Digital Bovary

La questione del desiderio è intrinsecamente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Ebbene, cosa vuole una Digital Bovary?

Non so se la questione del desiderio sia inestricabilmente legata alla differenza di genere e in particolare al femminile. Ci sono diverse teorie e posture politiche in merito, e io non ho un’idea definita su questo tema. Intendo il desiderio tramite la psicoanalisi, e cioè come struttura dell’inconscio, che certo si lega anche alla performance del genere, in quanto essa determina (insieme ad altri fattori) la posizione del desiderante. Le donne, storicamente, hanno desiderato da una posizione subalterna e condannata all’immobilità. Emma Bovary lo dice chiaramente nel libro, il suo desiderare si innesca a partire dal sentire che una certa esperienza le è preclusa, che una certa parte del mondo le è inaccessibile. Digital Bovary desidera nella posizione di chi, potenzialmente, potrebbe avere tutto. L’immaginario amoroso digitale si articola attraverso la logica dell’accumulazione, che riprende un aspetto strutturale del desiderio, cioè la sua metonimia e la necessità di riprodursi, ma nel farlo lo riduce in frammenti. Le dating app sono un esempio perfetto: ci propongono oggetti del desiderio discreti e virtualmente infiniti, attraverso lo ‘swipe’ passiamo da uno all’altro, ogni profilo ci porta immediatamente al successivo, con la percezione che siano illimitati. Questo tipo di affordance ci permette di avere a che fare con il desiderio, di riprodurlo tecnicamente, ma si tratta di un desiderio la cui capacità generativa si mortifica nella frammentazione. Ciò che ci prende in ultima analisi è il gesto stesso dello swiping, dello scorrere dal segno di una possibilità al segno identico di quella successiva, e diventa difficile ‘fermarsi’. Quindi, in un certo senso potremmo dire che Digital Bovary vuole tutto – vuole scorrere tutti i profili, vuole piacere a tutti gli utenti, vuole provare tutte le app – ma non desidera niente. Più precisamente, il desiderio si riproduce ma senza potersi agganciare ad un altro corpo che lo (ri)generi. È un desiderio esausto.

Lei mescola sapientemente personal essay, psicoanalisi, filosofia e sociologia, cinema e cultura pop: qual è l’attuale senso dell’equazione «il personale è politico»?

Ecco, io credo davvero che il personale sia politico. Questo principio dell’epistemologia femminista mi guida nella ricerca di un metodo che permetta di superare la barriera tra esperienza e teoria, mettendo in dialogo l’astratto con il vissuto. E poi significa prendere sul serio temi tradizionalmente considerati osceni, e cioè fuori dalla scena, appartenenti alla sfera privata, all’òikos anziché alla polis. Come appunto l’amore e il sesso, non in quanto categorie del pensiero filosofico ma proprio come esperienze incarnate. Le donne (non solo, ma soprattutto) se ne sono occupate da sempre, c’è tutta una storia di chiacchiere leggere, conversazioni accorate, speculazioni interpretative, giudizi morali, che però non è stata scritta. (Certo, è stata in parte scritta nei romanzi, ma soprattutto da uomini, e non senza un certo scherno, un’evidente eccezione è Jane Austen, Pride and Prejudice può essere letto quasi come un trattato in forma romanzata dell’amore all’epoca vittoriana). Ad ogni modo, con la mia ricerca io vorrei partire da quella storia orale per farne metodo e scrittura.
Probabilmente oggi la frase ‘il personale è politico’ potrebbe anche esserci utile per guardare in controluce la sfera pubblica digitale, monopolizzata dai social media. Ci aiuterebbe a capire che in quel caso non si tratta né di personale, né di politico. Piuttosto di ‘individuale’ e ‘pubblico’. Insomma, una questione di pubblicità, nel senso di rendere pubblico e fruibile, dunque di promuovere, alcuni aspetti della vita e del pensiero individuale, che si fa così capitale da investire. I social media hanno a che vedere con l’idea che le nostre esperienze, capacità, bugie, fallimenti, imprese, possano essere messe a valore. Questo per dire che si tratta di una logica imprenditoriale che non ha nulla a che vedere con l’equazione ‘il personale è politico’ per come è stata proposta dal pensiero femminista.

Blaise Pascal, Jean-Jacques Rousseau, Arthur Schopenhauer, Michel de Montaigne, Ortega y Gasset…con il supporto di tali pensatori potremmo essere indotti a riflettere sull’uso del like sempre più simile ad una capsula antidepressiva. Lei trova che siamo tutti avviluppati da una rete di autoinganni digitali?

Io direi che siamo tutti avviluppati da una rete di autoinganni. E credo che questi abbiano preso anche la forma dei media digitali. Ma non penso che prima dei media digitali fosse possibile accedere a una qualche forma di verità immediata. Certo, ogni mezzo ha un suo messaggio, per parafrasare McLuhan, quindi il modo particolare in cui le tecnologie digitali ci permettono di ingannarci è un soggetto di studio interessante.

“Il filosofo Alain Badiou cattura questo aspetto dello spirito del tempo con l’espressione love without the fall: amare senza cadere, senza perdere il controllo.” Siamo stati tutti riprogrammati emotivamente ad opera dei social media?

No, non credo. Sarebbe una posizione viziata dal determinismo tecnologico. Piuttosto direi che le tecnologie digitali ancora una volta ri-mediano e ri-producono la struttura del sentire di una certa cultura, e allo stesso tempo vi agiscono. Il rapporto tra tecnologia e cultura è un tema complesso, una di quelle domande senza risposta definitiva, ma di sicuro ha la forma di una dialettica complessa e ambivalente. Io penso che l’idea di amare senza cadere sia tipica di una sensibilità post-romantica, che ha generato ed è costantemente ri-generata dalle tecnologie digitali ma la cui origine non si esaurisce in esse. Una breve genealogia ne rintraccerebbe l’origine in una sessualità libera perché liberata dai precetti della tradizione, ma presto sussunta dall’ideologica neoliberale che vede l’individuo come unità fondativa del vivere comune, e nella scelta autonoma il dispositivo principe dell’emancipazione. L’ingiunzione non è più – e per fortuna, non mi si fraintenda – quella di amare chi ci dice l’Altro (la famiglia, la chiesa, etc.) limitando le nostre scelte alla geografia ristretta del luogo di nascita, piuttosto ci viene chiesto di cercare dappertutto, tra tutti e tutte, e trovare ciò che va bene per noi. E ‘l’andare bene’ si valuta a partire dalla realizzazione individuale. L’innamorato infelice al giorno d’oggi non ha che sé stesso da biasimare, e questo può essere terribile. Non che prima la sofferenza non ci fosse, anzi, ma stiamo parlando di come il ‘mal d’amore’ possa prendere diverse forme a seconda dei paradigmi culturali di riferimento. Oggi l’ostacolo è l’individuo: l’individuo che non può compromettersi. L’amore e il sesso allora devono essere empowering, e cioè mantenere l’ego integro, potente, indistruttibile. Questo segnala un cambiamento forte rispetto a un’idea d’amore come abbandono del sé, dissoluzione dell’io nell’altro, quell’unione di anime che trova nell’atto sessuale il suo correlativo incarnato. Questo è il tipo di caduta che si vuole evitare. E, come abbiamo scritto io e Arturo Bandinelli in un articolo per la rivista Psychoanalysis Culture and Society, i media digitali supportano questo tipo di economia libidinale, dando al soggetto la possibilità di avere a che fare con fantasie amorose senza metterci il corpo, senza rischiare di cadere, avendo sempre di fronte il simulacro di mille altre opportunità.

E’, dunque, immaginabile un rapporto tra “bovarismo”, nelle sue molteplici accezioni e desiderio digitale?

Sì, è quello che abbiamo cercato di immaginare io e Giorgia Tolfo in Digital Bovary. I media digitali supportano la fantasia, come delle stampelle. Quando ci annoiamo o ci sentiamo soli, o qualcuno ci ha rifiutato, possiamo sempre accedere alle possibilità virtuali, compiacerci di un match. Quando avvertiamo l’ingiunzione di dover ‘fare la scelta migliore’, possiamo comparare diversi profili attraverso le dating app o i social media, provare a mandare un messaggio, e se non va bene passare al prossimo. Possiamo parlare di sesso e amore, possiamo costruirci la reputazione di “gente che piace”, che ha molti appuntamenti, e possiamo parlarne alle feste, alle cene. Insomma, possiamo accedere alla dimensione sociale del dating, senza metterci il corpo, senza ancorarci a un altro essere umano. Senza cadere, appunto. In questo senso possiamo pensare ai media digitali come tecnologie che ri-scrivono i codici dell’amore post-romantico.

Carolina Bandinelli è Associate Professor of Media and Creative Industries all’Università di Warwick. Si è laureata in filosofia all’università di Siena, per poi trasferirsi a Londra dove ha conseguito un dottorato in Cultural Studies al Goldsmiths College. La sua ricerca si interessa di cultura digitale e desiderio. Negli ultimi anni, ha contribuito al dibattito culturale, dentro e fuori dall’accademia, con interventi su lavoro creativo, impresa sociale, e amore digitale.

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