella storia degli uomini che non abbia avuto al suo interno spinte di cambiamento. È nell’ordine delle cose, nella natura degli uomini. Se poi mi chiede cosa vedo nella società attuale limitatamente all’Italia, le rispondo che sono molto preoccupato per i miei nipoti. Non vedo orizzonti perlomeno sereni. C’è una gran confusione, con l’aggravante del distacco storico delle nuove generazioni dalla politica (politica, non partitica): dico storico perché – perlomeno per tutto quel 900 di cui sto realizzando un’opera su tre volumi di cui il prossimo in uscita a febbraio – non c’è traccia di questo disinteresse, e questo è un fatto gravissimo. Non è casuale che i governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni abbiamo declinato politiche più indirizzate verso gli anziani che verso i giovani, con la conseguenza che i giovani, unitamente alle donne, sono diventati l’anello debole della catena che tiene assieme la nostra società. Fabrizio è mancato giusto un ventennio fa: credo che avrebbe avuto molti spunti se fosse sopravvissuto. Spunti che avrebbero coinvolto anche le migrazioni epocali che hanno segnato questo tempo, unitamente al menefreghismo epocale dell’Occidente. È sotto gli occhi di chiunque li tenga aperti che questa pandemia sia di fatto un problema mondiale irrisolvibile finché l’Occidente e l’Oriente ricco di stampo cinese e giapponese, non assolveranno alla funzione umana, economica, politica, di consentire che anche l’Africa possa accedere al vaccino. Africa i cui numeri attuali non superno il 3% dei vaccinati. Sì, Faber avrebbe modo di “cantargliele”.

Pasolini sul Corriere della Sera scriveva ”…perché come sanno bene gli avvocati, bisogna screditare senza pietà tutta la persona del testimone per screditare la sua testimonianza…”.
Cosa non è stato ancora perdonato a De André?

Il tradimento della borghesia, cioè la sua classe d’appartenenza. Semplicemente questo.

Il suo libro è stato pubblicato a sessant’anni esatti dalla pubblicazione del primo 45 giri di Fabrizio De André: Nuvole barocche. Qual è stata la più grande lezione di De André?
Fabrizio non amava dare messaggi, fare lezioni. Viveva la sua vita coerentemente con il suo pensiero: e questo è il binario più onesto su cui ogni uomo potrebbe (dovrebbe) far correre la sua esistenza. Coerente è stato quando ha deciso di non costituirsi parte civile contro i suoi rapitori, considerando loro come i veri prigionieri: l’album L’indiano contiene in modo significativo questo pensiero. Coerente è stata la sua produzione, così come la pubblicazione dei suoi album solo quando aveva realmente qualcosa da dire: lo dimostra il fatto che in quattro decenni ha pubblicato in tutto 15 album.

Pino, ha un ricordo personale che può offrirci di De Andrè e del suo Lirismo?
Per dirla con Schopenhauer noi non viviamo nel mondo, ma nella percezione che di esso abbiamo. Di conseguenza, relativamente a Fabrizio, io non l’ho mai considerato un cantante, un musicista, ma sempre e solo un intellettuale, che ha fatto della mediazione culturale la sua stessa esistenza. Era un uomo molto curioso e come tale divoratore di libri in modo quasi bulimico. Una volta, Fossati mi disse: «Ho visto Fabrizio correre fuori casa per andare a comprare un libro di cui aveva appena letto una recensione, non l’ho mai visto fare lo stesso con un disco». Grazie a lui, quando avevo 20 anni, ho conosciuto Edgar Lee Master, e poi Francois Villon e quindi Alvaro Mutis. Inoltre, ho imparato da lui l’arte della collaborazione. Il solipsismo è una sirena pericolosissima, soprattutto per chi fa un certo lavoro. Per quanto riguarda Faber, non c’è suo album che non abbia la collaborazione di qualcuno. Se Dylan è il maggiore autore monocratico, De André è il maggiore esponente della collaborazione. Una collaborazione che è specularmente rintracciabile sia sul piano testuale (si pensi a Minervini, Bentivoglio, Bubola, De Gregori, Fossati) che musicale (da Piovani a Pagani passando per un’intera band quale la PFM). Si fa un torto a De André blindandolo in una dimensione solitaria: era un uomo, un artista che aveva bisogno degli altri per poter estrapolare al meglio tutto quello che – di meglio – lui possedeva.

Pino Casamassima
Giornalista e scrittore. Tra il 1976 ed il 1984 collabora con i quotidiani Il Giornale di Brescia e Bresciaoggi. Diventato professionista, oltre ad aver lavorato nelle redazioni di quotidiani e periodici, è stato inviato in Formula 1, opinionista per il web europeo del network americano CBS, oltre che consulente editoriale per Rizzoli libri. Attualmente scrive per Il Corriere della Sera e cura una rubrica su Il Giorno. Autore de La Storia siamo noi, collabora con History Channel, l’Università Cattolica di Milano, L’Archivio storico della Resistenza bresciana e della Storia contemporanea. Ha pubblicato una trentina di libri, alcuni dei quali tradotti all’estero. Movimenti, è pubblicato da Sperling&Kupfer. Gli Irriducibili, pubblicato da Laterza, ha avuto più edizioni. Fra gli altri titoli, I Sovversivi e Armi in pugno per Stampa Alternativa, Brigate Rosse (Newton&Compton), Il sangue dei rossi (Cairo), 68 – l’anno che ritorna con Franco Piperno (Rizzoli), Donne di piombo (Bevivino Editore), La Fiat e Gli Agnelli, una storia italiana (Le Lettere). Per il teatro ha scritto Strega! 15 quadri persecutori del XVI secolo nelle valli bresciane. Con il libro Il libro nero delle Brigate rosse ha vinto il premio Minturno 2008; con Il Sangue dei rossi ha vinto il premio Luigi Di Rosa 2011 ex aequo con Cuori neri di Luca Telese.
Piazza della Loggia (Sperling & Kupfer) è uscito nel 2014.

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