Macello

“Avevo quasi sedici anni e nessuno che mi baciasse gli occhi mentre dormivo. La sensazione di sentirmi inadeguato e fatto male crebbe col trascorrere delle stagioni”. Quanto Biagio somiglia al Dioniso euripideo nel vigore ctonio ed insondabile?

È un bel paragone. Dioniso è stato un dio umano, un dio laico, un uomo che ha voluto dimostrare che essere una divinità aveva anche i suoi lati oscuri e, soprattutto, è stato toro, leone, barbaro, giovane e vecchio, androgino e serpente. Biagio, in fondo, rimane sempre sé stesso. È questa la sua forza, ma anche la sua debolezza. Certo, vive anche lui in un contrasto perenne, nel suo mondo arcaico in cui l’antica Grecia, a un certo punto, fa capolino attraverso un libro d’arte e, da quel momento in poi, calibra irrimediabilmente i contorni della sua esistenza. Il suo vigore è la costante ricerca della bellezza ed è, questa, una ricerca che gli toglie il respiro.

Biagio di suo padre, il macellaio, osserva: “il suo disfacimento aveva calibrato i contorni della mia esistenza rendendomi quel che ero, me stesso”. Quali tratti assume l’adolescenza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

Fare gli adolescenti vuol dire essere bambini nei vestiti di un adulto. È una maschera, l’adolescenza, e forse per questo motivo è un passaggio della vita così tragico e meraviglioso. Da ragazzi, per fortuna, si tende a ribellarsi a tutto ciò che, prima, era considerato autorità. Dai genitori agli insegnanti. Non si vuole l’approvazione a tutti i costi eppure, se non c’è in quella fase, si trascorre tutta la vita a cercarla, il più delle volte nelle persone sbagliate. Con tutto ciò voglio solo dire che il superamento delle contraddizioni mi sembra un’utopia. Forse è giusto che ci siano, le contraddizioni, e bisogna portarsele nell’età adulta. Il più grosso fraintendimento che ho davanti ai miei occhi, quando osservo alle cose, è proprio questo: adulti che hanno dimenticato di essere stati adolescenti, e adolescenti che hanno scordato di essere stati bambini e che perciò non riescono, o non vogliono, diventare adulti.

Il putridume, l’immondizia, l’intossicazione, la sozzura. Quali ragioni l’hanno spinta alla celebrazione sensoria e della fisicità?

Se devo essere onesto, le ambientazioni che ruotano attorno al romanzo si sono adattate all’io narrante, venendo fuori in maniera del tutto, o quasi, spontanea. Si può tranquillamente dire che, nel caso di “Macello”, l’io narrante ha partorito – forse senza neanche volerlo, sicuramente non ragionandoci troppo – un mondo narrante che, a sua volta, potrebbe, perché no, continuare a vivere anche senza la voce di Biagio. Credo, tuttavia, sia stata fondamentale la mia formazione fotografica. Mi riferisco soprattutto alla fotografa Diane Arbus, capace di immortalare la bruttura, o meglio il diverso – inteso come: deforme – senza moralismi, sensazionalismi e né, cosa che considero il male assoluto, soprattutto quando è gente che crea a darlo, ovvero il giudizio.

Il suo “Macello” gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?

Un’idea corrotta, sporca eppure, in fondo, naturale. Siamo abituati a voler vedere solo il bello delle cose, come se, a un certo punto, qualcuno avesse diffuso una sorta di anestetizzante nell’aria. Mi riferisco, più o meno, a quella cultura della positività alla quale ci hanno abituati negli ultimi decenni. Credo arrivi dall’America, ma non ne sono certo. I rapporti non possono essere perfetti perché la vita – è così scontato dirlo – non lo è. Vengo scambiato per un depresso, forse, o per una persona triste. Ma, semplicemente, accetto anche la sofferenza, lo scontro, la delusione. Non si può scegliere quello che si può e si vuole vivere, come se alcuni passaggi vitali siano dei vestiti da tirar fuori o riporre in un armadio. Cerco di accogliere il bello e il brutto, considerandoli quel che, in fondo, sono: frammenti di vita.

“Perché la creatura piange?” si chiedeva “Dmitrij” ne “I Fratelli Karamazov”. Maurizio, lei scrive di furbesca magia, rapporti sessuali squallidi, bruttezza: è ineludibile il dolore per tutti noi?

Il dolore è necessario, fa parte di quel che – per dirla con le parole di Elsa Morante – in sostanza e verità, non è nient’altro che un gioco, ovvero, come dicevamo poc’anzi, la vita. È importante conoscere le parole, capire la differenza tra dolore e, per esempio, sofferenza. Un detto, credo buddista, sostiene, per esempio, che il dolore è necessario mentre la sofferenza è facoltativa. Nel senso che dobbiamo per forza mettere le mani nel dolore, fa parte del gioco, ma sta a noi decidere il grado di sofferenza. Fuggire dal dolore fa parte di quel tipo di società basata sulla prestazione, sull’essere sempre allegri e mai tristi. È un tipo di società, in conclusione, che a me non interessa né come essere umano né, va da sé, come scrittore.

Maurizio Fiorino, dopo un’infanzia turbolenta in Calabria si è trasferito prima a Bologna per frequentare il DAMS, poi a New York dove ha studiato storytelling all’International Center of Photography. Ha esposto in diverse gallerie statunitensi e frequentato gli ambienti artistici newyorchesi per quasi un decennio. Nel 2014 ha esordito con il romanzo Amodio, seguito due anni dopo da Fondo Gesù. Con edizioni e/o ha pubblicato Ora che sono Nato (2019), il racconto breve Erbacce (2020) e Macello (2021). Attualmente scrive di cultura su diverse testate, tra le quali La Repubblica, Robinson, Il Venerdì e L’Espresso.

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