Le invisibili Signore della MusicaStorie vere di artiste di talento

Hildegard von Bingen, Maddalena Casulana, Barbara Strozzi, Francesca Caccini, Nannerl Mozart, Fanny Mendelssohn, Clara Schumann, Louise Farrenc, Ethel Smith, Amy Beach, Rebecca Clarke, Nadia e Lily Boulanger, Florence Prize, ed ancora oggi Sofija Guibajdulina, Barbara Hannigan, Rachel Portman, Hildur Gudnadòttir. Artiste idealmente unite in un’alleanza intergenerazionale. Ravvede un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime della Musica declinata al femminile?

Tutte le musiciste di cui parlo sono molto differenti tra loro come è ovvio che sia: luoghi geografici diversi, culture diverse, periodi storici, condizioni sociali, economiche, culturali… Moltissimi elementi le separano, e così come è difficile fare un parallelo tra Bach e Stravinskij, o magari tra Giotto e Picasso, allo stesso modo ciascuna di loro esprime il proprio tempo e la propria personalità attraverso uno stile peculiare. A mio avviso non c’è un filo conduttore dal punto di vista artistico (non esiste una musica “femminile”) quanto piuttosto nel loro percorso personale, in cui la loro “condizione” di donne le ha viste faticare molto di più per ottenere la possibilità di studiare, di istruirsi, di accedere alle informazioni e di esprimersi secondo le loro possibilità, spesso combattendo contro figure maschili che ne sbarravano la strada. E forse, se devo cercare un filo conduttore, potrei dire che le unisce la decisione e la fortissima motivazione che le ha spinte a sfidare, spesso pagando prezzi molto alti, un sistema sociale che le avrebbe volute relegate in un angolo della Storia.

Maestra Rollando, il suo libro narra di musiciste impavide, coraggiose, colme di talento. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?

L’invisibilità di cui parlo, ovviamente, è di natura culturale. Da sempre il ruolo femminile, nella nostra cultura, è stato quello di madre e moglie, o comunque della persona che si occupava di casa e famiglia. Ci sono stati periodi in cui, per poter accedere all’istruzione, le donne hanno dovuto prendere i voti e seguire la carriera religiosa; altri momenti in cui studiare era impensabile in ogni caso; ci sono stati ( e purtroppo ancora ci sono) luoghi e ceti sociali in cui alle donne era del tutto vietato accedere all’istruzione. L’arte, declinata in tutti i modi, è stata spesso vista per le donne come un ornamento e non come una scelta di vita. Ad esempio la sorella maggiore di Wolfgang Amadeus, Nannerl Mozart, ha dovuto smettere le sue tournée per l’Europa con il fratello, con il quale condivideva talento e passione, poiché arrivata all’età da marito è stata rispedita a casa a dare lezioni per finanziare la carriera di questi. Un altro esempio: nonostante il suo talento eccezionale, Fanny Mendelssohn ha certamente potuto studiare come il più famoso fratello Felix ottenendo risultati straordinari, ma ha combattuto con fatica perché il proprio lavoro di musicista fosse riconosciuto, in prima battuta dal padre e dal fratello stesso ( che probabilmente ha anche utilizzato sue composizioni appropriandosene) che la volevano solo madre e moglie. La compositrice e pianista americana Florence Price, vissuta nella prima metà del ‘900, scriveva di sé stessa: “Per cominciare ho due handicap: il sesso e la razza. Sono una donna e ho del sangue negro nelle vene”. Nonostante ciò, scrisse musica meravigliosa e appassionata, che riuscì a far suonare da grandi orchestre: alla sua morte, però, il suo nome scomparve immediatamente dalla ribalta. Sono tutte storie differenti – nel libro ne cito moltissime- ma che evidenziano alcuni elementi: credo che per tutte queste donne del passato fosse davvero faticoso gestire le pressioni familiari, sociali, professionali, e anche opporsi a quell’educazione maschilista e patriarcale introiettata e spesso accettata perché percepita come l’unica possibile. Finché hanno avuto le forze per combattere lo hanno fatto nella misura delle loro capacità; una volta scomparse, dietro di loro si è chiusa pesantemente la porta dell’oblio. Per fortuna i tempi stanno cambiando e si sta facendo molto per recuperare i materiali scomparsi e riabilitare così tanta memoria perduta.

I suoi “ritratti” costituiscono un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Mi pare che si possa assimilare alla risposta precedente.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?

Io credo che il messaggio che ci arriva da tutte queste donne dimenticate sia semplice ma non scontato: ovvero che non bisogna mai smettere di combattere per i nostri ideali o per i nostri sogni, di qualunque natura siano. Spesso il prezzo da pagare è stato alto, ma il loro impegno ha aperto la strada a tutte le altre che sono venute dopo, a noi adesso, alle giovani donne di oggi e di domani, ricordandoci però che nessuna conquista sociale è per sempre, e dobbiamo essere disposti a difenderla con le nostre azioni quotidiane.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi e i ruoli stereotipati delle donne, mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere. La sua storia personale può documentare ostacoli dovuti alla sperequazione di genere?

Mi ritengo una persona molto fortunata: a partire dalla mia famiglia, che ha sempre incoraggiato e difeso le mie scelte, e non ha mai fatto questioni di ‘genere’. Non sono mai stata oggetto o bersaglio di disparità palesi: credo che fosse più che altro un paternalismo serpeggiante quello che faceva sì, ad esempio, che i ruoli più ‘direttivi’ in orchestra fossero affidati – a parità di competenze, si intende- a musicisti uomini. Un ambiente del genere incoraggiava noi ragazze ad assumere comportamenti ‘maschili’ per essere prese sul serio, rinunciando alle volte alle nostre caratteristiche peculiari.
I tempi sono cambiati, ma la strada è ancora lunga: apprezzo moltissimo le attuali giovani musiciste, preparatissime e determinate, che non abdicano alla propria natura muliebre riscrivendo la nuova storia della musica con l’apporto di entrambi i punti di vista. È quello che mi auguri per il futuro: non più contrapposizione di generi, ma presa di coscienza delle differenze che sono solo fonte di ricchezza e non di competizione. Con la volontà, finalmente, di ricominciare a scrivere la Storia della Musica – e tutta la Storia – finalmente insieme, donne e uomini.

Anna Rollando, violista (diplomata al Conservatorio G. Verdi di Milano), concertista classica e pop, ha suonato in centinaia di performance con numerose ed eterogenee formazioni di musica da camera, sinfonica e lirica, classica e pop, dal Teatro dell’Opera di Roma a Rondò Veneziano, da Massimo Ranieri a Ennio Morricone. Laureata in Scienze della Comunicazione, si interessa di didattica musicale e della creazione di eventi musicali. Ha collaborato in qualità di musicista e di curatore a numerose produzioni Rai e Mediaset, e inciso numerosi dischi.
Tiene lezioni e incontri di divulgazione musicale nelle scuole, biblioteche, centri culturali e librerie in tutta Italia. Insegna violino, viola e teoria musicale in scuole private e nei Licei musicali.
Si occupa delle presentazioni dei concerti nelle stagioni musicali 2018/2019 e 2019/2020 presso l’Auditorium Ennio Morricone all’Università di Roma Tor Vergata, Macroarea di Lettere e Filosofia.
Ha pubblicato Applaudire con i piedi (2018), Assolo (2019), Applaudire con i piedi II (2019).

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