Alright, compa’

Laureati ultra trentenni alla ricerca di un lavoro adeguato e di un’identità sociale. La precarietà economica, l’incertezza, quantunque ammortizzata da lavoretti estemporanei e provvisori, può essere foriera di libertà?

La precarietà del lavoro, se successiva per un tempo breve al conseguimento del titolo di studio e di relativi master, credo possa anche contribuire a completare la formazione dell’individuo. Personalmente ho trovato divertenti e significativi tutti i lavoretti che mi è capitato di svolgere durante il periodo pre e post universitario. L’esperienza è utile se vi si contrappone la prospettiva di una crescita sociale e lavorativa, se i lavoretti non procedono senza soluzione di continuità fino all’età della pensione sociale. È questa la differenza fondamentale. A questo proposito consiglio la lettura del bel romanzo di Giorgio Falco Ipotesi di una sconfitta: divertente e amara indagine sulla trasformazione negli ultimi anni di certa tipologia di lavoro.

Il suo romanzo presenta pagine oltremodo realistiche relative ai lavoretti svolti dal protagonista della narrazione e sensazioni di vuoto, di smarrimento e di malinconia. Ha desiderato compiere anche un atto di denuncia sociale?

Credo che uno scrittore, o almeno nel mio caso, non si ponga il problema della denuncia sociale, non abbia in mente – aprioristicamente – il tema che possa scuotere le coscienze della comunità. Semplicemente lo scrittore racconta una storia, edificante o non edificante che sia; racconta dei personaggi buoni, di quelli cattivi; restuisce al lettore emozioni e suggestioni, e una vicenda che possa appassionarlo, senza porsi il problema del giudizio morale. Ciò che gli serve è la forza del racconto e la qualità attraverso la quale viene riferito. Se poi il tutto coinciderà con un atto di denuncia sociale, ne sarà felice.

I rapporti umani che il protagonista tesse sono impastati di chiacchiere durante le serate afterhours al ristorante, allegre di musica, di sensualità, di fraterna amicizia.

Si tratta di divertissements alla solitudine, confidenza improvvisata o sostanza della storia?

Non so come saranno percepite, queste chiacchiere, ma nelle mie intenzioni sono sostanza pura, necessarie, nei modi e nei tempi, a quella vicenda. Non c’è l’idea di voler attirare il lettore attraverso momenti più divertenti o spensierati. Le parti dialogiche sono state pensate con cura e inserite con parsimonia nella struttura del testo. Ho cercato per quanto possibile di restituirne l’assoluta verosimiglianza. Ma, ripeto, non so se sono riuscito nell’intento.

Da Firenze a Manchester. Lei compie una rilettura del cliché dell’italiano emigrato. Quali ammuffiti stereotipi e pregiudizi infondati ha inteso scardinare o rafforzare?

Non intendevo scardinare o rafforzare né stereotipi né pregiudizi. Mi è piaciuto narrare le vicende dei singoli, non quelle di un popolo o di una comunità. Nel romanzo non ci sono gli inglesi, gli italiani, i calabresi, i fiorentini, i laureati, l’emigrato moderno (quello degli anni 70/80 senza magari titolo di studio) e l’emigrato contemporaneo (quello laureato e/o il cervello in fuga) e così via. Ho raccontato di Mario, di Julie, di Pasquale, dell’io narrante (il Compa’). Ripeto: storie di singoli individui. Se poi nella narrazione questi singoli esprimono idee e culture differenti, come è giusto che accada, ciò non va visto come mia volontà di definire stereotipi e pregiudizi specifici di una comunità. È possibile che il lettore semplifichi, così come può accadere che associ l’io narrante all’autore. Non mi meraviglia, ma non credo sia corretto.

Il suo romanzo è redatto in un misto di italiano e sfumatura vernacolare della lingua. Per quale ragione ha adottato siffatta soluzione stilistica?

La scelta del linguaggio non è mai slegata dal tenore della vicenda che si racconta. Il linguaggio deve essere necessario, connaturato completamente alla struttura del testo, allo sguardo che il narratore getta sulle cose intorno a lui. Fare soltanto un esercizio di bella scrittura, senza che questa sia suggerita da ciò che accade, da ciò che è agito, comporta il rischio di inciampi enfatici o addirittura retorici. I dialoghi dei personaggi devono parlare con il lessico e i registri che gli sono consoni, altrimenti sarebbero innaturali o perfino ridicoli. In Alright, compa’, vi sono poi alcune parti in cui l’io narrante vive momenti di ansia o di eccitazione alcolica; e proprio in quanto io narrante che si esprime in prima persona, ho lasciato che pensieri e parole, mimeticamente, fossero liberati: un flusso di coscienza che non può tener conto di punteggiatura precisa e equilibrio sintattico. Bisognava restituire il caos che il Compa’ stava vivendo.

Rino Garro vive a Firenze, dove insegna. Suoi racconti e contributi sono apparsi in Repubblica.it, Nazione Indiana, Flanerì, L’immaginazione; e in antologie come Dei Mali (Avagliano, a cura di Idolina Landolfi), Sotto La Lente (Perrone Lab, a cura di Gabriele Ametrano), Libera Tutti (Zona, a cura di Federico Batini), La fortuna del racconto in Europa (Carocci, a cura di Milly Curcio).

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Un pensiero riguardo “Alright, compa’

  1. Romanzo stupendo. Un vero colpo da maestro, la speranza, l’accettazione, il pathos, la saggezza fanno raccogliere emozioni che tutti possono respirare. È una progressione letterale ben ponderata e sapientemente abbinata ai luoghi e ai personaggi che non smetteranno di spezzarti il cuore. Il protagonista procede nel suo viaggio per sguardi, ricordi, parentesi, è vittima del suo viaggio e delle proprie scelte e del proprio tormento. Il risultato è un libro che affascina molto per poi trascinarti sempre di più in una spirale che non trova un centro di gravità esistenziale.

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