Meridionale. Frammenti di un mondo alla rovescia

Con riguardo alle caratteristiche proprie degli abitanti dell’Italia meridionale, soventemente, si legge o si ascolta: “Possiede una pronuncia meridionale”; “Che vivacità meridionale!”; “Si esprime con un gesticolare tutto meridionale!”
Oltre il guazzabuglio dei luoghi comuni e l’intrico delle convenzioni sterilmente accettate, chi è il Meridionale?

«Non mi illudo di tracciare il perimetro di una definizione, provo a dire la mia. Ebbene: da un lato, i Meridionali sono certamente gli italiani del Sud. Che spesso, pur amando visceralmente la loro terra, se ne devono andare o sono costretti a combattere, anche a casa propria, per una vita dignitosa tra mille difficoltà. Poi ci sono i “nuovi” Meridionali: gli uomini dalla pelle nera, i migranti, perfino i precari. Insomma, chi sta dall’altra parte della barricata, quella meno privilegiata e, come suggerisce il titolo di questo libriccino, vive in un mondo alla rovescia, all’interno del quale tutto è più difficile, fragile, ostile. In altre parole, i Meridionali sono i figli di una sofferenza condivisa, che noi Meridionali “doc” conosciamo molto bene».
I suoi “Frammenti” collocano i Meridionali dall’altra parte della barricata: l’atlante è a pelle di leopardo ed il “Noi” dove si pone esattamente?
«Come spiega Alessandro Cannavale nella prefazione al mio libro, “il dualismo Nord-Sud assume inquietanti dimensioni sovranazionali, globali. Pertanto, è solo uno dei tanti Sud, quello di chi scopre, a un certo punto della propria vita, di abitare un’Italia marginale, oggetto di pregiudizi e stereotipi – propri e altrui – perniciosi al pari di tutte le goffe semplificazioni di ciò che è complesso, sfaccettato, stratificato”. Non avrei saputo spiegarlo meglio. Anche per questo, “La ‘maledizione’ di essere meridionali” puoi trovarla anche negli occhi tristi di un venditore africano che cerca di guadagnarsi il pane camminando sul bagnasciuga col fardello della sua mercanzia. Oppure nello sguardo di chi è costretto a partire. E, probabilmente, anche in quell’atavica rassegnazione di cui siamo ancora in parte imbevuti. Noi Meridionali “doc”, ma anche i “nuovi”. Per questo bisogna lottare. Nel mio piccolo, ho provato a farlo con le mani nude della poesia».
Gli uomini ondeggiano tra spinte alla tutela della concordia e dell’adattabilità ed inclinazioni all’intolleranza. Quali nuove decise dinamiche d’ordine squisitamente culturale servono per aggiudicarsi una socialità pacificata che non ponga la solidarietà in soffitta e non se ne infischi del merito?
«Difficile trovare una risposta esaustiva. Certo è che la pandemia è stata devastante. Non che abbia aggiunto qualcosa allo sfacelo sociale, e culturale, di questi tempi grami. Semplicemente: ci ha mostrato ciò che siamo. Altro che andrà tutto bene. Altro che i canti sui balconi, esibizione finta e melensa di una bontà che utilizziamo come bandiera solo quando ci fa comodo. E allora che fare? Dobbiamo rallentare e riflettere non tanto su ciò che siamo ma su ciò che vogliamo essere. Dobbiamo abituarci all’idea che non tutto si può comprare o scambiare attraverso dinamiche puramente economiche. L’altruismo e la solidarietà sono armi potentissime. E lo è anche la consapevolezza di appartenere a una società. Il che significa andare oltre certe dinamiche sociali ristrette, che spesso sono la mortificazione del merito e del talento. Per farlo occorre partire necessariamente dal basso. Dal quotidiano. Se cominciassimo davvero a riflettere su come ci comportiamo con il vicino, l’amico, il collega, il capo e così via, capiremmo molte cose».
Lei funge da megafono alla voce di coloro che cercano riscatto, a casa propria o lontano dalla loro terra. E lo fa da meridionale.
Ebbene, come si vive in un mondo alla rovescia?

«Forse megafono è un termine eccessivo. Diciamo che ho provato a raccontare a modo mio un gruppo sociale al quale sento di appartenere. Nel libro c’è ovviamente anche molto, moltissimo, della mia terra, la Puglia, e del rapporto con essa. Un rapporto che definirei amoroso e tormentato: una sorta di odi et amo di matrice catulliana che si riverbera costantemente in questi frammenti. Partire? Tornare? Restare? La vera sfida, e forse l’unico amore possibile e duraturo, è appartenere. Questa è una delle principali direttrici del libro. Un percorso che, a mio avviso, è lo stesso di tanti Meridionali come me, qualunque sia la loro provenienza. Se così non fosse, questo libro non avrebbe senso: un’autobiografia poetica di Giuseppe Di Matteo non interessa a nessuno. Nemmeno a chi l’ha eventualmente scritta. Postilla: dall’altra parte della barricata si vive peggio, ma si guardano le cose negli occhi. Ed è un privilegio, per quanto amaro».

I suoi Frammenti pregni di sostanza poetica paiono indicare la comunicazione quale utile medium. La Poesia da intendersi come welfare per bloccare lo “sfarinamento sociale”?
«Scrive Ivano Fossati nell’”Infinito di stelle”: ‘c’è ancora speranza su questa terra /civilizzata soprattutto dai poeti’. Non credo ci sia altro da aggiungere».

Giuseppe Di Matteo, giornalista professionista, collabora con QN ed è addetto stampa della casa editrice Paginauno. Ha lavorato a Sky TG24, Il Giorno, Telenorba e La Gazzetta del Mezzogiorno. Nel 2019 ha pubblicato con Les Flâneurs Edizioni la silloge Frammenti di un precario, e nel 2020 Cronache quotidiane, sempre con Les Flâneurs.

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