Pesto alla genovese. Tra lacrimogeni, molotov e sangue: la testimonianza diretta di un cronista a 20 anni dal G8

A Genova, nel luglio del 2001 i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani.
Su quali temi politici, economici, sociali s’innesta la sua riflessione?

Il movimento delle “Tute Bianche” o “No Global” che ha sfidato e sfilato contro il sistema finanziario mondiale a Genova proponeva temi che purtroppo sono rimasti congelati nel freddo dell’inverno dopo le Torri Gemelle. Fino a quando nella storia recente sono state riproposte con foga da Greta, 20 anni dopo con una platea più sensibile ad ascoltare. Il movimento che insieme al forum di Porto Alegre si voleva fare carico di discutere (Un mondo diverso è possibile) di uno sfruttamento del pianeta meno invasivo, lo sviluppo con il rispetto dell’ambiente si è ritrovato a Genova per discutere parallelamente di questi argomenti mentre i grandi del pianeta parlavano di globalizzazione dell’economia, di manodopera a costi bassi e sfruttamento delle risorse. Dibattiti ed incontri ce ne sono stati diversi, interessanti e complessi come il periodo di cambiamento che si stava vivendo, ma si sono successivamente persi travolti dalla durezza dello scontro di piazza che portò alla morte di Carlo Giuliani ed a una reazione delle forze dell’ordine spropositata che costarono all’Italia una condanna da parte della UE (La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dei diritti umani). Dopo di che il diluvio: a settembre le Torri Gemelle ed il mondo cambio’ in peggio: si fabbricarono prove di armi chimiche (proprio come alla Diaz si fabbricarono prove contro i le persone ospitate all’interno) per attaccare i Paesi “canaglia” e chiudere contenziosi che duravano da diversi anni (come la pretesa di Saddam Hussein al risarcimento per avere bloccato l’Iran per conto degli USA) che ci sono costati 20 anni (da poco conclusasi con l’abbandono dell’Afghanistan nelle mani dei Talebani) di guerre nel pieno della rivoluzione digitale.

Il G8 di Genova è una parte di storia della Repubblica italiana. Un fatto nero che ha lasciato una traccia incancellabile. Due giorni di violenze. Una città messa a ferro e fuoco. Anni di processi, condanne, proscioglimenti, prescrizioni.
Quali strade ha percorso per acquisire informazioni utili al dipanarsi della sua narrazione?

Il mio è il racconto di un cronista che ha vissuto in diretta quei giorni ed a parte il mio vissuto personale ho attinto dalle cronache dei TG, dai giornali dagli atti depositati e pubblici e dalle ricostruzioni fatte successivamente dalla magistratura.

Piazza Alimonda, Carlo Giuliani, da una fotografia dell’agenzia Reuters, compare con il passamontagna ed un estintore sollevato sopra la testa. Intanto, una pistola spunta da una camionetta dei carabinieri. Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico, praticando un consenso ed un dissenso civile?

Intanto dovrebbero cercare di informarsi di più, che è faticoso, è un mestiere farlo bene, trovando nei media più appropriati, preparati e seri, i riferimenti sicuri per avere una informazione reale, non di parte, escludendo le notizie urlate ma senza basi di fonti sicure e quindi, come ho detto prima, istruirsi nel leggere le informazioni. Questo è faticoso ma si può ovviare trovando dei media e giornalisti di riferimento che siano indipendenti nello svolgere il proprio lavoro.

Carlo Giuliani fu definito dal subcomandante Marcos “Il ribelle di Genova” In qual misura Carlo è stato predittivo del disagio sociale, economico, culturale in cui ci barcameniamo?

Ogni periodo storico ha avuto le sue anticipazioni, i campanelli di allarme che suonano per farci capire che entriamo in una zona buia, pericolosa. Negli anni 70 e 80 altri ne hanno fatto le spese ma nonostante tutto nessuno ha poi mai cercato di trovare delle soluzioni all‘instabilità, al disagio sociale che passano soprattutto le nuove generazioni. I “ribelli” di Genova che io ho seguito anche in altri Paesi dicevano di frenare un poco per non ritrovarci a vivere senza più tempo. Adesso con la pandemia per esempio siamo sordi ad ascoltare le nuove generazioni su come questa assenza di tempo abbia penalizzato la loro vita e, quando scendono in piazza trovano ancora manganelli sulle loro teste.

Dalle tante testimonianze emergono complicità istituzionali. Una complicità trasversale che ha costruito le condizioni affinché a Genova saltasse tutto.
Dopo vent’anni reputate che vi siano ancora circostanze da chiarire in tal senso?

Dal mio punto di vista più che vedere complotti ho visto una macchina organizzativa inadeguata, farraginosa. Catene di comando inceppate tra le quali si sono inseriti magistralmente i black block, fino ad allora sconosciuti. Il livello di addestramento delle forze dell’ordine era tarato sui tafferugli da stadio, niente di più. Gli anni settanta con la durezza del confronto di piazza tra dimostranti e polizia era solo un ricordo. I processi, la costanza e l’onestà degli investigatori tutti hanno fatto si che le parti oscure di quei drammatici 3 giorni venissero tutte fuori. Con l’unica eccezione della uccisione di Carlo Giuliani per il quale non è mai stato istruito un processo e questo lascia l’amaro in bocca sia alle famiglie che alla pubblica opinione. Io credo che ha aiutato molto l’essere in Europa e quindi essere sotto osservazione di una federazione di democrazie che si fondono in un pensiero comune.

Luciano del Castillo, essere umano, inizia nel 1980 come giornalista ed in seguito fotoreporter a Palermo presso il quotidiano L’Ora. Nel 1987 si trasferisce nella Repubblica Federale Tedesca e lavora per l’agenzia giornalistica Action Press ad Amburgo da dove copre gli avvenimenti nell’Est Europa: Romania, Polonia, Ungheria, Jugoslavia. Nel 1986 e dal 1994 al 1996 cura dossier monografici d’attualità per la televisione catalana “Tv3”. A Roma dal 1994, lavora per il Corriere della Sera e realizza reportage per la Repubblica, Il Messaggero, La Stampa, L’Unità, Avvenire, Panorama, L’Espresso, Famiglia Cristiana, Diario, Avvenimenti; e per ANSA, The Associated Press, The Boston Globe, The Guardian, The Washington Post, International Herald Tribune, El País, La Vanguardia, El Tiempo, El Mundo, The Australian, Der Spiegel. Partecipa come relatore a convegni sul “Ruolo dell’informazione fotografica nelle zone di guerra”, organizzato a Torino dalla “Fondazione Italiana della Fotografia”. Dal 2000 alla fine del 2005 lavora principalmente all’estero, nelle zone di conflitto e di crisi, Paesi colpiti da disastri naturali, anche al seguito del Dipartimento della Protezione Civile italiana, del Ministero della Difesa ed Emergency di Gino Strada. Ha collaborato con l’Università degli Studi Roma Tre, e i corsi informativi del Ministero della Difesa in collaborazione con la Federazione Nazionale Stampa Italiana (Primo Corso per giornalisti inviati in zone di guerra). Nel 2008 ha contribuito alla realizzazione della prima rivista palestinese di fotografia “Wameed”. Per MAXXI A[R]T WORK collabora ad alcune edizioni del PCTO con una consulenza sul tema del giornalismo di immagine e la sua evoluzione (dal cartaceo al digitale, dalle piattaforme web ai blog, ai social network, dalle fotocamere allo smartphone). Trovare le fonti (come contributi audiovisuali) per le notizie ed accertarne la genuinità per la divulgazione. Dal 2006 è ritornato a lavorare al suo vecchio grande amore, l’America Latina, dove realizza reportage da Panama, Cuba, Mexico, Colombia, Venezuela, Perù, Uruguay. I suoi progetti sono diventati anche mostre itineranti ed ha esposto in Italia e all’estero e libri. Lavora come redattore per l’Agenzia Nazionale di Stampa Associata ANSA.

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