EDUCAZIONE COME LASCIAR ESSERE

Le idee di “normalità” ed “anormalità” intessono un legame con il binomio “salute-malattia”. Quanto i condizionamenti ambientali e sociali costituiscono variabili capaci di rendere disabile una persona?

Partiamo dalle parole di Flavia Monceri per rispondere a questa domanda, l’autrice, introducendo il suo libro “Ribelli o condannati” si riferisce alla disabilità in questo modo:
Nella prospettiva che propongo in questo libro, l’unica strategia per evitare che ciò avvenga, consiste in un attacco frontale al concetto di disabilità, mostrandone il carattere artificiale e soltanto presuntivamente corrispondente a una qualche “realtà” o “natura” che ne costituirebbe il criterio discriminante. […]. Detto altrimenti, in questo libro parto dal presupposto che la ‘disabilità’ non esista nei fatti ma che sia piuttosto il risultato di un giudizio di valore emesso su alcuni corpi concreti cui viene imputata la ‘colpa’ di non corrispondere ai canoni usuali in base ai quali la comunità in cui sono inseriti definisce la loro ‘salute’, ‘armonia’, ‘funzionalità’: in una parola la loro ‘normalità’.
Nonostante mi rendo conto di quanto possa suonare estrema questa considerazione, poggia esattamente sulle basi teoriche e filosofiche del mio libro che, a grandi linee, la ingloba e giustifica. Accettato il fatto che la salute non è una condizione statica e immutabile, e che ognuno di noi esperisce la condizione di malattia in forme diverse e in momenti diversi della nostra vita, il passaggio da corpo anomalo (a livello fisiologico, inteso come menomazione o alterazione delle funzioni vitali) diventa corpo anormale con un intervento CULTURALE, e quindi non riscontrabile nella realtà come evento fenomenico naturale. Questo passaggio è estremamente importante per la comprensione di quanto e come il concetto di disabilità sia socialmente costruito. Se inseriamo infatti l’anomalia all’interno di una cultura che è stata costruita DA normodotati PER normodotati, quella norma sarà l’ago della bilancia per scindere due categorie nette di persone: quelle abili, appunto, e quelle disabili. Se ci spogliamo dalla norma abilista e riuscissimo a vedere come ogni persona su questo pianeta, per il solo fatto di essere, è una persona che ha lo stesso diritto di esprimersi di chiunque sia in “perfetta salute”, ci accorgiamo che l’habitus mentale della società in cui è inserita e le conseguenti scelte politiche e architettoniche risultano costruite su standard che non permettono la stessa espressione di ognuno. Altrimenti avremmo un mondo dove la LIS, Il braille, La CAA, le tecnologie, le strade, le scuole, i servizi funzionerebbero PER PERMETTERE A TUTTI l’accesso, e non solo ad alcuni. Invece siamo ingabbiati in una concezione dove la norma è rappresentata da un mondo che funziona solo per chi ha una spiccata intelligenza linguistica o matematica, determinate caratteristiche fisiche e comportamentali, e qualsiasi unicità che si discosta dal dogma diventa disabilità se inserita in un contesto sociale e culturale creato sui criteri che favoriscono solo alcuni tipi di funzionamento. Ricordiamo che la società è una conseguenza della comparsa dell’uomo sulla terra e rappresenta la declinazione e la manifestazione del modo di ragionare antropico, riflette dunque un pensiero costruito dall’uomo. Quando però una categoria di uomini non riconosce il potere che ha nella strutturazione del concetto di società (in questo momento storico l’uomo abile, normodotato, verbale, corrispondente ai canoni di bellezza greca e in grado di provvedere da solo al suo sostentamento) non si accorge che sta creando un mondo che funziona SOLO per alcuni uomini, e non per TUTTI. È la società che deve adattarsi alla vita, e non la vita ad una società discriminante.
In base a questa riconsiderazione andrebbe riformulato, a mio avviso, ogni aspetto sociale, civile ed educativo nella società.

La sua riflessione assume un’ottica chiaramente istituzionalista e libertaria. Come si può in un contesto scolastico, dunque normato, incedere oltre l’idea di inclusione?

La norma è definita i base al tempo e allo spazio, e quindi in grado di essere cambiata, di mutare come qualsiasi fenomeno culturale. La finalità ultima è di creare una norma a livello sociale (che automaticamente si declina nel contesto scolastico, in quanto uno è il riflesso dell’altro) che abbia al centro non l’uomo abilista, adultocentrico, ma la vulnerabilità come concetto che davvero accomuna il genere umano in ogni sua sfaccettatura.
Charles Gardou parla a tal proposito di una rivoluzione culturale.
Per rispondere in modo meno astratto, posso affermare che al momento la scuola non sembra pronta a questo cambiamento. Ma il mio discorso è consapevolmente toccato da una grande delusione che suscita in me l’osservazione del corpo docenti, pigramente adagiato sull’ignoranza pedagogica e attivista.
Sono sicura che basta cercare bene, le menti illuminate e le loro visioni del mondo possono dare inizio a questa rivoluzione.

Il suo assunto è che ciascun bambino sia unico. Chi deve assumersi la responsabilità’ etica di condurre il bambino alla scoperta della propria unicità’?

Gli adulti. La società tutta. La scuola è solo uno dei luoghi deputati a questa responsabilità ma da sola, senza una vera sinergia con il mondo esterno, non può rappresentare l’unico appiglio. Per fare questo l’adulto deve a mio avviso aver compiuto un processo di analisi che lo renda libero da dinamiche manipolatorie di cui molto spesso nemmeno si è consapevoli. Parte tutto dalla propria persona, se io mi costruiscono come persona consapevole dei miei condizionamenti, evito di trasmetterli alla generazione futura.
Questo aspetto, soprattutto nella scuola è un purtroppo un grande tabù.

Lei fa riferimento alla “pedagogia nera” quale pedagogia correzionale volta al condizionamento dei bambini. Quale alternativo mediatore pedagogico propone, affinché ciascuno acceda ad una profonda comprensione di sé stessi e dell’Altro?

Senza volerlo ho risposto nella domanda precedente. Un percorso di analisi per accedere alla comprensione più profonda di sé stessi. Ma la soluzione non è solo personale, abbiamo bisogno di servizi, di gruppi sociali che siano orientati a creare un’educazione alla diversità non in modo arbitrario e trasversale ma in modo intenzionale e mirato. Anche questi aspetti, in una scuola che promuove soprattutto ancora conoscenze e contenuti, vengono considerati superflui o ingestibili.

Lei analizza la disabilità come un fenomeno sociale, politico, storico e culturale. Quanto lunga è la strada per giungere ad una pedagogia partigiana della vita?

Non voglio scoraggiare chi legge questa intervista, rispostando i fallimenti che sto incontrando nella mia carriera scolastica come insegnante.
Io credo che si possa fare la differenza, dipende dall’idea di mondo che abbiamo. Innamorarsi della vita, della libertà però non è un’azione spontanea per tutti, soprattutto per chi è cresciuto in un clima di manipolazione, di stereotipi e di dogmi. Fare breccia, fare comunità, creare reti di dialogo su quanto sia importante diventare consapevoli del valore di una vita di qualità è l’unico modo che immagino possa funzionare per condurre alla creazione di una pedagogia partigiana della vita.
La strada è lunga, tortuosa e impervia, ma da qualche parte bisogna pur cominciare: io sono una maestra.

Elisa Catapano, laureata in Scienze della Formazione Primaria ed appassionata di pedagogia, si interessa criticamente delle dinamiche educative e didattiche contemporanee. È coautrice di “Didattiche a confronto” in Marrone G. (a cura di), Maestri e Maestri d’Italia. In 150 anni di storia della scuola, Edizioni Conoscenza, II ed. 2018.

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