Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie. Intervista a Sara Sesti

Maria Gaetana Agnesi e Maryam Mirzakhan, Vera Rubin e Jocelyn Bell-Burnell, Joan Robinson e Elinor Ostrom, Marie Curie e You-you Tu, Margherita Hack e Rita Levi Montalcini: più di cento biografie di scienziate, un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Hai nominato scienziate vissute nell’antichità e altre ancora viventi: non esiste uno “stereotipo di scienziata”, tanto meno quello tramandato dalla letteratura romantica di “una donna poco femminile, troppo di testa e quindi poco di cuore, a volte stravagante e magari un po’ ridicola”. Le scienziate che hai citato hanno saputo trasformare i propri sogni in realtà e abbattere i luoghi comuni, di cui il percorso di crescita femminile è disseminato sia in famiglia, che a scuola e nella società. Il tratto che le accomuna è la fiducia in se stesse, caratterizzata dalle loro scelte contro tutto e tutti. Credo che l’autostima sia quel carburante che spesso manca oggi alle ragazze che non osano affrontare lo studio e la carriera nelle discipline STEM (Science, Technology, Engeenering and Mathematics) e che invece non è mancato alle grandi scienziate. E’ importante quindi fare in modo che le ragazze acquistino fiducia fin da piccole.

I suoi ritratti muliebri navigano nel tempo. Quale criterio di scelta ha adottato per navigare attraverso i secoli?

Ho adottato un criterio cronologico scegliendo scienziate vissute dall’antichità a oggi e privilegiando sia le studiose le cui opere e scelte di vita erano bene documentate, che le ricercatrici che hanno dato importanti contributi alla scienza, ma anche coloro che ci sono sembrate particolarmente significative per la storia delle donne, come Mileva Maric che ha sacrificato la sua autonomia scientifica all’amore per il marito Albert Einstein, tanto che il suo lavoro è stato totalmente assorbito da quello dello scienziato e non è più ricostruibile con certezza. C’è un prima e un dopo nella storia delle donne di scienza, costituito dall’apertura delle università alle studentesse, avvenuta nel 1876 al Politecnico di Zurigo, l’università dove Mileva e Albert studiarono insieme. Questa data rappresenta uno spartiacque perché, senza un’istruzione superiore, non è possibile dare un contributo alla ricerca. Prima di allora le scienziate che riuscivano ad affermarsi provenivano per lo più da famiglie facoltose e colte ed erano quasi sempre affiancate da una figura maschile molto importante, in grado di fornire loro l’istruzione che veniva negata dalle istituzioni. Ricordo le coppie formate da Ipazia e dal padre Teone, il grande matematico, da Caroline Herchel e dal fratello Wilhelm, pionieri dell’astronomia, dalla Marchesa du Châtelet e dall’amico Voltaire, o dai coniugi Lavoisier, fondatori della chimica moderna. Dopo l’apertura delle università, le donne si sono rese autonome negli studi e le ha accomunate solo la loro sincera passione per la ricerca.

Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?

Le donne sono state pioniere in molti settori della scienza e della tecnologia, ma sono state escluse dal loro campo di ricerca appena l’ambito si consolidava e otteneva riconoscimenti e investimenti. Uno sgambetto avvenuto anche nel settore dell’ informatica, nonostante, all’alba della rivoluzione del computer, le donne avessero dominato la programmazione: Ada Byron scrisse il primo algoritmo di programmazione nella metà dell’ Ottocento, un’epoca in cui la macchina era solo un progetto visionario e, quando, nel 1943, fu realizzato il primo calcolatore elettronico, la sua programmazione venne affidata a un gruppo di sei giovani matematiche, le “Eniac’s girls”. Fino alla metà degli anni Sessanta gli uomini realizzavano l’ hardware e le donne si occupavano del software. Gli stereotipi sessisti che oggi le escludono, allora le avvantaggiavano: chi dirigeva il personale delle aziende tecnologiche riteneva infatti che avessero più pazienza e attenzione ai dettagli, requisiti fondamentali per un programmatore di successo. Ma negli anni successivi avvenne una svolta: gli scienziati capirono che la programmazione era centrale e la trasformarono gradualmente in una disciplina scientifica maschile e dallo status alto, predisponendo autentiche barriere antifemminili, come i titoli di studio avanzati. Molte scienziate sono riuscite tuttavia a superare i vari ostacoli, apportando miglioramenti e innovazioni: per esempio la diva hollywoodiana Hedy Lamarr ha posto le basi per le telecomunicazioni senza fili, Wi-fi, Blutooth e GPS, e la tecnologia da lei inventata è stata scelta a metà degli anni Ottanta come base per l’odierna telefonia cellulare. L’ ho scelta per la copertina del libro “Scienziate nel tempo” perché la sua storia contraddice un altro stereotipo che ancora pesa sulle donne: il luogo comune secondo cui “se sei bella non puoi essere intelligente”. E sono frutto di ricerche e invenzioni femminili molte delle operazioni che compiamo quotidianamente, come collegarci a Internet, scegliere un carattere in un programma di scrittura, guardare un’immagine sullo smartphone, cliccare sulle icone.

Il suo libro narra di scienziate impavide, coraggiose, colme di talento. Quali sono, a suo avviso, le ragioni per le quali è stato così arduo sottrarsi all’invisibilità?

La cancellazione di tante studiose e del loro operato dalla memoria storica, è attribuibile principalmente alla responsabilità degli storici, ma è stata favorita anche dal fatto che, quasi sempre, per essere prese in considerazione, le donne dovevano pubblicare col nome dei mariti o con uno pseudonimo maschile e che perciò, spesso le loro opere venivano attribuite ai maestri. Nei paesi anglosassoni questa sparizione è stata studiata dalla storica Margareth Rossiter che l’ha chiamata “Effetto Matilda”, dal nome di Matilda Gage, la prima suffragetta che aveva denunciato il fenomeno. Sophie Germain, nell’Ottocento si firmava “Monsieur Le Blanc” per poter corrispondere col grande matematico Louis Lagrange docente al Politecnico di Parigi e sottoporgli i suoi lavori sul calcolo infinitesimale. Paradossale è la vicenda di Trotula de Ruggiero, medica medioevale della rinomata Scuola di Medicina di Salerno. Nonostante firmasse le sue opere col proprio nome, nelle trascrizioni successive questo fu cambiato nel maschile Trottus. Molto probabilmente perché, per chi trascriveva, era impensabile che una donna avesse delle competenze in campo medico.

Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?

Credo che il libro contribuisca a smantellare una cultura costellata di pregiudizi contro le donne. Nel testo cerco di evidenziare quanto la loro assenza dai libri di testo e dalla documentazione in generale, sia grave e assurda. Leggendo le loro biografie si scopriranno le difficoltà che le donne hanno dovuto superare e i successi raggiunti. E si potrà riflettere su come sarebbe diversa oggi la società in cui viviamo se nei secoli passati le opportunità fossero state distribuite equamente. Credo che dar voce alle grandi donne del passato e del presente possa invitare bambine e ragazze a guardare sé stesse e la propria vita senza limitazioni di sogni e desideri, e bambini e ragazzi a considerarsi non i depositari di privilegi sociali e culturali ma una metà dell’umanità: con gli stessi diritti e gli stessi entusiasmi dell’altra.

Sara Sesti, docente di Matematica e ricercatrice in storia della scienza, fa parte dell’Associazione “Donne e Scienza”. Ha curato per il Centro di Ricerca PRISTEM dell’Università Bocconi, la mostra “Scienziate d’Occidente. Due secoli di storia”, il primo studio italiano sulle biografie di scienziate. Ha pubblicato con Liliana Moro il libro “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie”, Ledizioni, Milano, 2020. Collabora con diverse riviste di divulgazione scientifica e cura la pagina Facebook “Scienziate nel tempo” che ha ricevuto il premio “Immagini amiche” istituito dall’UDI con il patrocinio del Parlamento Europeo, per “premiare la comunicazione, che costruisce un’immagine positiva, senza stereotipi di genere e senza immagini sessiste”.

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