Rosso ulivo

Il percorso della protagonista, Tinuzza, si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
La memoria è fondamentale. Non solo nell’economia del racconto ma anche nella nostra vita. La memoria è il fulcro attorno al quale ruota il presente, è essa stessa maestra del presente, ci insegna a dipanare le matasse odierne sia personali che sociali, ci permette di confrontare il passato con il presente. La memoria misura la distanza tra quello che è stato e quello che è, misura i passi in avanti nello sviluppo di una parità di genere (non ancora raggiunta) o nella sostenibilità ambientale, per esempio; i metri percorsi per evolverci come individui, come esseri umani; il cammino verso una coscienza più profonda di noi stessi. Con la memoria i ricordi vengono mantenuti presenti alla nostra coscienza e ci assicurano identità, e continuità. Se non avessimo memoria non sapremmo chi siamo.
Non credo si possano mai chiudere definitivamente i conti col passato, perché la memoria ci riporta a quanto accaduto. Ed è importante che sia così, poiché i segni e i ricordi lasciati nella nostra storia personale, se siamo attenti nell’ascolto del nostro io, spesso sono capaci di guidarci nelle scelte del presente.

Il suo racconto rievoca una drammatica vicenda avvenuta anni prima in uno sperduto paesino della Sicilia montana. Lei fa riferimento alle piccole increspature dell’anima.
Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite?

Prima di tutto tengo a precisare che la drammatica vicenda raccontata nel mio romanzo è tratta da una storia realmente accaduta.
Io penso che i solchi di un’anima segnata rimangano cicatrici interiori che si intrecciano nel cammino della nostra vita, iniziano a far parte di noi sin da subito e si incollano al nostro destino. Sta a noi trovare in noi stessi la capacità di comprendere tali crepe e coltivarle con amore, per trarre le migliori lezioni da poter imparare. Perché le cicatrici vanno curate bene , altrimenti si rischia che un evento possa riaprire le ferite con maggiore dolore. L’ unica cura efficace è la consapevolezza di ciò che è accaduto senza più nasconderlo o negarlo perché significherebbe allontanarsi dall’obiettivo insito in ciascuno di noi di raggiungere e vivere una vita serena e felice.

L’ascolto interiore dalle sue righe pare configurarsi come elemento focale per la riscoperta dell’amore verso se stessi.
Come si coniuga con la fatica del quotidiano?

Lavorandoci. C’è bisogno di impegno e di costanza non solo di tempo. Bisogna anche sviluppare la capacità di ascoltarsi. Chiaramente nel racconto i personaggi sono impegnati nelle attività quotidiane primarie e non hanno né la cultura, né il tempo, né la consapevolezza di dover approfondire la conoscenza di sé per migliorare il proprio io e il proprio stato d’animo. Purtroppo, tale era la condizione del popolo contadino. Oggi esiste una netta e profonda differenza con il passato. Oggi siamo chiamati ad essere molto più attenti ai nostri bisogni, ai nostri desideri, ai nostri valori. Viviamo inoltre, circondati in un mondo che ci stimola costantemente e ci porta a interrogarci (a volte anche in maniera estenuante) su noi stessi. Siamo portati a metterci in discussione costantemente. Dobbiamo però imparare a placare questa velocità anche di pensiero per riuscire ad ascoltarci più serenamente. Insomma, tanti passi si sono fatti verso una maggiore consapevolezza del proprio io, ma tanta strada deve essere ancora percorsa per imparare ad ascoltarci e ad amarci veramente.
Tinuzza e Mimmo: legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente.
Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?

La mia idea principale è solo una: l’amore non ha tempo. Esso è un sentimento che esiste da sempre e quando è puro, come quello che racconto tra Tinuzza e Mimmo, si riconosce e fiorisce anche in una società primitiva e spietata come la società contadina del passato. La storia non è stata volutamente collocata in un preciso momento storico. Potrebbe essere ambientata nel primo dopoguerra come nel secondo o ancora dei primi anni del Novecento. È una storia senza tempo proprio perché l’amore vero, appunto come quello tra i protagonisti, non credo possa avere collocazione storica. Mimmo e Tinuzza sono figli di un mondo dove l’amore è privo di slanci vitali , non ha voce, si manifesta solo con passionalità o brutalità, e dove spesso sfiora la tragedia, la dolorosa rinuncia.
Le sue pagine conservano un’impostazione laica, tuttavia il focus attentivo è puntato sulla spiritualità, vettore di un’umanità positiva.
Cosa l’ha indotta a valicare i confini del pudore che protegge, solitamente, l’animo umano, nella fattispecie muliebre?

All’interno del mio romanzo è possibile individuare sia personaggi legati visceralmente alla fede e alla professione della religione cattolica come Palmina, sia figure che non ricercano nessun dialogo religioso, come rappresentazione del mondo che ci circonda tutt’oggi. Al contrario la natura e la sua potenza evocativa è fonte di ispirazione, meditazione e spiritualità. Un romanzo ambientato in un contesto rurale si ritrova immerso in un microcosmo intriso di piccoli miracoli, partendo dal fiore che sboccia sino all’ulivo secolare che vive, resiste e protegge. Quindi non potevo far altro che sottolineare questa connessione spirituale e l’osservanza che hanno i personaggi del tempio natura.
Per ciò che concerne le caratteristiche peculiari delle mie figure femminili, le ho volute connotare come donne reali, donne che quindi possano avere la capacità di fronteggiare le avversità, le circostanze sfavorevoli, gli atteggiamenti e i soprusi maschili. Grazie ad una spavalderia e una forza d’animo, a volte celate, a volte palesi ma che, quando gli avvenimenti e le situazioni lo richiedono, riescono sempre a fare emergere.

Lella Seminerio è nata e vive a Catania dove esercita la professione di docente a tempo indeterminato da oltre trent’anni. Si è sempre interessata di narrativa, teatro e poesia. Ha frequentato la scuola del Teatro Stabile di Catania e sin da piccola ha coltivato il sogno della scrittura. E’ iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 2008 e collabora da oltre un decennio con diversi periodici a diffusione regionale, occupandosi di diverse rubriche. Con la sua penna arguta e vivace combatte con forza la violenza sulle donne. Appassionata da sempre di letteratura, svolge un lavoro diretto di ricerca delle tradizioni siciliane, orientando in particolare la sua attenzione sulla figura femminile. Il suo romanzo d’esordio, “La Casa del Mandorlo”, è stato candidato tra i dieci testi selezionati al prestigioso premio letterario “Brancati” di Zafferana Etnea 2014. Il libro è stato poi scelto tra i quattro finalisti, risultando anche il testo più votato dalla giuria popolare. Il 26 Marzo 2014 è stata invitata dall’Associazione Acmid – donna onlus, presso la sala Mercede della Camera dei Deputati di Roma, in qualità di scrittrice, per la consegna del premio al generale del SISMI Nicolò Pollari. Nel dicembre 2015 Lella Seminerio ha vinto la 2^ edizione del premio letterario “Tito Mascali” sezione “autori esordienti”, con la seguente motivazione: “Per aver dato una voce in più alle donne”. Il suo primo romanzo, giunto alla quarta ristampa, ha riscosso notevole successo di pubblico e di critica, collezionando parecchie recensioni molto favorevoli.
Tra queste:
“Una storia d’amore d’altri tempi, una vicenda tutta siciliana, un focus sulla condizione della donna. Una vicenda d’amore che è anche un inno alla libertà”. Omnibus – La Sicilia – Catania – 28 giugno 2013
“Leggendo La casa del mandorlo è soprattutto a Verga, a Capuana, a De Roberto che si pensa, alla loro Sicilia, ai loro quadri scenografici, descritti dalla nostra con tanta forza e tanta sostanza”. Antonio Iacona – Il Convivio – Catania – Luglio/Settembre 2014
“Un romanzo che profuma di Sicilia, di quella campagna in cui, negli anni trenta, più di mille leggi valeva quella non scritta. Quella per cui alle piccole donne non era consentito istruirsi”. Anna Claudia Dioguardi – Quotidiano di Sicilia – Catania – 28 agosto 2014
“Un racconto fedele della vita della Sicilia di un tempo ormai lontano, che non ci appartiene più, ma che mai come adesso possiamo sentire tanto attuale se ci rapportiamo alla condizione in cui vivono tantissime donne, che appartengono a culture diverse da quelle occidentali”. “Elisabetta Gallozzi – Almaghrebiya- Roma – 24 gennaio 2015

” Lella Seminerio ha ottenuto un grande successo di pubblico e di lettori, avendo raccontato una storia che descrive la forza delle donne, in particolare di quelle siciliane”. Omnibus – La Sicilia – Catania – 29 dicembre 2015.
Dal 2016 è Presidente di Giuria del premio letterario “Tito Mascali”.
Il 3 giugno 2018 le è stato consegnato il Premio “Donna Siciliana 2018” con la seguente motivazione: “Per la sua arguta arte nello scrivere”.
Il 1° febbraio 2019 vede la luce il suo nuovo romanzo dal titolo “Rosso Ulivo”, accolto con grande favore dal folto pubblico di lettori che seguono la scrittrice. Il romanzo, che è andato diverse volte in ristampa, ha suscitato notevole interesse nell’ambiente teatrale e cinematografico. Il book-trailer del libro è visibile sulla piattaforma Youtube.
Il 2 febbraio 2020 le è stato consegnato il premio “Agata come noi: il coraggio delle donne”.
Lella Seminerio ha partecipato in qualità di relatrice a diverse conferenze, seminari e salotti televisivi siciliani, per discutere del suo ultimo romanzo e della sua tematica portante: la ricerca delle radici dell’increscioso fenomeno della violenza sulle donne.

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