Il conflitto costituente. Da Platone a Machiavelli

Lei asserisce che “convivono dunque tre prospettive che consentono, almeno è la credenza che regge questo saggio, di eleggere Machiavelli a figura del destino europeo e occidentale”.
Quali sono, pensando alle peculiarità della filosofia italiana?

Per la cosiddetta Italian Theory la peculiarità della filosofia italiana andrebbe rintracciata nel suo carattere di pensiero della prassi, dell’esperienza del rischio, del limite, dell’impotenza della ragione. E Machiavelli sarebbe il capostipite di questa linea interpretativa. Quello che però si prova a mostrare in questo saggio sono tre ulteriori prospettive: il rapporto del fiorentino con il pensiero latino, in particolar modo di Cicerone, per quel che riguarda la struttura della progettualità politica; l’immanentizzazione del reale, ovvero il distacco, lo scostamento del pensiero, specificamente politico, dall’ambito teologico e dalla relativa trascendenza di cui Agostino è uno dei principali interpreti; la possibilità astratta del nichilismo poiché, se il mondo è costituito dalla gigantomachia tra virtù e fortuna, la decisione umana sarà sempre sottoposta al rischio dell’imprevedibile e quindi potrà sempre essere impotente.

Nel primo capitolo del saggio lei riflette sul progetto di Platone, il quale identificava nella Repubblica ideale il fine per superare la guerra civile tra Sparta e Atene, per Machiavelli qual è l’elemento atto a contrastare la disunità della penisola italica e liberarla dal “barbaro dominio” straniero?

Per Machiavelli occorre decidersi per lo Stato per risolvere la crisi politica della penisola italica. È questa la componente ideale del suo pensiero, che non si appiattisce mai sulla mera amministrazione del potere fine a se stesso. La famosa “verità effettuale” tiene insieme queste due dimensioni, quella ideale e materiale: da un lato il progetto della prassi che può innovare il mondo, e dall’altro le condizioni ineludibili con cui l’azione politica deve fare i conti, ovvero le leggi del potere e la costituzione della natura umana, “varia”, inquieta, dagli appetiti insaziabili e dunque sempre affamata e mai pienamente soddisfatta e da soddisfare. A mio modo di vedere è inoltre molto importante, e occupa tutta la prima parte del saggio, il confronto di Machiavelli con Platone, dove si cerca di mostrare, in estrema sintesi, un Platone più realista e un Machiavelli più idealista di quello che tradizionalmente si è maggiormente indicato. Machiavelli parte dalle aporie platoniche per provare a risolverle, andando però incontro a ulteriori contraddizioni.

“La storia di Roma è archetipo simbolico proprio perché testimonia che il conflitto è costituente”.
La scissione, la contraddizione a cosa sono funzionali?

Per Machiavelli Roma è l’esempio storico concreto che testimonierebbe che il conflitto, che è l’essenza della pòlis, della città, dell’agone politico e ipso facto della storia, è costituente, cioè costituisce quelle condizioni da cui è fondamentale partire per generare l’ordine politico. Roma è attraversata dai “tumulti”, dal conflitto tra gli “umori” dei patrizi e dei plebei, dei grandi e del popolo, tra chi voleva comandare e chi non voleva essere oppresso. Questi umori confliggono attorno a una comune idea che è la grandezza dell’Urbs, della Roma mobilis che sempre cresce pensandosi come globale. Il nucleo per così dire teoretico del saggio ruota attorno proprio al rapporto tra ordine e conflitto, recuperando la domanda della filosofia politica e quindi della filosofia in quanto tale: come dalla molteplicità l’unità? Come dal pòlemos, dal conflitto, l’armonia, la pace? E quale pace? Terrena o celeste? Ed è davvero realizzabile questa pace? Forse solo pensabile? E che senso avrebbe porla unicamente come ipotesi se non fosse pienamente concretizzabile? Parafrasando Kant si potrebbe dire che l’ordine senza conflitto è vuoto e che il conflitto senza ordinamento è cieco. Ma una volta detto questo si è solo all’inizio del problema, non certo alla sua soluzione: come abitare la contraddizione che il mondo, e l’uomo, sono?

Numerosissime sono le citazioni, soventemente in greco antico. A chi sono destinate le sue pagine?

A tutti coloro che si interessano di filosofia, nella speranza che chi avrà la pazienza di scorrere queste pagine possa apprezzare qualche riflessione anche qualora non fosse pienamente dentro il linguaggio filosofico, che è per sua natura anche tecnico-specifico. Personalmente non amo incondizionatamente scrivere: preferisco la parola parlata, è meno definitiva. Quella scritta è scolpita per sempre, anche quando si dicono delle cazzate, cosa che capita a tutti.

Edoardo Dallari si è laureato presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed è allievo di Massimo Cacciari e Giuseppe Girgenti. Si occupa dei rapporti che intercorrono tra metafisica e politica, riferendosi ad autori quali Platone, Agostino, Hegel, Nietzsche e Schmitt.

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