Io, combatto

Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

La giovinezza è per ognuno di noi una sorta di terreno ignoto su cui seminare ma dove anche si nascondono trappole e buche. La mia giovinezza ha dei tratti molto simili a quelli che, ad un livello diverso, hanno caratterizzato quella di mio figlio: buttarsi nelle esperienze, uscire dai ranghi, mostrare una natura che non rientra nelle classificazioni. Tutto ciò spinti da un bisogno di capire, di sondare il fondo degli abissi alla ricerca della luce. Io credo che, sebbene in un modo estremo e drammatico, mio figlio stia cercando la sua strada, così come io da ragazza, dopo anni di ritiro quasi ascetico, mi buttai nelle esperienze della mondanità, a volte rischiando di sporcarmi. La differenza è che lui è incappato in un terreno dei più viscidi e pericolosi, quello della droga.

Al centro della narrazione non solo la storia di suo figlio Giacomo ma la necessità di potenziare le Rems e la vera attuazione della riforma che ha chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari. Qual è lo status dei diritti dei detenuti affetti da disturbi psichiatrici?

La riforma deve continuare il suo iter e trovare risposte al vulnus legislativo che le caratterizza e la recente sentenza della Corte Costituzionale, invita il governo a trovare soluzioni entro un anno. Intanto le Rems, che sono residenze dove davvero si lavora al recupero dei pazienti, sono ancora troppo poche per la richiesta attuale. I dati più recenti parlano di 98 pazienti psichiatrici destinati alla Rems, trattenuti in carcere per mancanza di posti. Sono oltre 700 quelli in lista d’attesa in tutta Italia. Una persona con problemi psichiatrici, sebbene abbia commesso un reato, non deve stare in carcere e il ricorso alla Cedu che abbiamo recentemente vinto, ne è una prova.

La cronaca segnala, soventemente, episodi di inaccettabile violenza compiuta da o tra giovanissimi. Possono la brutalità, la sopraffazione, l’abuso essere percepiti dagli giovani come curativi rispetto all’indicibile dolore provato?

Non sono in grado di dare una risposta netta. Devo però dire che nessuno mi toglie dalla testa, l’idea che nella maggior parte di questi episodi violenti, ancor più terribili e scioccanti vista la giovane età degli autori, siano scatenati dall’uso di sostanze la cui composizione chimica diventa sempre più letale, soprattutto per il delicato e non ancora formato, sistema nervoso degli adolescenti.

Il suo impegno sociale ha trovato alleati nelle Istituzioni o si è scontrata con l’inadeguatezza degli strumenti sanitari, legislativi ed istituzionali?
Inizialmente ho cozzato con numerose mancanze e situazioni paradossali. Non mi sono lasciata abbattere e ho deciso di denunciarle, anche sulla stampa. Questo ha generato un virtuoso fenomeno di supporto spontaneo da parte di diverse figure, anche istituzionali, che hanno abbracciato la mia causa: in primis la garante dei detenuti del Comune di Roma, Gabriella Stramaccioni. Chi ci legge e si trova a dover seguire un familiare a “doppia diagnosi” come mio figlio, e che quindi deve affrontare il doppio problema della tossicodipendenza e dei disturbi psichici, mi scriva a movimento.mdd@gmail.com.

Può offrirci un ritratto di Giacomo da un punto di vista squisitamente materno?

Un gigante buono, di una sensibilità ed intelligenza estrema, tanto forte fisicamente, quanto fragile interiormente. Lo vedo tutt’ora, alla soglia dei 30 anni, come il mio cucciolo da sbaciucchiare e proteggere ma… non è più il tempo, il mio amore per lui, che resta infinito, è dovuto maturare. Resto ad osservarlo nel suo gestire la sua vita e la sua ricerca di un equilibrio, con tanta fiducia ma anche con necessario distacco.

Loretta Rossi Stuart, è attrice e coreografa. Alla seconda prova come autrice.

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